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Con Jonas ormai lontano dai campi di Colney, qualcosa nell'aria era cambiato. Lo sentivo sotto pelle ogni mattina quando mettevo piede negli spogliatoi. Non era solo un cambio tecnico, era come se ci fosse più spazio per respirare, per essere... noi stesse.

Renee Slegers, adesso alla guida piena della squadra, si muoveva in modo diverso. Più sicura, più centrata. Quando entrò per la sua prima riunione tecnica da head coach, il silenzio fu totale. Io ero seduta al mio solito posto, gambe incrociate, le mani che giocherellavano con il laccio della borraccia.

"Non sono qui per rivoluzionare tutto da un giorno all'altro" disse, incrociando le braccia, lo sguardo dritto su di noi.
"Ma sono qui per ricordarvi che avete talento, forza e intelligenza. Non vi chiederò mai di correre senza uno scopo. Voglio un gioco fluido, coraggioso, creativo. E lo costruiremo insieme."

Quelle parole mi si sono stampate dentro. Perché per troppo tempo avevo sentito il contrario. Lì, in quel momento, ho capito che qualcosa di importante stava per cominciare. E dentro di me, si era riaccesa una scintilla.

Con Renee ho ritrovato il mio posto. Mi ha rimesso nel mio ruolo naturale, quello in cui posso correre libera, vedere lo spazio prima che si apra, sorprendere. Ogni allenamento era una festa: dribbling, visione, tocchi veloci. Sentivo di nuovo il pallone scivolare come doveva sotto i miei piedi.

"Ben tornata a casa," mi ha detto Beth dopo un allenamento particolarmente intenso.

Ho sorriso, con il sudore che mi colava sulla fronte. "Casa è dove mi lasciano essere me stessa," ho risposto, mentre il mio sguardo scivolava inevitabile verso Leah. Era al bordo campo, si asciugava il viso. Non ci parlavamo ancora, ma i nostri occhi... be', quelli non avevano mai smesso di cercarsi.

Pochi giorni dopo sono arrivate due nuove giocatrici. Chloe Kelly, una che conoscevo di vista, ha subito portato una ventata di allegria. L'abbraccio con Leah è stato quasi commovente.

"Mi stavi mancando" le ha detto Leah, con quella voce che le viene fuori solo quando si emoziona.

"E tu a me. Qui sento che può succedere qualcosa di grande," ha risposto Chloe. E io, nel mio angolo, ho sorriso. Era bello vedere energia nuova.

Ma è stato quando Mariona ha varcato la soglia dello spogliatoio che mi si è fermato il cuore. "Mariona!" ho urlato prima ancora di realizzare. Mi sono alzata di scatto, le sono corsa incontro. "Dios mío!" ha esclamato anche lei, stringendomi forte.

"Non posso credere che sei qui. Davvero... è la sorpresa più bella che potessero farmi."

"È successo tutto così in fretta... il Barça ha fatto delle scelte, diciamo... strategiche."

Ho annuito. Capivo fin troppo bene.

"Qui starai bene. Ti aiuto io. Promesso."

E l'ho fatto davvero. Le ho mostrato Londra, i caffè del nord, l'ho aiutata a sistemare casa e a decifrare il caos dell'accento londinese.

"Se sopravvivi a Katie McCabe che ti urla dietro, puoi sopravvivere a tutto," le ho detto un giorno a Camden. Lei ha riso forte.

"Non ho dubbi."

Pochi giorni dopo, l'atmosfera si è fatta più pesante. Vivianne Miedema, la nostra Vivi, ha annunciato il suo addio. Una conferenza stampa commovente, lei forte ma con la voce che a tratti le tremava.

"Essere parte dell'Arsenal ha significato più di quanto io riesca a esprimere. Sono arrivata qui da ragazza. Vado via da donna. Parte del mio cuore resterà sempre qui."

Ci ha guardate, una a una. Kim, Beth, Leah. E me. Mi ha colpito più di quanto pensassi. Mi sono alzata per abbracciarla. Forte.

"Non sarà lo stesso senza di te."

"Nemmeno per me. Ma ci ritroveremo."

La settimana è volata, e il match contro il Brighton era l'ultimo prima della sosta per le nazionali. Io già immaginavo il ritiro con l'Italia, gli allenamenti in azzurro. Ma il destino, si sa, ha sempre piani suoi.

La partita è iniziata alla grande. Renee ci urlava "Bravissime!" a ogni passaggio. Io mi sentivo una furia. Ho segnato il primo gol con un inserimento perfetto: controllo, dribbling secco, tiro rasoterra. Poi il secondo: scavetto dopo aver dribblato il portiere. I tifosi urlavano il mio nome. "LUCIA! LUCIA!"

Ero al settimo cielo.

Poi, all'improvviso... il tonfo.

Un contrasto duro, in ritardo. Sono caduta male. Il dolore è arrivato subito, lancinante. Il ginocchio. Maledizione. Mi sono messa le mani sul volto, cercando di non urlare. Ma l'ho fatto lo stesso.

"Lucia! Ti prego, dimmi qualcosa!" La voce di Leah, vicina, disperata.

"Il ginocchio... cazzo, Leah... fa male."

Il medico è arrivato in fretta. Io cercavo di non piangere, ma era inutile. Il verdetto è arrivato poco dopo: distorsione al collaterale mediale. Niente nazionale. Forse anche qualche match di Champions saltato. Tre settimane ferme. Minimo.

Sono rimasta a Brighton per altri controlli, mentre la squadra tornava a Londra.

Quel pomeriggio, sul pullman di ritorno, Leah sedeva accanto al finestrino. Ogni tanto girava lo sguardo verso il sedile dove avrei dovuto esserci io, ma era vuoto.

Katie si sedette accanto a lei.
"Ti fa male vederla così, eh?"
Leah annuì, senza distogliere lo sguardo.
"Non gliel'ho mai detto, ma... non riesco a smettere di pensare a lei."
Chloe, che stava ascoltando la conversazione dal suo posto, sorrise con dolcezza.
"Allora forse è ora che inizi a fare qualcosa a riguardo."

Fuori dal vetro, Londra si avvicinava sotto un cielo denso e grigio. Leah ripensava alle immagini dell'infortunio. Vederla cadere così, dolorante, le aveva lasciato qualcosa di tagliente nel petto. Un'emozione che non riusciva più a ignorare.

E mentre Londra tornava a farsi grigia sotto il cielo di febbraio, il cuore dell'Arsenal si stringeva: una stella si era fermata, ma la squadra doveva continuare a brillare.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora