51

328 21 0
                                        

L'alba filtrava a fatica attraverso le tende leggere del soggiorno, disegnando ombre tremolanti sul tappeto. Non avevo chiuso occhio. Non succedeva quasi mai, ormai. Il dolore alla gamba sinistra si faceva sentire puntuale ogni mattina, come una sveglia crudele che mi ricordava cosa avevo perso.

Mi stiracchiai piano, cercando di distendere la gamba come mi aveva insegnato la fisioterapista. Mi sedetti sul tappeto, il pigiama incollato alla pelle sudata e il respiro già affannato prima ancora di cominciare. Allungai le braccia in avanti, cercando di piegarmi lentamente. Le mani tremavano, il muscolo mi tirava come se stesse per strapparsi. Avevo già gli occhi lucidi.

A metà movimento, una fitta acuta mi trafisse come una lama. Mi sfuggì un gemito strozzato, e crollai indietro.

«Merda...» sibilai, chiudendo gli occhi e battendo il pugno sul pavimento.

Rimasi lì, a fissare il soffitto come se potesse offrirmi una risposta. Ma non c'era niente, solo il silenzio di una casa che ormai mi sembrava troppo grande, troppo vuota. Ero bloccata in un loop fatto di esercizi impossibili, terapie lente, e giornate tutte uguali. Il calcio mi aveva definita per tutta la vita. Ora che non potevo più giocare, chi ero?

Mi sentivo smarrita. Fragile. Inutile.

Eppure, un pensiero mi tornava sempre in mente, ostinato come una vecchia canzone che non vuoi ascoltare ma non riesci a dimenticare: la sfida contro il Barcellona. Poco più di un mese e mezzo. Una follia. Ma era l'unico obiettivo a cui riuscivo ad aggrapparmi.

Quando Leah rientrava a casa dagli allenamenti, cercavo sempre di mascherare tutto con un sorriso stanco. A volte andavo a chiudermi in camera con la scusa del riposo. Ma lei... mi conosceva troppo bene.

Una sera, rientrò prima del solito. Avevo avuto una crisi poco prima. Non riuscivo a respirare. Mi ero trascinata in bagno e mi ero seduta sul pavimento, schiena contro il muro, braccia appoggiate alle ginocchia, testa china.

Il cuore batteva ancora forte quando la sentii chiamarmi.

«Lucia...?» La sua voce era un sussurro preoccupato. Poco dopo era accanto a me, inginocchiata. Le sue dita sfiorarono le mie.

«Sto bene,» dissi, mentendo spudoratamente, senza neanche guardarla.

Non mi rispose subito. Mi prese semplicemente la mano e la strinse piano. Quel gesto silenzioso mi fece tremare più di qualsiasi parola.

Si alzò, versò un bicchiere d'acqua e tornò a sedersi accanto a me.

«Lo so che è dura,» disse con calma. «Non devi fingere con me.»

Mi voltai verso di lei. I miei occhi erano pieni di lacrime. Cercai di trattenerle, ma non ce la feci.

«Mi sento... inutile,» dissi a bassa voce. «Non riesco nemmeno a piegarmi senza urlare. Non so se ce la farò per la partita. Non so se ce la farò, punto.»

Leah mi accarezzò i capelli con delicatezza, come se ogni singolo tocco potesse guarire una parte di me.

«Ce la farai. Anche se non sarà per quella partita. Ma tornerai, Lucia. E io sarò qui, ogni singolo giorno. A tenerti la mano. A cucinarti la pasta anche se so che la preferisci come la fa mia madre. A portarti quei gelati stupidi con i gusti che detesto.»

Mi sfuggì una risata, strozzata ma sincera. Mi asciugai le guance con la manica della felpa.

«Vaniglia e fragola.»

«Orrendi,» disse lei con una smorfia teatrale.

Ci guardammo in silenzio. In quegli occhi trovai qualcosa che mi dava forza, un'ancora nel caos.

Leah si avvicinò, poggiò la fronte sulla mia.

«Non devi essere forte per tutti,» mormorò. «Ma per te stessa sì. E io sarò il tuo rinforzo.»

Nei giorni che seguirono, Leah fece di tutto per alleggerire il peso che portavo sulle spalle. Quando non era al campo o in trasferta, si prendeva cura di ogni dettaglio. La trovavo a cucinare, a sistemare i cuscini sul divano, a prepararmi il ghiaccio. E poi c'erano quei piccoli gesti che mi commuovevano più di quanto avrei ammesso: i bigliettini lasciati in giro, tipo "Hai già vinto oggi: ti sei alzata dal letto" o "Anche Alexia si è rotta i legamenti, giusto per dire."

Ogni sera tornava con qualcosa. Una volta una candela nuova — lavanda e menta, "per rilassarti". Un'altra, una coperta termica per la gamba. Poi un peluche a forma di pallone con sopra scritto "Non smettere mai di crederci". Lo avevo messo sul comodino. Lo guardavo ogni mattina.

Il nostro rapporto cresceva in silenzio. Non erano i baci o le carezze a renderlo speciale, ma il modo in cui ci prendevamo cura l'una dell'altra, senza pretendere niente.

Una sera, eravamo sul divano a guardare un film. Non ricordo neanche quale. La mia testa era appoggiata sulla sua spalla, e lei accarezzava piano il mio braccio con il pollice.

Mi voltai verso di lei.

«Sai... a volte penso che tu sia arrivata nella mia vita proprio quando stavo per perdermi.»

Leah non disse niente. Mi sfiorò il viso con le dita, poi mi tirò un po' più vicina, stringendomi in un abbraccio che sapeva di casa.

Fuori, Londra brillava sotto un cielo che non prometteva stelle. Dentro, il tempo sembrava essersi fermato. Non sapevo se sarei riuscita a tornare in campo in tempo. Ma una cosa la sapevo con certezza.

Non avrei affrontato quel dolore da sola.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora