Non mi ero mai sentita così vuota. Dopo l'infortunio, qualcosa dentro di me si era spento. Il dolore fisico? Quello era il meno. Era tutto il resto a consumarmi: il silenzio, il senso di perdita, la mancanza di uno scopo. Passavo le giornate sul divano, con la gamba fasciata e lo sguardo perso nel vuoto, come se stessi cercando qualcosa che sapevo di non poter più trovare.
Leah c'era. Sempre. Compariva con una tazza di tè caldo al miele e limone, quello che adoravo, e preparava piatti semplici, curandosi di ogni dettaglio. Non parlava molto, ma la sua presenza era una costante che mi confortava più di quanto riuscissi a esprimere. Eppure, ogni volta che qualcuno nominava il calcio, abbassavo gli occhi. Come se il dolore che sentivo fosse una vergogna, qualcosa da nascondere.
Non parlavamo davvero, non come prima. Ma... c'era qualcosa, un filo sottile, fragile, che sembrava tornare a tendersi piano piano tra noi.
Una sera, arrivò con una tazza fumante in mano. Il profumo mi colpì subito: cioccolata calda, con tanta panna. La mia coccola preferita nei giorni peggiori.
«Eccola qua» disse con un mezzo sorriso, sedendosi accanto a me. Mi accarezzò piano il braccio, e io sentii quella carezza arrivarmi dritta dentro.
"Sabato giochiamo a Wembley, contro il Portogallo. Mi chiedevo se... ti andasse di venire. Ho riservato un posto per te, con la mia famiglia."
La guardai sorpresa. Poi abbassai gli occhi sulla cioccolata. «Non lo so, Leah... Non credo di essere dell'umore giusto. E poi... è una partita della nazionale inglese», dissi con un mezzo sorriso, cercando di alleggerire l'aria.
Lei rise piano. «Non ti chiedo di tifare per noi. Solo... pensavo potesse farti bene. Un po' di gente, l'atmosfera dello stadio... E poi, mi farebbe piacere averti lì.»
Rimasi in silenzio per qualche istante. Poi annuii piano. «Ci penserò.»
E ci pensai davvero. Eccome.
Il giorno della partita mi svegliai presto, dopo una notte quasi del tutto insonne. Mi sedetti in cucina con una tazza di caffè tra le mani fredde. Guardai fuori dalla finestra: il cielo grigio di Londra sembrava sussurrarmi di restare a casa. Eppure... qualcosa dentro di me si muoveva. Forse Leah aveva ragione. Forse avevo bisogno di tornare a respirare.
Scelsi qualcosa di comodo: una tuta grigia, il mio maglione oversize preferito, e il giubbotto imbottito. Mi raccolsi i capelli in uno chignon disordinato. Niente trucco. Solo il coraggio.
Appena arrivata a Wembley, un membro dello staff mi riconobbe e mi accompagnò al mio posto. Una zona tranquilla, leggermente rialzata, con una vista perfetta sul campo. Quando mi sedetti, notai la donna accanto a me. Lunghi capelli rossi, eleganza semplice, occhi caldi. Accanto a lei, un ragazzo alto, con lo sguardo sveglio.
«Tu devi essere Lucia», disse lei con un sorriso. «Io sono Amanda, la mamma di Leah. Mi ha parlato molto di te.»
Le strinsi la mano, un po' imbarazzata. «Piacere mio... E immagino tu sia Jacob?»
«Colpevole», disse il ragazzo, sorridendo. «Benvenuta nella follia dei Williamson.»
Per la prima volta dopo giorni, risi. Una risata vera, profonda. Quella famiglia, anche se appena conosciuta, mi faceva sentire stranamente a casa.
Quando le squadre entrarono in campo e lo speaker cominciò a leggere i nomi, un brivido mi attraversò. E poi la vidi. Leah, in mezzo al prato, con la fascia da capitana al braccio. Brillava. Sembrava nata per stare lì.
La partita fu intensa. Non volevo, ma mi ci ritrovai dentro. Quando Hemp segnò, applaudii. Al secondo gol, firmato Russo, mi alzai in piedi per istinto. Poi, imbarazzata, mi sedetti di nuovo. Amanda mi guardava con un sorriso divertito.
«È contagioso, vero?»
Annuii, ancora un po' sorpresa da me stessa. «Sì... non me lo aspettavo.»
Ma non riuscivo a non guardare anche più in là. La famiglia di Lucy era seduta qualche fila più avanti. E quando il mio sguardo scivolò sul campo fino a lei, la vidi: grintosa, concentrata, con quella luce negli occhi che conoscevo bene.
Dopo la partita, Amanda mi posò una mano sulla spalla. «Vieni con noi al box dell'ospitalità? Così aspettiamo Leah insieme.»
Esitai. Una parte di me voleva fuggire. Ma annuii. Non potevo continuare a scappare.
Il box era pieno di voci, risate, calore. Freddie e Cece mi corsero incontro come proiettili, abbracciandomi.
«Lucia!»
«Ehi, voi due! Ma quanto siete cresciuti?» dissi, stringendoli con affetto.
Poi arrivò Jorge, il fratello di Lucy, con sua moglie. Un saluto cortese, poche parole. Tutto tranquillo. Fino a quando arrivò anche lei.
Lucy.
Il nostro sguardo si incrociò, e mi mancò il respiro.
Si avvicinò con un mezzo sorriso. «Londra ti dona, sai?»
La guardai, cercando di restare impassibile. «Mi fa bene cambiare aria, questo sì.»
Il silenzio che seguì era pieno di tutte le parole non dette. Lucy sembrava sul punto di dire qualcosa, ma in quel momento, come un'ancora, arrivò Leah.
«Scusate il ritardo... Lucia, vieni? Ti presento un paio di amiche mie. E mamma ti sta cercando.»
La guardai come se mi avesse appena tirata in salvo. «Sì, certo.»
Uscii da quel box senza voltarmi. Lasciai Lucy, e tutto quello che rappresentava, lì, dove apparteneva: nel passato.
Camminammo per qualche minuto, poi Leah si voltò verso di me, con gli occhi pieni di preoccupazione.
«Tutto ok?»
Feci un respiro profondo. «Sì... grazie a te.»
Lei mi sorrise e mi prese la mano. «Per te, sempre.»
E per la prima volta, dopo tanto tempo, pensai che forse, solo forse, stavo iniziando davvero a guarire.
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
