Ci si abitua a tutto
quando non rimane più niente
-Natalia Ginzburg
Era una mattina di metà autunno quella che mi rovinò l'esistenza.
Non che fosse ridotta bene, intendiamoci, solo... non credevo fosse quello ciò che la vita aveva in serbo per me.
Avevo la febbre alta, mio fratello era a scuola.
Mi ero appena alzata dal letto, mentre trascinavo i miei piedi scalzi sul suolo non igienico.
Mi stringevo nel mio pigiama rosa.
Tremavo, ma contemporaneamente sudavo freddo.
Cercavo le medicine per alleviare la pesantezza della mia testa, il tremolio delle mie gambe, quella strana sensazione che non andava via nemmeno con una doccia.
Non me ne lamentavo, rigavo dritta in punta di piedi per non disturbare mio padre e mia madre.
Non ero molto in equilibrio e la mia cera era pessima, se non spaventosa.
Ricordo quanto il corridoio di casa fosse lungo quando lo percorrevo.
Non sapevo dove andare, ero stordita per far luce su quel che dovevo effettivamente fare.
Udii a seguito un cigolio.
Una schiena coperta da una maglietta beige portava il peso di una pesante valigia.
Quella persona era di spalle, ed io, talmente silenziosa da non farmi scoprire, rimanevo testimone di un gesto che sarebbe dovuto rimanere all'oscuro.
«Dove vai?», la mia voce si era abbassata, dovuta all'influenza di stagione che mi aveva colta.
La risposta non mi giunse, così presi il suo bagaglio.
«Papà ti sta aspettando di sotto? Era una sorpresa? Stiamo andando in vacanza? Non dirmi che ho rovinato tutto!».
Ero sempre stata sveglia, matura, nonostante l'età che avevo all'epoca.
Era una constatazione stupida, ingenua, quella che avevo avuto.
Bassa, per i miei standard.
Eppure, la feci.
E la delusione era eccessiva, nonostante fosse stato una delle mie errate teorie.
«Ti aiuto, pesa», la caricai in ascensore.
Tossii.
«Quindi? Dove andiamo?».
La portiera dell'ascensore si era spalancata, rivelando la porta poco più lontana che dava la vista sulla strada.
Afferrò il manico che tenevo saldo io.
«Non andiamo da nessuna parte. Solo io».
«Come?», la mia voce mi morì in gola, la temperatura salì drasticamente.
Vorrei si fosse trattato di lavoro, ma lei era disoccupata da sempre.
«Me ne vado».
«Vengo anch'io. Veniamo anche noi», risposi senza pensarci, stringendo la cinghia del trolley.
«Amore, questo è impossibile».
«Certo che è possibile. Tu mi vuoi! Tu... mi vuoi bene!», i miei occhi erano rossi per la febbre, le mie corde vocali minacciavano di rompersi.
Poggiò la mano sulla mia, come quando me la accarezzava per dirmi che sarebbe andato tutto bene.
Spalancai quindi le mie braccia per ricevere un abbraccio, come faceva da quando ero nata.
Lei, invece, strappò dalla mia stretta quanto di suo e si girò.
«Mamma...», sussurrai.
«Sono tua figlia. Io... ti voglio bene. Ho bisogno di te», continuavo a ripeterle seguendola.
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LA FIGLIA DEL CAOS
RomanceCOMPLETATA - IN REVISIONE Trama: Hayra Stevens è una giovane alle prese con la vita. Non è mai stato facile per lei integrarsi nella società fin da piccola tra traumi e drammi. Potrà sembrare esagerato affermare già questo data la sua giovane et...
