63. Sono un fiore colto

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Dovevo andare a ritirare delle visite mediche di mio fratello.
Così raggiunsi la macchina dopo molto tempo.
Inserii la chiave e vi entrai lentamente, poggiando fermamente le mani sul volante.
Guardavo il vetro davanti a me, il sedile vuoto al mio fianco e un giramento innocuo diede sfogo al mal di testa che mi accompagnava da diversi anni.

Mi massaggiai la spalla sinistra dolente, convincendomi che sarei dovuta partire e che non esisteva il rimandare.
Avevo aspettato troppo, dovevo riprendere il gusto di guidare, come una diciottenne che sventolava la patente nuova e quella P di principiante.

La vista mi apparve sfuocata per una manciata di secondi, ma bastò sbattere le palpebre per tornare a vedere nuovamente.
Mi sarei dovuta calmare sul serio.

Alzai il finestrino dopo un bussare fastidioso.
Aveva in parte qualche lineamento di Ash, ma non era lui...

«Hai bisogno di un passaggio?», si offrì Chase, in un sorriso.

Titubante, guardando le mie unghie conficcate sul manubrio, acconsentii.
Mi feci da parte, allacciandomi la cintura nel posto davanti.
Con totale assenza di problemi, il fratellastro del mio fardello, prese in mano la situazione e, con un retromarcia semplice, eravamo già per strada.

Sorressi la testa pesante al finestrino, guardando fuori con un immaginaria canzone stile-telefilm personalizzato su di me.

«Dove andiamo?», mi domandò senza staccare la vista dal punto che doveva raggiungere.
Era tranquillo, stranamente.
Se fosse stato per Cohen, avrebbe finito gli insulti e avrebbe cominciato a rivolgerli ad ogni macchina in linghe diverse o addirittura ad inventarle iniziando con: "E se... che dici?".

«Dal dottore, devo ritirare delle analisi».

«Per te?».

«Ah, ah, molto divertente».

Era strano, pensare a lui.
Chiamarlo per cognome, quando avevo paura di assimilare il suo nome con la mia voce.
Non sapevo più dove andar a parare.

Ash: assomigliava ad Ashish.
Beh, forse una droga faceva al caso mio.
Non avrei fatto uso di sostanze stupefacenti, mi bastava la droga leggera del fumo.
L'unica droga che avevo in me era inniettata nel cuore che, invece di sangue, pulsava veleno.
Veleno, per star iniziando a provare qualcosa per la mia nemesi.
Non si trattava di ricordare i tempi delle elementari, delle medie e a tratti del liceo, si trattava del mio presente.
Ma nel mio presente non c'era più spazio per alcun ragazzo.

***

Le lucine colorate sui balconi mi ricordò che si stava avvicinando quel periodo dell'anno.
Dovetti ammettere che mi mancava ricreare quell'aria magica, nonostante mi dispiacesse illudere il piccolo Fred dell'esistenza di quell'omone rosso che amava il latte e i biscotti.

Era la vigilia di Natale.
Le ghirlande erano appese ovunque, ad accezione del nostro quartiere che era vuoto di ogni decorazione.
Non avevo molti soldi da poter spendere per quel genere di festeggiamenti, ma decisi di dare uno strappo alla regola.

Per Fred.
E, una volta tanto, per me.
Perché credere ogni tanto aiutava.

Avevo smesso di credere nei miracoli, ma continuavo a sperare che lassù ci fosse un qualche Dio che insieme alle mie stelle vegliava su di noi.
Solo perché ero in piedi, non significava che lo ero sempre stata.
Nei momenti di debolezza ci doveva pur essere qualcuno.

Avevo addobbato ogni singola stanza con un pizzico di positività: l'albero pieno di palline colorate e luci ingombrava il salotto.
Enorme, ripienato di regali al di sotto, l'abete era contornato da strisce e una stella appuntita sulla cima.
Lei sì che poteva toccare il soffitto con un "dito".

La ghirlanda era appena, il vischio anche.
Non avrei baciato nessuno, in quanto per me simboleggiasse una scelta commerciale e un assurda credenza popolare utile quanto l'oroscopo e i suoi segni zodiacali.

Si trattava solo di fortuna.
Per esempio io sono capricorno: testarda, sì.
Ma niente a che vedere con il resto, con un qualcosa generalizzato e che non corrisponde ad ogni singola persona nata nell'asse che corrisponde ad ogni segno e così come per l'ascendente.

Avevo sistemato in scala dalla più grande alla più piccola delle calze personalizzata con i nostri nomi incisi sopra.
Tutti, eccetto quello di Ash.
Non potevo certo chiudere un occhio dopo la persona malefica che era!
Era quel che meritava, l'aveva voluta lui la guerra.

A mezzanotte spaccata sorrisi e accesi la radio.
Avevo fatto partire la Playlist di Michael Bublé che aveva svegliato tutti.

«Sei impazzita o cosa?!», gridò Ash, furibondo.

Gli occhi di Fred si illuminarono e io gli feci l'occhiolino.
Chase mi sorrise e basta, poi mi tese la mano.

«È scortese per una ragazzina accettare la mano di un uomo così grande», mi beffai di lui, guardandolo con sfida.

«Mi state dando forse del decrepito, signorina? Oh, ma io so chi potrebbe far al caso suo», mi sussurrò all'orecchio il nome di Ash.
Io rifiutai senza ripensamenti, ma accettai solo dopo aver sentito la frase "è un pessimo ballerino".

Una smorfia di prontezza si fece posto, guardandolo.
Lui evidentemente ne approfittò, ma a suo discapito aveva fallito.
Conoscevo il suo piano, e mai, mai più, mi sarei fatta mettere i piedi in testa da lui.

Si dice che chi disprezza compra.
Si dice che l'amore e l'odio sono sottili tra loro se c'è intesa.
Fra noi non era niente di tutto quello.
Non gli avevo mostrato di tenergli testa, mi ero mantenuta al mio posto.

Ma era tempo di dire basta.
Era tempo di fargli ricordare come si viveva dentro il mio uragano.
Lo stavo per ripagare con la stessa moneta, servendomi di lui.

«Cosa stai facendo? Vuoi davvero ballare?», mi sussurrò con la paura stampata in faccia.

Incredula, sotto il suo sguardo, persi certezze.
Mentre iniziavo a seguire il corpo di chi avevo davanti, capii di non essere abituata a tale tocco; tanto delicato ma passionale da farmi rabbrividire.
Mi paragonai ad un fiore colto, all'apice della sua bellezza, che veniva portato via da chi l'amava pure quando la vita l'abbandonava. Non fiatai per il resto del lento, guardandolo dritto negli occhi senza riuscire a staccare lo sguardo da lui. Occhi incastrati nei miei come la più bella poesia catastrofica incompresa e interpretata da analfabeti, non ero mai stata più stordita di allora. Io che era così razionale, non compresi cosa stesse accadendo. Eppure, sbagliato o meno che fosse, la mia anima si liberava di un grande peso. Mi sentivo accaldata, senza bisogno delle Malboro.

Alla fine del ballo, ci trovavamo talmente vicini da sentire il respiro di lui accapponarmi la pelle. Aumentai la stretta non intenzionevolmente sulla sua camicia, quasi incerta sul da farsi: se allontanarmi dalla meta tanto bramata per il gusto di rafforzarsi e lottare, o se godermi la meritata pace verso qualcosa di non definito ma malamente intrigante.

La mia mente viaggió per mari e monti, ma terminó per una scelta improvvisata e impulsiva. Mi sentiva talmente troppo accaldata, al punto da sudare freddo. Riconoscevo quella sensazione di inadeguatezza miscelata al mistero.
“Che strani i sentimenti umani”, mi ritrovai ancora a metabolizzare tra me e me.

In un battito di ciglia, mi allontanai come fossi stata scottata da un fuoco scoppiettante vicino al camino o nel mezzo di un faló nel cuore della foresta.

Corsi verso il bagno senza avvisarlo, alzando l'abito di cui mi sentiva sporca.
Fottutamente insicura, morivo sotto quegli strati di seta che pulivano il terreno che calpestavo. Mi sciacquai la faccia con acqua gelida come le cascate di montagna che da bambina amavo immaginarmi quando la mamma mi urlava contro di muovermibnel prepararsi. Inspirai ed espirai, portando una mano ai fianchi che poco fa Ash si era assunto l'incarico di stringere.

Come si era permesso?
E io come aveva potuto cadere nella trappola come una delle tante?

Ero sconvolta, per un solo ballo. Ero allibita, per una parte di sé che teneva nei meandri della sua personalità. Ero a pezzi perché qualcuno stava per oltrepassare un punto che nessuno aveva mai minimamente sfiorato.
Non poteva proseguire, non poteva.

LA FIGLIA DEL CAOSLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora