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Quando Renee mi chiese se volessi accompagnare la squadra a Manchester per la trasferta contro il City, non ci pensai nemmeno un secondo. Accettai con un sorriso sincero, anche se dentro di me sentivo un misto di emozione e malinconia. Sarebbe stata una delle partite più importanti della stagione, e io l'avrei vissuta da bordo campo, senza poter toccare neanche un pallone.
Ma almeno c'ero. Con loro. Con Leah.

Indossavo la solita tuta da rappresentanza: pantaloni blu, felpa rossa col cappuccio tirato su e le mie inseparabili scarpe da ginnastica. Mi sentivo una di loro, anche se la gamba ancora non collaborava. Dentro di me, però, bruciava il desiderio di tornare in campo. E presto.

Il viaggio in autobus fu sorprendentemente piacevole. Katie aveva tirato fuori uno dei suoi giochi da tavolo – qualcosa di folle con dadi e carte, non ho ancora capito le regole, ma ci siamo divertite da morire.
Attorno al tavolo c'eravamo Leah, Kim, Alessia ed io. Katie, come al solito, urlava ad ogni turno come se stesse lottando per la vita. Kim faceva finta di non capire le regole solo per farci ridere, mentre Alessia e Leah, quelle due competitive fino all'osso, si prendevano sul serio anche in quello.

«Lucia, tocca a te!» urlò Katie, spingendomi le carte sotto il naso.
«Aspetta, che cavolo devo fare?»
«Lancia il dado, pesca due carte, canta l'inno dell'Arsenal e salta su una gamba sola!»
«Ma sei seria?»
«No!» scoppiò a ridere.

Eravamo felici. Lo sentivo. La tensione pre-partita c'era, certo, ma c'era anche qualcosa di più: una leggerezza nuova, un'energia diversa. Forse era colpa mia e di Leah, che ormai non ci nascondevamo più. O magari era merito di Renee, che aveva portato aria fresca con il suo modo diretto e umano di gestire la squadra. Forse era entrambe le cose.

Quando mancava poco all'arrivo, notai che Leah si era alzata e, come faceva sempre prima di un match importante, si era seduta da sola nel suo solito sedile vicino al finestrino. Cuffie, sguardo fuori, silenzio.

Mi staccai anch'io dal gruppo, avevo bisogno di respirare un po'. Mentre passavo accanto a lei, sentii la sua mano afferrarmi il polso con sicurezza. Non disse nulla, ma mi tirò giù accanto a sé con un tonfo sordo. Si tolse un auricolare e me lo porse.

Non dissi nulla nemmeno io. Mi limitai a prenderlo e a infilarlo nell'orecchio.

La musica riempì lo spazio tra noi. Era una playlist strana: Bon Iver, Arctic Monkeys, Florence + The Machine. La sua musica. Ora anche un po' mia. Poggiai la testa sulla sua spalla, e lei fece lo stesso. Non servivano parole. C'era già tutto, lì, in quel silenzio.

All'arrivo in hotel, scoprimmo che stavolta non avremmo diviso la stanza. Renee aveva fatto qualche cambiamento, così mi ritrovai con Mariona.
Non era un problema, anzi. Mariona era stata la mia compagna di squadra al Barça, conosceva quasi ogni mio vizio, ogni mio silenzio.

«Hai ancora quella coperta vecchia di pile che ti portavi ovunque?» mi chiese ridendo, mentre sistemava la valigia.
«Sì. È nel mio zaino da allenamento. È praticamente un portafortuna.»
«Dovresti lavarla ogni tanto.»
«Mai. Perderebbe tutta la magia.»

Ridiamo come due ragazzine. Mariona mi guarda con un sorriso tenero. «Ti vedo meglio, Lucia. Più... viva.»

Le stringo un braccio. Non le rispondo. Ma so che ha ragione.

Il mattino dopo ci fu la rifinitura. Le ragazze si allenarono con intensità, mentre io facevo fisioterapia a bordo campo, con la gamba che protestava ad ogni movimento. Ogni tanto incrociavo lo sguardo di Renee, che mi lanciava sorrisi e cenni d'incoraggiamento.

Nel pomeriggio, mentre le altre erano nelle stanze a riposare, Renee bussò alla mia porta.

«Posso rubarti per una passeggiata?»
Annuii subito.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora