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La settimana era stata tesa fin dall'inizio. Lo sentivo nell'aria appena varcato il cancello del centro sportivo, come se un peso invisibile si fosse appoggiato sulle nostre spalle e nessuna riuscisse a scrollarselo di dosso. E non era solo il campo a essere impregnato di nervosismo: anche a casa, tutto sembrava congelato. Persino l'aria tra le mura dell'Arsenal era diventata pesante, come se ogni respiro costasse più fatica del solito.

Jonas mi aveva messa di nuovo in una posizione che non sentivo mia, lì davanti, troppo vicino alla porta avversaria. Attaccante centrale. Non ero a mio agio, non riuscivo a trovare il mio ritmo, a capire i tempi giusti. Ma a quanto pareva, la mia opinione non contava molto. Jonas aveva deciso, e quando lui decideva, non c'era spazio per il dialogo.
Ogni errore diventava motivo per una sfuriata. Ogni fallo, una scusa per sbraitare. Urlava. Ogni giorno di più. Ogni volta che sentivo il mio nome pronunciato a volume troppo alto, mi si irrigidivano le spalle. E poi c'erano i compiti punitivi, gli esercizi extra, come se sbagliare fosse un crimine imperdonabile.

E in tutto questo caos, io e Leah...non ci parlavamo più.

Non so nemmeno quando è iniziato esattamente il silenzio tra noi. Forse dopo un battibecco nello spogliatoio in cui le nostre parole sono esplose come mine nascoste a causa di tutto lo stress che ci trasmetteva l'allenatore. Da allora, quando Leah entrava in casa, io guardavo altrove. E lei faceva lo stesso. Nessuna parola. Nessun contatto visivo. Solo silenzi. E quei silenzi gridavano tutto quello che non riuscivamo più a dirci.

In campo, non era diverso. Anzi, peggio. Jonas aveva deciso che Leah dovesse marcarmi durante gli allenamenti. Non so se l'abbia fatto per strategia o per sadismo. Ogni volta che ci scontravamo, ogni contrasto era fisico, teso. Le sue mani finivano sul mio fianco, sul mio braccio, sulla mia schiena. E le mie sul suo petto, sulle sue anche, sulle sue spalle.
Era come se il destino si divertisse a farci toccare senza che potessimo davvero sfiorarci. Ogni contatto era carico di rabbia, desiderio, dolore. Una guerra fredda fatta di sguardi evitati e pelle che bruciava per colpa di un solo secondo di troppo.

Tutte nella squadra se n'erano accorte. Kim, soprattutto. Lei vedeva sempre tutto. Ma scelse di non intervenire. Forse aspettava che fossimo noi a sistemare le cose. Peccato che né io né Leah sembravamo intenzionate a fare il primo passo. Orgoglio? Paura? Forse entrambe.

Poi, un giorno, durante una pausa a bordo campo, la dirigenza ci comunicó l'esito dei sorteggi dei quarti di Champions. Mi ero seduta con la borraccia in mano e il cuore già affaticato, ma quando ho sentito quelle parole, mi si è gelato il sangue.

Real Madrid. Affronteremo il Real Madrid.

Ho guardato Leah. Non ci siamo dette nulla. Solo uno sguardo fugace, pieno di consapevolezza. Era una sfida enorme.
Ma ancora più scioccante è stata la notizia successiva: il Barcellona avrebbe affrontato il Benfica. E le vincenti? Si sarebbero scontrate in semifinale.
Arsenal e Barça. Era come una profezia. E dentro di me, sapevo già che non sarebbe stato semplice. Né sul campo, né fuori.

Il giorno della partita contro l'Everton è arrivato in fretta, troppo in fretta. L'atmosfera nello spogliatoio era pesante, tesa come una corda sul punto di spezzarsi. Io partivo titolare, di nuovo là davanti. Ma dentro di me sapevo che non avrebbe funzionato. I miei movimenti erano meccanici, le connessioni con le altre attaccanti inesistenti. Mi muovevo troppo in avanti, troppo sola. E la difesa dell'Everton mi leggeva come un libro aperto.

Abbiamo perso. 2-0. Una sconfitta netta. E la frustrazione era scritta sui nostri volti, ma soprattutto su quello di Jonas. Sembrava un uomo sull'orlo di un baratro. Non bastava più la grinta. La dirigenza era furiosa. E le voci di un possibile esonero cominciavano a diventare più insistenti.

Poi, pochi giorni dopo, è successo.

"È finita," ha detto Leah, mostrandomi un e-mail inviata dalla dirigenza sullo schermo del suo telefono.

Jonas Eidevall era stato esonerato.

L'ho guardata, sorpresa. Non pensavo che sarebbe davvero successo, ma una parte di me ha tirato un sospiro di sollievo.
"Non mi aspettavo che sarebbe finita così" ho detto piano "ma forse era la cosa giusta."

Leah ha annuito, con una tristezza negli occhi che non le vedevo da tempo. "Lo so. Forse sì."

Al suo posto è arrivata Renee Slegers, la vice. Come allenatrice ad interim. Non avevamo molte scelte, ma forse...forse era ciò di cui avevamo bisogno. Qualcuno che ci guidasse senza rabbia, con equilibrio.

E mentre ci preparavamo per il Real Madrid, il silenzio tra me e Leah continuava a essere un muro alto e spesso. Una barriera che nessuna delle due trovava il coraggio di abbattere. La Champions ci aspettava, implacabile. Ma le battaglie più dure, quelle vere, si combattevano lontano dagli stadi. Dentro le nostre teste. E, soprattutto, dentro ai nostri cuori.

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