ASH'S POV
Bruciavo anche io dinnanzi a lei.
Desideravo che solo ed unicamente lei venisse divorata dalle fiamme per avermi cambiato.
Desideravo che venisse schiacciata, sotto il peso di un qualcosa che, per una volta tanto, non poteva controllare.
Quello sbagliato ero io, perché stavo cambiando per mia volontà.
Ma ero talmente vigliacco che dovevo incolpare qualcuno per non sporcarmi una coscienza già rovinata in partenza.
Quelle fiamme ardenti erano il risultato di quello che eravamo noi.
Potenti quanto distruttivi, non importava se quel dolore ce lo autodiasgnosticassimo da soli o a vicenda.
Era reale.
Una bomba con i secondi segnati, pronta a scoppiare da un momento all'altro.
Fissai la ragazza - non in grado di
difendersi - guardarmi, persa a sua volta.
Non seppi decifrare se stesse cercando qualcosa o se stesse addirittura cercando me, ma la conoscevo troppo bene per azzardare una teoria.
Voleva amore.
Non lo aveva mai chiesto a nessuno, ma voleva che quell'amore che le era stato dato in dono da bambina.
Voleva quello che si era creata con l'andare avanti, ma che in un modo o nell'altro ne era stata privata.
Conoscevo Hayra, ma non me stesso.
Ironia della sorte, era alquanto iconico.
Spostai gli occhi su dei vecchi quadri disposti in maniera tutt'altro che disordinata per le pareti, soffermandomi su una in particolare.
Falsificava del finto ordine, per coprire il casino che aveva dentro.
Una bambina di circa sette anni sorrideva in classe con la testa poggiata sul banco, dietro era riconoscibile il mio zaino.
Ricordai quanto fossimo costantemente vicini di posto, per scelta forzata delle maestre.
Le giuravo guerra e lei, impassiva, non spiccicava parola.
Credeva negli esseri umani, più di quanto ci credessi io.
È sempre stata superiore ad ogni cattiveria imposta e l'unica a non saperlo era proprio lei.
Questo accentuava il mio voler "tirare la corda".
La guardai di nuovo rannicchiata in cerca di calore, sbirciai se ci fosse qualcuno nei dintorni della camera e, una volta accertato, mi decisi di affiancarla.
Non era in sé, quindi automaticamente era giusto.
Non avrebbe ricordato, e credevo mi sarebbe andato bene.
Allungai il braccio destro per farla appoggiare a me.
Lei non si ritrasse; bensì si avvicinò con spontaneità.
Quasi mi dispiacque; non era la vera lei quella che stavo stringendo a me.
Con il viso coperto dai capelli, tirò un sospiro non pesante e avvinghiò le gambe tra le mie.
Magre, fredde, ma che avevano sprigionato il mio desiderio in tante di quelle notti solitarie.
Il profumo di vaniglia proveniente dalla sua chioma castana mi inebriò le narici, chiudendo gli occhi per un secondo.
Strecciai ogni suo nodo lentamente con le mie dita, guardando di sottecchi il suo viso impallidito e infastidito dalla luce troppo forte.
Lasciai solo accesa la lampadina e sfiorai la spallina del suo reggiseno color indaco.
Era bella, e quella volta l'aspetto fisico non centrava per niente.
Il suo respiro si era regolarizzato una volta addormentata, per me il tempo era andato fermandosi.
Come in slow motion, le labbra piene e morbide, mi richiamavano.
Era, però, quel più che mi deconcentrava dai miei obbiettivi;
Dovevo odiarla, per avere meno rimorsi dell'essere spregevole che sono stato con lei in passato.
Perché lei stava bene...
Ma era vero?
Sono passato ad odiarmi, per non esserci riuscito.
Quel che mi rimaneva era della dignità andata a male, sotto la suola delle mie scarpe.
Ancora irrigidito, rimasi di sasso quando Hayra circondò le braccia sul mio petto.
In cerca di solo calore, si muoveva inconsciamente ogni tanto.
Seguivo ogni sua azione, che smuoveva ricordi incastrati ma ripassati nella mia testa.
Avevo imparato a renderla parte costante di quel che mi accadeva attorno.
Ci eravamo conosciuti da piccoli, ma le nostre vie erano ben differenti.
E non mi riferisco alle superiori, ma bensì alle prospettive di guardare quel che ci veniva posti.
Io, nel bene e nel male, guardavo a volte in bianco e altre in nero.
Lei...lei, sfruttava il giusto equilibrio e ne estraeva un grigio.
Poteva essere scuro o chiaro a seconda di come storgeva la testa, ma i nostri occhi non hanno mai smesso di mentire.
Li ho usati;
Ho usato i suoi occhi per studiarla, per odiarla, ma delle finte lenti a contatto possono errare.
Sbagliamo tutti, anche i più buoni, come possiamo riporre la piena fiducia nella illusione di avere in mano un destino imprevedibile?
Lei, con i suoi occhi magnetici e le le sue reflessioni, mi aveva prostato inconsciamente un mondo che ignoravo.
Ero talmente occupato a farla sentire inferiore per oltrepassare i miei sensi di colpa, che avevo finito per amarla.
Ma quale codardo sarei stato, se non avessi cancellato quel-qualunquecosa-fosse-stata?
Peccato che non esiste gomma da cancellata o un "delete" sulla tastiera del computer.
Non ero uno sciocco, ma un vigliacco.
Un codardo in piena regola, finito con i buoni per ingiustizia mancata in una società malata.
E lei, che con quel suo fottuto caos, avevo rotto i miei puzzle, senza ricomporli.
Aveva lasciato il suo segno, abbastanza da farmi sconcentrare.
Non c'è futuro per chi vive nel passato, ma la mia coetanea magicamente tirava avanti.
Non stava nel pieno della sua felicità, ma sapevo che non era quello a cui puntava.
Avevo perso l'attenzione, avevo spezzato quel piedistallo che mi faceva volare per cosa?
Per lei.
Lei, lei, lei... soltanto lei.
Tanto forte da esser composta della sostanza di un esplosivo, ma anche fragile quando nessuno si perdeva ad osservarla.
Se avessi potuto sceglierla, in un primo momento non l'avrei fatto.
Ma chi mi conosce sa quanto mi piaccia complicarmi l'esistenza, anche quando i miei pezzi vanno dispersi per la casa.
Il mio cuore batteva all'impazzata, non riuscivo più a contenerlo.
Il suo gesto di bere mi aveva dato uno spunto da cui partire: era fuori di sé.
Non beveva da anni dopo quella volta in cui i suoi genitori avevano quasi picchiato Fred e in cui lei era ancora residua della sbornia per poter sentire qualcosa.
Non se lo era mai perdonata.
Con l'uscita del fratellino, aveva ripreso il vizio.
Conoscendola, certo, sarebbe stata la sua ultima volta definitiva.
Sapeva che per una buona stabilità ci voleva qualche caduta e aveva programmato persino quello, rimanendo tra le mura della sua camera.
Se si sarebbe potuta rincarnare, sarebbe stata una farfalla.
Non una delle più belle, ma una di quelle che non attira l'occhio.
Quella che, eppure, arrivava al limite nel volo.
Con le ali pitturate, si godeva quell'unico giorno che poteva vivere, piuttosto di rimanere bruco per sempre.
Spettinata, con il naso rosso dal pianto, le occhiaie solcate, le mani fredde e qualche unghia spezzata - nonostante le sue unghie rovinate e le palpebre abbassate - vedevo il suo miele passante per le iridi in cui mi perdevo.
Era inflitto nella mia mente e non ne uscivo più.
Era la più bella per me.
Lo era sempre stata.
Non avevo capito un cazzo di niente, dal primo momento in cui l'ho vista.
Non sapevo se saremmo stati l'anima gemella dell'altra, probabilmente un altra bomba a mano avrebbe fatto meno danni, ma mai prima di allora avevo cristallino quel che la mia coscienza mi imponeva.
Io l'amavo.
Amavo Hayra.
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LA FIGLIA DEL CAOS
RomanceCOMPLETATA - IN REVISIONE Trama: Hayra Stevens è una giovane alle prese con la vita. Non è mai stato facile per lei integrarsi nella società fin da piccola tra traumi e drammi. Potrà sembrare esagerato affermare già questo data la sua giovane et...
