Pioveva. Una di quelle piogge leggere, quasi invisibili, che ti si infilano sotto la pelle senza far rumore. Da dietro la finestra del salotto, guardavo il cielo grigio di Londra e pensavo a lei. A Leah. A quello che ci eravamo dette. A tutto quello che non ci eravamo dette.
Avevo dormito male, se si poteva chiamare "dormire" quel continuo rotolarsi tra un pensiero e l'altro. Alla fine avevo ceduto al divano, la gamba dolorante appoggiata su un cuscino e il plaid , sì, il suo preferito, tirato su fino al mento. Mi piaceva il suo profumo, quello che rimaneva sulle cose, nei tessuti. Era un modo per tenerla vicina anche quando sembrava lontana anni luce.
Mi stavo quasi lasciando cullare dal rumore della pioggia quando sentii la chiave nella serratura. Il cuore mi balzò in petto, stupido com'era. E poi il silenzio. Quello pesante, che anticipa qualcosa. I suoi passi si fecero più vicini. Sentii la sua presenza prima ancora di vederla.
«Sei tornata,» sussurrai, con la voce ancora impastata di sonno, senza aprire gli occhi.
«E tu hai rubato la mia coperta preferita.» Il suo tono era dolce. Sorrisi appena.
«È morbida,» risposi, e quando finalmente trovai la forza di aprire gli occhi, era lì. In ginocchio accanto a me, lo zaino ancora in spalla, i capelli un po' bagnati, il volto stanco. Ma i suoi occhi... gli occhi erano quelli di sempre. Gli occhi che conoscevo meglio di quanto volessi ammettere.
Ci guardammo. Per qualche secondo non servì altro.
Mi raddrizzai con fatica, cercando di non storcere la bocca per il fastidio alla gamba. Lei si sedette accanto a me, un po' rigida. Sembrava quasi trattenere il respiro.
«Possiamo parlare?» mi chiese.
Feci un piccolo cenno con la testa. «Sì. È ora.»
Il tempo sembrò sospeso. Lei guardava le mani, le dita che si muovevano nervose, come se volessero trovare il ritmo giusto per dire qualcosa di importante.
«So di averti ferita,» cominciò, la voce bassa. «E non ci sono scuse per quello che ho fatto. Ma... non è successo perché non ci tenevo a te. È successo perché ho avuto paura. Paura di quello che stava diventando tutto questo. Con te era diverso. Più serio. Più vero. E io ho mandato tutto a rotoli nel modo peggiore.»
Ogni parola mi colpiva come un sasso nello stomaco. Ma rimasi in silenzio, immobile. Non volevo interromperla. Non ancora.
«Quando ti ho vista a Wembley» continuò, «seduta accanto a mia madre e Jacob... sembravi... casa. E ho capito che non posso più girarci intorno.»
Presi fiato. Avevo bisogno di forza per dire quello che sentivo da settimane.
«Sai cosa fa più male, Leah? Non è Jordan. Non è nemmeno il fatto che tu mi abbia mentito. È il fatto che non me l'hai detto. Che hai lasciato che fossi io a scoprirlo. E mi hai fatto sentire stupida.»
Abbassò lo sguardo. Sembrava sinceramente colpita.
«Hai ragione. Non ti ho dato la dignità che meritavi. Ti ho trattata male, Lucia. E se potessi tornare indietro...»
«Non puoi» lo dissi piano, ma con fermezza. «Nessuno può. Ma possiamo scegliere cosa fare adesso.»
Ci fu un momento in cui nessuna delle due parlò. Il ticchettio della pioggia era l'unica colonna sonora.
Poi, con voce più sicura, Leah disse: «Io ti voglio ancora conoscere. Ti chiedo solo... di non chiudere la porta.»
Mi voltai verso di lei. Dentro me c'era ancora dolore, sì. Ma anche qualcosa che non sapevo definire. Un calore sottile. Una voglia di crederci, forse. Di sperare.
«Non la chiudo» dissi. «Ma te la devi meritare, quella porta aperta.»
Mi guardò come se le avessi dato un pezzo d'oro.
«Lo farò» promise.
I giorni successivi furono strani. Tornai al centro sportivo dell'Arsenal ogni mattina. La fisioterapia era dura. Il ginocchio faceva male, e spesso mi sentivo frustrata. Il campo era lì, a pochi metri, e io potevo solo guardarlo.
Un giorno incrociai Renée nel corridoio. Mi fermai un attimo, la gamba ancora un po' rigida.
«È strano» le dissi. «Vedere il campo così vicino e non poterci entrare.»
Lei mi sorrise. Quel sorriso da allenatrice che ha visto tutto, anche le tempeste peggiori.
«Il campo sentirà la tua mancanza, Lucia. Ma la squadra ha bisogno anche di te in tribuna. La tua voce è importante.»
Così, partita dopo partita, presi il mio posto sugli spalti. Sempre lo stesso. Sciarpa al collo, Marie, la fisioterapista della squadra, accanto a me, le mani strette come se potessero afferrare qualcosa.
All'Emirates, contro il Manchester City, Stina fece un gol da manuale. Mi alzai in piedi di scatto, l'applauso spontaneo. Le telecamere mi inquadrarono, ma non mi importava. Dentro, però, il nodo in gola si faceva sentire. Avrei voluto essere lì. Sulla linea. Nel gioco. Nell'urlo.
Dopo la partita, alcune compagne vennero a salutarmi. Mi fece piacere. E poi ci fu lei. Leah. Non disse nulla. Mi guardò solo. Quell'occhiata che chiedeva approvazione, o forse perdono. Le risposi con un mezzo sorriso e un cenno. Poco, sì. Ma qualcosa.
Quella sera, appena rientrata a casa, ricevetti un messaggio da parte sua. Stava ancora festeggiando con la squadra.
Leah:
Lo so che non è facile, ma ti giuro che ogni cosa che faccio adesso è anche per te. E spero che un giorno sarai di nuovo lì... non sugli spalti, ma accanto a me in campo. E forse anche oltre il campo.
Rimasi con il telefono in mano per qualche minuto. Il cuore lento. Le dita esitanti. Poi scrissi.
Lucia:
Vedremo. Intanto, continua a correre anche per me. Che io da qui ti tengo d'occhio.
E mentre premevo "invia", mi accorsi che, nonostante tutto, quella porta... era ancora aperta.
STAI LEGGENDO
Il cuore nel pallone
Fiksi PenggemarLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
