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Il giorno dopo la partita contro l'Aston Villa era uno di quei pochi giorni liberi in cui il tempo sembrava rallentare. Leah ed io ci ritrovammo insieme a colazione, sedute al tavolo della cucina. La luce del mattino filtrava attraverso le finestre, creando un'atmosfera calda e tranquilla. Ma nonostante la semplicità della scena, non riuscivo a liberarmi dal pensiero che qualcosa non andasse. Non potevo fare a meno di ricordare la partita e il comportamento di Leah, specialmente alla fine, quando Jordan era arrivata a rovinare l'atmosfera, come una presenza che aveva portato via parte della felicità che avrebbe dovuto appartenere a tutte e due. Ma più di ogni cosa, la mia mente si concentrava su quella strana distanza che sembrava esserci tra di noi, come se Leah stesse cercando di nascondere qualcosa.

"Buongiorno" dissi, cercando di sorridere mentre mi sedeva di fronte a Leah. Il tono della voce tradiva però un po' di preoccupazione.

Leah alzò gli occhi dal suo caffè, sorridendo debolmente. Sembrava un po' stanca, ma cercò comunque di restituire un sorriso caloroso. "Ciao" rispose, prendendo un cucchiaio di yogurt.

Osservai il suo volto, cercando un indizio. La sera prima, la bionda era tornata molto tardi, più del solito. Quando era rientrata a casa, le avevo chiesto curiosamente cosa avesse fatto, ma Leah, visibilmente colta di sorpresa dalla domanda, non sembrava disposta a rispondere con troppa sincerità.

L'inglese si schiarì la gola, apparentemente indecisa su cosa dire. Non potei fare a meno di notare che c'era qualcosa che non andava. Non sapevo ancora cosa fosse, ma il comportamento di Leah mi faceva intuire che stesse cercando di proteggere qualcosa.

"Sono andata a cena da mia madre" rispose infine la bionda, cercando di sembrare casuale. "Sai, ci volevo stare un po' di più. Ho pensato fosse meglio passare un po' di tempo con lei."

Annuii, pur rimanendo un po' perplessa. Non sembrava una scusa credibile, ma decisi di non insistere. Leah, comunque, non sembrava voler parlare, ed io rispettai il suo silenzio, anche se il mio cuore non riusciva a ignorare quel senso di inquietudine che continuava a crescere dentro di me.

La giornata passò in modo semplice e abbastanza tranquillo. Decisi di rimanere a casa, sistemando alcune delle mie cose, cercando di riordinare i vestiti che ancora erano sparsi nelle valigie. Mi distrassi con le piccole cose, cercando di non pensare troppo a quello che stava accadendo dentro di me. Il mio cuore mi suggeriva che qualcosa non quadrava, ma mi ripetevo che dovevo fare attenzione a non fare supposizioni affrettate.

Nel frattempo, Leah approfittò del giorno libero per sbrigare alcune commissioni che non aveva mai il tempo di fare. Andò a fare acquisti, a ritirare pacchi, a prendere appuntamenti che continuava a rimandare. Il suo volto sembrava più disteso fuori casa, ma dentro di sé c'era una lotta continua. C'era qualcosa di irrisolto, un peso che non riusciva a scrollarsi di dosso, e non riusciva a smettere di pensare a Jordan.

Era una di quelle giornate in cui l'aria sembrava più calma del solito, come se il mondo avesse preso una pausa.
Ero a casa, concentrata sui miei pensieri mentre ordinavo alcune cose nel soggiorno. Il pensiero di Leah e di quello che era accaduto alla partita contro l'Aston Villa non riusciva a lasciarmi. Ogni dettaglio mi ronzava nella testa: il comportamento della bionda, la sua risposta enigmatica riguardo alla sera precedente, il modo in cui Jordan aveva invaso il suo spazio, portando un'atmosfera di complicazione. Mi chiedevo se l'inglese fosse ancora legata al passato e se, nonostante tutto, si stesse avvicinando a me per le ragioni giuste.

Fu in quel momento che bussarono alla porta. Mi alzai ed andai ad aprire, trovandomi davanti Jordan.

"Leah non è a casa?" chiese la bionda, senza troppi preamboli, entrando nel soggiorno. Rimasi sorpresa, non sapendo bene come rispondere.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora