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La notte era calata su Madrid come una maledizione. Pioggia incessante, cielo basso, fango e vento. Sembrava che l'universo stesso volesse sabotare quella sera, e con lei tutti i nostri sogni.

Eppure ero lì.

Infortunata, sì. In panchina, no.

Seduta in tribuna, rannicchiata dentro un cappotto troppo pesante e una sciarpa rossa e bianca annodata stretta attorno al collo. Il cappuccio abbassato sugli occhi. Non volevo essere vista, ma allo stesso tempo non volevo perdermi nulla.

Avevo seguito ogni singolo allenamento in settimana. Ogni parola detta da Renee. Ogni gesto di Leah durante la rifinitura, ogni sguardo lanciato alle compagne per motivarle. Lei era sempre lì, presente, solida.

Io? Io mi sentivo un fantasma.

Quando il fischio d'inizio arrivò, strinsi le mani tra le ginocchia. Cercavo di trattenere l'ansia, ma il campo era uno spettacolo disastroso. Zolle sollevate, pozzanghere dappertutto, passaggi rallentati, scivolate continue. Una trappola più che un terreno di gioco.

«È impossibile giocare così...» mormorai tra me, mentre osservavo le ragazze lottare con una determinazione che mi faceva quasi male al petto.

Il Real Madrid sembrava a suo agio in quel caos. Le nostre no. Noi cercavamo di mettere ordine. Di ragionare. Ma la pioggia era una risata beffarda sopra le nostre teste.

Minuto 37. Un cross bagnato, una deviazione, un rimpallo maledetto. La palla che rotola beffarda in rete.

1-0.

Mi lasciai cadere contro lo schienale. Chiusi gli occhi. Sentii la frustrazione salirmi in gola come un nodo. Avrei voluto gridare, entrare in campo, sistemare tutto. Ma ero bloccata lì.

Leah non si fermava. La sentivo anche da lontano: urlava, indicava, incitava. Era come una torcia accesa in mezzo al temporale. Ma era una lotta controvento.

Nel secondo tempo, peggiorammo. O forse era solo il campo a diventare ancora più impraticabile.

Al 79esimo, il colpo finale. Un contropiede perfetto, chirurgico. 2-0.

Mi lasciai cadere ancora più giù nel sedile. L'angoscia aveva preso il posto della rabbia. Le luci dello stadio riflettevano sulla pioggia come lacrime congelate.

Restai seduta lì mentre lo stadio si svuotava. Non riuscivo ad alzarmi. Vedevo le ragazze uscire una a una. Teste basse. Spalle curve. Pioggia e delusione sui loro volti.

Poi la vidi.

Leah.

Quando alzò lo sguardo verso la tribuna e i nostri occhi si incrociarono, il mondo sembrò rallentare per un istante.

Le fece un cenno, quasi impercettibile. Stanca. Sconfitta.

Io risposi con un sorriso. Piccolo, ma vero. Come a dirle: "Sono comunque fiera di te."

Il giorno dopo, le ragazze tornarono a Londra.

Io no.

Avevo organizzato tutto in silenzio. Un volo, un passaggio, un ritorno.

Barcellona.

Ne avevo bisogno. Non solo per respirare il sole. Ma per ricordarmi chi ero. O forse per trovare una nuova versione di me stessa.

Quando arrivai al centro sportivo, il cuore mi batteva come se fosse la prima volta.

E fu lì che le vidi.

Mapi fu la prima a corrermi incontro, con il suo stile un po' punk e il sorriso ironico. «Ma guarda chi torna! E io che avevo scommesso che ormai parlavi solo inglese!»

«Mai rinnegare le origini», risposi con un abbraccio stretto.

Ingrid arrivò subito dopo. Non disse nulla. Mi abbracciò soltanto, e mi tenne lì. Forte. Sicura.

Aitana era una luce. «Finalmente! Mi mancava qualcuno con cui ridere delle battute orrende di Mapi!»

«Ehi!» protestò Mapi, finta offesa.

E infine, lei.

Alexia.

Mi si avvicinò con passo calmo. Elegante. Sempre composta.

«Bentornata a casa», disse, stringendomi la mano con una fermezza che sentii fin dentro le ossa.

«Mi siete mancate tutte», risposi con sincerità.

Passammo ore insieme. Parlammo. Ridemmo. Mi raccontarono tutto. Io ascoltai e poi raccontai anche un po' di me. Di Londra. Di Leah. Non troppo, ma abbastanza.

E per un attimo, il peso che portavo nel cuore sembrò alleggerirsi.

Ma poi arrivò.

Lucy.

La vidi da lontano, in uno dei corridoi del centro. Lo stesso sguardo deciso, lo stesso passo sicuro.

Mi irrigidii.

Alexia lo notò subito. In un secondo si mise davanti a me. «Non adesso, Lucy. Non è il momento.»

Mapi la raggiunse, le braccia incrociate e lo sguardo tagliente. «Hai avuto il tuo tempo. Ora lasciaci il nostro.»

Lucy si fermò. Seria. Gli occhi piantati nei miei. «Vorrei solo parlarle...»

«E lei non vuole parlare con te», le rispose Mapi senza mezze misure.

Io non dissi nulla. Non ce n'era bisogno.

Mi voltai e me ne andai.

Non ero più la ragazza che aveva pianto per lei.

Ora stavo guarendo.

Nei giorni seguenti, mi lasciai coccolare dal sole e dalle risate. Ingrid era il mio rifugio, Aitana la mia leggerezza. Mapi e Alexia erano la mia famiglia.

Non parlavo molto di Londra. Ma dentro di me, Leah era una presenza costante.

Anche da lontano.

Lei mi mancava. Ma sapevo che anche io le mancavo.

O almeno lo speravo.

Ma poi, un dettaglio.

Lucy. In una foto. Taggata in una storia. Troppo vicina. Troppo sorridente.

La vidi.

E capii.

Anche Leah la vide.

Non mise like.

Non commentò.

Ma lo sentii: il dubbio le stava scavando dentro.

E se davvero pensasse che stessi tornando da Lucy?

Io no.

Non stavo tornando indietro.

Stavo solo cercando la mia strada.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora