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L'aria al centro sportivo nei giorni che precedevano la partita era elettrica. Densa. Ogni parola, ogni gesto, ogni passo sembrava più pesante, più carico di significato. Avevamo tutte la stessa consapevolezza: quella sarebbe stata l'ultima occasione per agganciare il Chelsea. E lo sapevamo bene che loro non ci avrebbero regalato niente.

Renée cercava in ogni modo di mantenere il gruppo concentrato, ma non rigido. Voleva che restassimo lucide, vive, libere. Più di una volta, durante gli allenamenti, ci aveva fermato tutte e aveva iniziato a parlare, come fa lei, con quella voce calma ma ferma, che riesce a entrarti sotto pelle.

«Lo so che sentite la pressione,» disse un giorno, mentre il vento muoveva le reti delle porte come se anche loro avessero i nervi a fior di pelle. «E va bene così. La pressione significa che siete dove dovete essere. Ma non dimenticate mai perché giocate. Non dimenticate la prima volta che avete dato un calcio a un pallone. Quella sensazione. La libertà, la gioia, l'adrenalina. È quello che ci farà vincere. Non la paura. Non la tensione. Ma la passione. Il divertimento. E fidatevi... chi si diverte, vince.»

Quelle parole, così semplici, così vere, mi rimasero dentro. Me ne accorsi il giorno della partita. Manchester United, in casa. Loro contro il Manchester City, fuori casa. Noi con il supporto dei nostri tifosi. Loro senza. Un dettaglio che, nel calcio, non è mai un dettaglio.

Lo spogliatoio era silenzioso, teso come una corda di violino, finché Leah non si alzò in piedi. Indossava la fascia al braccio e la maglia dell'Arsenal, come aveva fatto per tutta la vita. Il rosso su di lei sembrava più vivido, come se non fosse tessuto, ma pelle. Si guardò intorno. I suoi occhi incrociarono i miei per un attimo. Poi cominciò a parlare.

«So che ognuna di voi sente questa partita nella pancia, nel cuore, nei muscoli. È normale. Ma voglio dirvi una cosa... io questa maglia l'ho indossata praticamente da quando sono nata. Prima da tifosa. Poi da calciatrice. E non c'è un giorno, neanche uno, in cui non abbia dato tutto per questi colori. Questa maglia per me non è solo una divisa. È casa. È famiglia. È orgoglio. E quando perdiamo, io soffro il doppio. Quando vinciamo... vinco il doppio.»

Fece una pausa. Il suo sguardo era carico di fuoco.

«Quindi oggi, vi chiedo una cosa: giochiamo per noi. Per chi ci ha creduto, per chi ci ama, per chi canta sugli spalti anche sotto la pioggia. Giochiamo per chi siamo. Per quello che abbiamo costruito. Perché siamo forti, siamo unite, e possiamo farcela. E se qualcuna di voi, anche solo per un secondo, pensa che non sia possibile... guardatemi. Perché io ci credo con tutta me stessa. E oggi, andiamo là fuori e dimostriamo a tutti chi siamo. Forza Arsenal.»

Un applauso esplose nello spogliatoio. Un urlo collettivo. Brividi.

Quando entrammo in campo, lo stadio era un muro rosso. Le bandiere, i cori, i volti dei tifosi che si stringevano a noi anche solo con lo sguardo. Sentii l'adrenalina nelle vene come benzina.

Il Manchester United era forte. Non ci avrebbe reso la vita facile. Ella Toone, Grace Clinton... conoscevano molte di noi, sapevano leggere i nostri movimenti, anticipare le giocate. Per i primi minuti la partita fu una danza attenta. Studio. Ogni passaggio, ogni movimento, era ponderato. Nessuna delle due squadre osava davvero. Ma io... io sentivo che il momento stava arrivando.

Recuperai palla poco oltre il centrocampo e iniziai a muovermi in avanti. Un trick, poi un altro. Il piede leggero ma preciso. Sembrava che la palla fosse incollata a me. Superai due avversarie in rapida successione. Sentivo le urla della folla, ma erano ovattate. C'ero solo io. Solo la porta.

Il portiere mi venne incontro. Tiro secco, rasoterra, alla sua sinistra.

Rete.

Lo stadio esplose. Io esplosi. Mi portai le mani al volto, poi corsi verso la curva, indicando i tifosi. Loro gridavano il mio nome. Ed era come se la loro gioia fosse la mia. Uguale, perfetta, condivisa.

L'1-0 ci diede la scossa. Ma loro pareggiarono con un tiro da fuori area dopo un quarto d'ora. Non mollavano. Ma nemmeno noi.

Nel secondo tempo, servii un pallone preciso a Leah al limite dell'area. Lei non ci pensò due volte. Controllo e tiro potente, imprendibile. 2-1. Mi saltò addosso dopo il gol. Le gambe attorno alla mia vita, le braccia strette al mio collo.

«Ti avevo detto che ci credevo,» mi sussurrò all'orecchio.

A dieci minuti dalla fine, fu Frida a chiudere i conti con una magia su punizione. 3-1. Finì così. E la festa iniziò.

Facemmo il giro del campo mano nella mano, ringraziando i tifosi uno a uno. Era come se fossimo una cosa sola. Una squadra, una comunità. Un sogno collettivo.

Quando tornammo negli spogliatoi, il telefono di Katie iniziò a vibrare come impazzito. Lei rispose, poi si voltò verso di noi con un sorriso che diceva tutto.

«Ragazze... il City ha vinto.»

Un secondo di silenzio.

«1-0. Rigore al novantesimo. Bright espulsa.»

Esplose l'inferno. Urla, abbracci, salti. Katie alzò la cassa bluetooth e partì la musica. Prima reggaeton, poi un pezzo degli Oasis, poi... "Sarà perché ti amo".

Le mie compagne si voltarono tutte verso di me. E iniziarono il coro dei tifosi, cantandolo a squarciagola, ballando come matte, battendo le mani, saltando sui banchi.

Mi portarono in braccio per un tratto dello spogliatoio, ridendo come bambine. E in quel momento, tra il sudore, la musica, la gioia, capii che non era solo una squadra. Era una famiglia. Eravamo ad un punto. Un solo punto. E per l'ultima battaglia... non avevamo alternative.

Avremmo vinto. Per noi stesse. Per tutto ciò che avevamo vissuto insieme.

E con un gruppo così, vincere sembrava non solo possibile.

Sembrava inevitabile.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora