I giorni a seguire furono tra i più faticosi della mia vita, sia da un punto di vista fisico che emotivo. Ogni muscolo del mio corpo sembrava urlare per gli allenamenti intensi, ogni angolo della mia mente era assorbito da mille pensieri... eppure, da quando Leah ed io ci eravamo confessate di amarci, c'era una parte di me che si sentiva finalmente in pace. Il cuore era leggero, anche se il resto era sotto pressione.
Con l'ultima, decisiva sfida contro il Chelsea dietro l'angolo, Renée e tutto lo staff erano diventati quasi maniacali nei controlli. Ogni giorno ci sottoponevano a esami specifici per escludere infortuni latenti, sessioni extra di fisioterapia per sciogliere i muscoli più contratti, e allenamenti tattici talmente minuziosi che alla fine della settimana conoscevo più i movimenti delle giocatrici del Chelsea che quelli delle mie compagne.
Ma almeno a casa, io e Leah riuscivamo a staccare. Una bolla tutta nostra, dove il calcio restava fuori dalla porta d'ingresso. Passavamo ore a raccontarci pezzi delle nostre vite, a scoprire nuovi lati l'una dell'altra. Avevamo iniziato una nuova serie tv — un poliziesco che ci teneva incollate al divano — ed era diventato il nostro piccolo rituale. Ma più dei grandi gesti, erano i piccoli dettagli a riempirmi il cuore: il suo sorriso quando le portavo il caffè con il suo cucchiaino preferito, i fiori freschi che trovavo sul tavolo, il modo in cui mi lavava la maglia porta fortuna senza che nemmeno glielo chiedessi.
Agli occhi degli altri forse erano sciocchezze, ma io sapevo che era in quei gesti che viveva l'amore vero.
Con l'avvicinarsi della partita, però, i pensieri legati alla mia carriera tornavano a tormentarmi. Paola, la mia agente, era arrivata in città e aveva fatto la sua comparsa direttamente al centro sportivo, presentandosi a Renée a bordo campo durante una sessione.
"Quella chi è?" mi sussurrò Leah, seguendo la scena con lo sguardo sospettoso.
"È Paola," risposi, cercando di sembrare più tranquilla di quanto fossi. "La mia agente."
"Significa che..." lasciò la frase sospesa, il timore nei suoi occhi era palpabile.
Scossi la testa. "Non ho ancora deciso niente. E come ti ho detto... ora penso solo alla partita."
Era vero, almeno in parte. Ma la verità era che ci pensavo eccome. Continuamente. Il Barcellona o l'Arsenal? La carriera o Leah? La mente si contorceva ogni volta che cercavo di dare una risposta.
Paola cercò più volte di affrontare il discorso con me. Alla fine, dopo un allenamento, decidemmo di pranzare insieme in un piccolo ristorante appartato per parlare con calma.
"Lucia, l'Arsenal ti vuole davvero," mi disse, appoggiandosi al tavolo con aria seria. "Hanno aggiunto sponsor importanti al pacchetto. Hanno fatto dei movimenti di mercato mirati. Vogliono costruire qualcosa di grande... e cominciare da te."
"Lo so," sussurrai, girando il cucchiaino nel caffè senza berlo.
"Capisco la tua confusione," continuò Paola, abbassando la voce. "E ti giuro che non ti forzerò in nessuna direzione. Ma dobbiamo parlare anche con il Barcellona. Dopo la finale di Champions, magari."
Annuii, senza aggiungere nulla. In fondo sapevo che aveva ragione. Il problema era che ogni scelta sembrava comportare una rinuncia troppo grande.
Quando tornai a casa quella sera, Leah era già lì, seduta sul divano, la coperta sulle gambe e la serie tv pronta a partire.
"Com'è andato il pranzo?" mi chiese con dolcezza.
"È stato... istruttivo," sorrisi, sforzandomi di non lasciar trapelare le emozioni. "Ma ti prometto che il mio cuore e la mia testa, adesso, sono qui. Con te. E con questa maglia."
Leah si alzò, venne verso di me e mi prese il viso tra le mani. "Qualunque cosa tu decida... io sarò orgogliosa di te."
Le sue parole mi strinsero il cuore in una morsa.
Finalmente arrivò il giorno. Chelsea - Arsenal. L'ultima giornata di campionato. Dentro o fuori.
