«TU! BRUTTO STRONZO!», gli lanciai addosso di tutto e di più in preda ad una burroscosa tempesta che si stava abbattendo giusto giusto contro Ash.
Eravamo soli in casa, questo giocava a mio favore.
L'elasticità, gli ottimi riflessi, invece, giocavano al suo, di favore.
Si parava dai cocci dei piatti sfracellati nella sua direzione, dai vestiti, ma non dai miei insulti.
Ero in collera, talmente tanto da star sudando perché il mio corpo sprigionava bollore nelle vene piuttosto che sangue non arrivante al cervello.
«COME HAI POTUTO?!», alzavo il tono di voce tra sbalzi d'umore e finti cedimenti.
Ero perplessa su come lui non si fosse permesso di rispondere a suo favore.
Silente, senza obbiettare su come mi stessi abbattendo sulla sua persona.
«NON SONO TUA FIGLIA, VA BENE?! NON HO BISOGNO DI ESSERE PROTETTA DA TE, O ANCORA PEGGIO, DI ESSERE UNA PER CUI PROVARE PIETÀ! SAI BENE CHE DELLA TUA - COME DI CHIUNQUE ALTRO - COMPASSIONE NON MI IMPORTA NIENTE! COSA TI ASPETTAVI? CHE TI RINGRAZIASSI?!», sbraitavo muovendo le braccia e guardando in diverse posizioni per non guardarlo più.
Incapace di formulare una frase di senso compiuto, incrociò le braccia e inclinò la testa per studiarmi bene.
«DIAMINE, MA STAI SCHERZANDO? OCCORREVA LA TUA FAMIGLIA? SONO SEMPRE STATA IO, DA SOLA, A MANDARE AVANTI OGNI COSA, NON HO DI CERTO BISOGNO DI UNA MANO ORA! SE ANCHE AVESSI VOLUTO CHIEDERTELA, HAI ESAURITO OGNI TUA CHANCE DALL'INIZIO! NON HO BISOGNO DEL TUO SPORCO DENARO, DEL LUSSO DEL PRESTIGIOSO LUOGO DA DOVE PROVIENI, DELLA TUA-».
«Fredrick».
«Cosa?», rilassai i muscoli nel sentire il nome.
«È stato Fredrick a chiedermelo. Vuole solo essere un adolescente normale».
Bagnai le mie labbra con la saliva facendo no con la testa.
Non potevo credere alle mie orecchie.
Non ne aveva parlato con me, ma con lui.
«È soltanto un ragazzino».
«Lo so bene, non c'è bisogno tu me lo ricordi».
«Quando la smetterai di pensare solo a te?».
«Pensare... a me?».
«Sì, pensi a te stessa. Da quando i tuoi genitori del cazzo ti hanno abbandonata e lasciata al verde, ti sei sentita in dovere di portarti il peso sulle spalle. Pensi davvero che possa sistemare la questione? Pensi che far star male te stessa faccia da scudo a tuo fratello? Ti rispondo io: no».
Il mio petto si alzava ed abbassava a ritmi incontrollati, mentre i miei occhi lo puntavano.
Essere assalita mi aveva sempre domato in fatto di parole, qualunque suono volesse uscire dalla mia bocca, non usciva.
Mi era rimasto dentro fin da bambina, quella piccoletta che non spiccicava mezza lettera dell'alfabeto per paura di dire qualcosa di sbagliato o di non interessante e che poi era diventata la logorroica accanita con la voce da gridare ai quattro venti per essere ascoltata.
La avevo, perché non usarla?
«Ti conosco, cosa pensi? Che sia un estraneo che non sappia dove mettere le mani? Ho parlato con mia madre. Rimarrai in questa casa se ci farai da... beh, casalinga. Può andare? Oltre al lavoro, visto che la donna delle pulizie non lo hai mai ritenuto un vero e proprio mestiere».
«Quando».
«Quando cominci?».
«Quando pensi che mi beva questa storiella».
«Non devi berla, devi mandarla giù. Dovrai farci da schiavetta», incurvò un sorrisetto.
«Brutto bastar-».
«Non penso ti si addica questo pessimo gergo volgare, sai? Non il tuo primo giorno. Ci tieni a vivere qui, mh?».
Il senso di frustrazione bloccò ogni mia voglia di controbattere, tanta era l'indifferenza verso di lui.
Conosceva i miei buoni propositi, le mie fragilità, e lui sembrava aver scartato il suo +4 nella partita finale di Uno.
La sua presunzione, il suo godere di avere le carte vincenti in tavola, mi faceva partire i nervi.
Il pensiero di mio fratello mi fece però ei-valutare cosa dovevo fare.
Optai per non parlarne con lui, se non me lo aveva detto faccia a faccia era perché dovevo evidentemente restarne allo scoperto.
Non volevo pressarlo di più, così accettai di domare la mia anima focosa.
«Dimmi cosa devo fare», gli risposi sottomessa.
Al ritorno di Chase mi feci ritrovare servizievole nel prendere la sua giacca, nel lucidare i suoi stivaletti da pioggia, il suo imperabile pronto all'uso per la prossima uscita e qualche snack di sfondo.
Mi guardò stranito.
«È sotto incantesimo? Ash, che cazzo le hai fatto? Sputa il rospo. L'hai drogata? Hai il nome che assomiglia all'ashish, dovevo aspettermelo! O... ci sono, l'hai-».
«Chase-».
«Le hai dato un filtro d'amore come nei film! Andiamo, il cameriere è sempre il colpevole! Questo è il motivo per cui ti vesti sempre a pinguino!».
«Lo smocking è eleganza, ma comunque-».
«L'hai usata per qualche stupida scommessa. È così? Ci ho preso, eh?».
«Chase! No! Abbiamo trovato un accordo».
«TU? Tu e lei un...un accordo?».
«Incredibile ma vero. Non l'avrei mai nemmeno io», sputai acida.
«Quindi... posso considerarti mia?», osarono dire all'unisono.
Assottigliai lo sguardo.
«Scordatevelo».
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LA FIGLIA DEL CAOS
RomansaCOMPLETATA - IN REVISIONE Trama: Hayra Stevens è una giovane alle prese con la vita. Non è mai stato facile per lei integrarsi nella società fin da piccola tra traumi e drammi. Potrà sembrare esagerato affermare già questo data la sua giovane et...
