La mattina seguente mi svegliai con il suono insistente delle notifiche sul telefono, un trillo dopo l'altro, senza tregua. Lo afferrai a tentoni dal comodino, ancora intorpidita dal sonno, e per un attimo temetti il peggio: magari avevo postato qualcosa per sbaglio, scritto un messaggio a chi non dovevo, o peggio... magari qualche foto era finita online.
Con il cuore che batteva forte, sbloccai lo schermo. Ma non ero preparata a quello che vidi.
Il mio sopracciglio si alzò in automatico. Un'intervista. Lucy e Keira.
Il titolo già da solo bastava a farmi stringere la mascella: "Un amore rinato: la nostra storia da Manchester a oggi". E più scorrevo, più mi sembrava di leggere qualcosa scritto per ferire. Lucy aveva definito la nostra relazione "un male necessario", una parentesi scomoda e insignificante nel percorso che l'aveva riportata da Keira.
Lessi e rilessi quella frase almeno tre volte. Un male necessario.
Non provavo più nulla per lei. No. Era una certezza. Ma mi colpiva ugualmente. Forse perché ricordavo con troppa chiarezza le parole che mi aveva detto, le promesse, i sorrisi sussurrati la sera prima di addormentarci. Ricordavo quando sua madre mi aveva detto che ero stata l'unica ragazza che Lucy avesse mai portato a casa per Natale. E ora... un errore.
Un'altra fregatura.
Un altro rapporto falso.
Un'altra persona che aveva detto di amarmi e poi si era voltata altrove senza alcuna esitazione.
Controllai i commenti. Stranamente, non ce n'erano molti contro di me. Anzi. La maggior parte della gente mi difendeva. Forse perché quella definizione, detta con così poco tatto, non era passata inosservata. Forse, per una volta, la gente vedeva le cose come stavano.
Contemporaneamente, in alto sullo schermo comparvero due nuovi messaggi: uno da Martina, uno da Alexia. Entrambe mi chiedevano se avevo letto la notizia. Se stessi bene.
Sospirai profondamente e mi voltai sul fianco. Leah dormiva ancora, pacifica, coperta solo da un lenzuolo bianco che le accarezzava la schiena nuda. La guardai a lungo. Non potevo sapere se quello che avevamo sarebbe durato, ma lo sentivo... con lei era diverso. Era nei suoi occhi, nei suoi gesti, nel modo in cui mi sfiorava come se fossi qualcosa di raro. Leah era... luce.
Le accarezzai piano i capelli, poi le baciai la tempia e uscii dal letto in punta di piedi.
In cucina, mentre il caffè borbottava nella moka, risposi velocemente a Martina con un semplice: "Sto bene. Ne parliamo dopo."
Poi scrissi ad Alexia:
"Sì, ho visto. Non so nemmeno cosa dire."
Nemmeno il tempo di posare il telefono sul tavolo che partì una videochiamata.
«Hola, mi niña bonita,» disse Alexia, il suo sorriso immediato e luminoso. «Avevo bisogno di vedere la tua faccia.»
Sorrisi, anche se un po' tirata.
«Ce l'hai davanti, ora.»
«Hai letto tutto, vero?»
Annuii. «Purtroppo sì.»
Alexia scosse la testa, gli occhi pieni di indignazione. «Quella frase... un male necessario. Ma chi si crede di essere? È stata una grandissima stronza. Tu sei stata importante, Lucia. E questo lei lo sa.»
«Non importa più.» risposi piano. «Non provo nulla per lei. Ma fa male leggere quelle cose. Fa male rendersi conto che qualcuno che hai amato... ti ha usata solo come ponte per tornare dove voleva.»
Alexia annuì, seria per qualche secondo. Poi però tornò a sorridere con fare più malizioso. «Ma adesso c'è Leah.»
Alzai un sopracciglio. «E quindi?»
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