Lo Stamford Bridge era una bolgia. Quando entrammo in campo e il pubblico ruggì, mi venne letteralmente la pelle d'oca. Il suono era così potente che mi sembrava di sentirlo vibrare nello stomaco.
Guardai rapidamente verso gli spalti: tra la folla riconobbi Amanda, la mamma di Leah, che agitava una sciarpa con il nostro stemma. C'era anche Paola, accanto a Martina, venute entrambe per sostenermi. E da qualche parte, c'era anche Aurora, tifare per Nathalie Björn, la sostituta di Millie Bright.
La formazione ufficiale ci colse un po' di sorpresa: Leah partiva dalla panchina. Anche Alessia. Ma mi fidavo di Renée. Ci aveva portate fin lì.
Il fischio d'inizio fu come il segnale di una battaglia. Partimmo fortissime, e loro pure. Ogni pallone era una guerra. Nathalie Björn mi marcava stretta come un'ombra. Sembrava anticiparmi ogni volta, come se leggesse nei miei pensieri.
Di tanto in tanto lanciavo uno sguardo verso Leah: era in piedi vicino a Renée, si muoveva nervosamente sulla linea laterale come una tifosa qualsiasi. I suoi occhi brillavano di tensione pura.
Alla fine del primo tempo, Renée prese una decisione: Leah e Alessia sarebbero entrate subito alla ripresa. "Riscaldamento continuo," disse, senza ammettere repliche.
Negli spogliatoi, il discorso fu uno dei più belli che avessi mai sentito.
"Ragazze," iniziò Renée, guardandoci una ad una, "a loro basta un pareggio. A noi serve il coraggio. Dobbiamo inventare qualcosa. Lasciate stare gli schemi. Lucia..." mi chiamò, puntandomi gli occhi addosso, "hai raccontato di come giocavi nei vicoli di Napoli. Di come credevi che ogni tiro fosse possibile. Ricordatelo. Sognate. Create. Questo è il momento."
Uscii dagli spogliatoi con il cuore che batteva all'impazzata. E quando vidi Leah posizionarsi in difesa, con la sua calma fiera, sentii che niente era impossibile.
La partita riprese e noi diventammo un'altra squadra. Tiki taka, cambi di gioco rapidi, pressing alto. Sembravamo moltiplicate in campo.
Poi arrivò il momento che non dimenticherò mai.
Leah, con uno dei suoi lanci perfetti, mi servì il pallone. Avevo Alessia che si inseriva alla mia destra. Tutti si aspettavano che passassi a lei, anche le difensore del Chelsea che scattarono in massa su quella linea.
Ma non lo feci.
Mi accentrai, vidi lo spiraglio... e calciai.
La palla volò veloce, precisa, infilandosi sotto l'incrocio dei pali.
Per un attimo restai immobile, incredula. Poi sentii Katie urlare il mio nome, sentii le sue braccia che mi sollevavano da terra.
Avevamo segnato. Stavamo vincendo.
Il Chelsea cercò disperatamente di rispondere, ma Leah era un muro invalicabile. Con lei in difesa sembrava impossibile superare la nostra metà campo.
E poi, nei minuti di recupero, il colpo di grazia: riuscii a crossare una palla perfetta per Alessia, che fece una rovesciata da manuale. Quando il pallone gonfiò la rete, lo stadio cadde nel silenzio.
Pochi secondi dopo arrivò il fischio finale.
Leah mi corse incontro. Era in lacrime. La strinsi forte, con tutta la forza che avevo.
"Ce l'abbiamo fatta, amore mio," le sussurrai nell'orecchio.
Lei non riusciva neppure a parlare, rideva e piangeva allo stesso tempo.
Amanda e Paola riuscirono a raggiungerci a bordo campo. La mamma di Leah ci abbracciò entrambe, piangendo.
"Sono così orgogliosa di voi," disse, baciandoci sulla testa una dopo l'altra.
La coppa ci aspettava. La festa era solo all'inizio.
Ma in quel momento, tutto quello che volevo era tenere Leah tra le braccia, con il cuore che batteva ancora all'unisono con il suo.
Non avevo ancora preso la mia decisione per il futuro.
Ma una cosa era sicura: quello, quello era il mio posto.
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Il cuore nel pallone
Fiksi PenggemarLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
