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Quando Renee ci convocò nel suo ufficio, sapevo già di cosa volesse parlare.
Non c'era bisogno di molti indizi: bastava il suo tono secco al telefono, il messaggio inoltrato dallo staff e lo sguardo che Leah mi aveva lanciato quando lo aveva ricevuto anche lei.
Il momento era arrivato.

Entrai per prima, Leah poco dietro di me. Renee era seduta alla scrivania, le mani intrecciate davanti a sé, lo sguardo vigile ma non accusatorio. Era una di quelle persone che parlavano poco ma che quando lo facevano, pesavano ogni parola come se stessero decidendo un verdetto.

«Sedetevi.»
Lo facemmo, in silenzio.

«So che circolano molte voci sul vostro conto.»
Non ci girò intorno. Tipico di lei.
«Voci che, a quanto pare, hanno attirato più attenzione del dovuto. L'Arsenal non ha regole precise sulle relazioni personali tra atlete, lo sapete. Ma abbiamo degli obiettivi. E voglio essere certa che la concentrazione sia tutta lì, su quei traguardi.»

Leah fu la prima a parlare.
«Coach, siamo concentrate. Io... noi non abbiamo mai messo da parte la squadra. Mai.»

Annuii, sentendo il cuore battermi nelle orecchie.
«È vero. Non dobbiamo delle spiegazioni a nessuno, ma visto che si sta parlando apertamente... preferisco dirlo chiaramente: io e Leah non stiamo insieme. Non ancora, almeno. Ci stiamo conoscendo. Stiamo vivendo quello che c'è, senza pressioni, senza etichette. È tutto molto... naturale.»

Renee ci osservò a lungo, poi fece un lento cenno col capo.
«Va bene. È tutto quello che volevo sapere. Voglio che continuiate a fare il vostro lavoro con serietà. E che siate pronte a gestire anche ciò che accade fuori dal campo. Perché, purtroppo, ora fa parte del pacchetto.»

Uscimmo dal suo ufficio con un senso strano addosso.
Non mi vergognavo, ma nemmeno mi sentivo a mio agio. Era come se fossimo sotto una lente d'ingrandimento, ogni sguardo una domanda non detta, ogni silenzio un sospetto.

La partita contro il Brighton arrivò in fretta.
Era il nostro stadio, casa nostra. Il pubblico era caldo, presente, con le sciarpe alzate e le voci che rimbombavano sugli spalti come un'onda continua.

E, come la volta scorsa, ero in panchina con le altre, vestita con la tuta ufficiale e un sorriso che nascondeva un po' di malinconia. Non giocare mi uccideva dentro, ma almeno ero lì.

La squadra fece una prestazione brillante, come se tutta la tensione accumulata fuori dal campo si fosse riversata nei piedi, nelle gambe, nei cuori.
Mariona...
Mamma mia, Mariona era semplicemente inarrestabile.
Scattava, dribblava, creava spazi dal nulla. Al minuto 12 segnò il primo gol con un destro secco sotto l'incrocio. Applausi. Ovazioni.

Poi un assist perfetto per Beth Mead, un altro gol.
Nel secondo tempo, doppietta personale e standing ovation quando uscì all'82'. Il punteggio finale? Quattro a zero. Dominio assoluto.

Ridemmo, ci abbracciammo. Perfino Renèe sembrava soddisfatta, e non è mai facile farla sorridere. Ma appena la partita finì, capii che l'aria si stava per fare pesante.

«Lucia, un attimo per noi?»
Un giornalista, microfono alla mano, sorriso gentile ma occhi curiosi. Lo conoscevo, era uno di quelli che si muoveva bene tra le domande scomode.

«Certo,» risposi, un po' esitante.

Inizialmente andò tutto liscio.
«Come va il recupero?»
«Quando pensi di tornare in campo?»
«Quanto ti manca il campo?»

Risposi con calma, con il sorriso.
«Ogni giorno di più. È dura, ma sto lavorando con uno staff straordinario. Spero di poter dare una mano alla squadra quanto prima.»

Poi la curva.
«Lucia, posso farti una domanda un po' più personale?»
Annuii, pur sapendo che avrei dovuto dire di no.

«C'è molto chiacchiericcio sulla tua presunta relazione con Leah Williamson. Ti va di chiarire qualcosa?»

Lo stomaco si chiuse come una trappola.
«Io... ehm... io e Leah... siamo... cioè...»
Le parole mi si incastravano in gola. Cercavo una via d'uscita, un appiglio.

«Quindi siete insieme? Uscite? È vero quello che si dice?»

«Io... davvero, non... non credo sia... il momento giusto per parlare di queste cose...»

La voce mi tremava. Mi sentivo come nuda in mezzo alla folla. Poi, una mano sul mio braccio. Uno strattone gentile.

«Andiamo.»
Era uno dello staff dell'Arsenal.
Mi tirò via in modo educato ma deciso, e io non fui mai così grata di andarmene.

Nello spogliatoio c'era silenzio.
Una delle televisioni era rimasta accesa, proprio sulla mia intervista.
Io, balbettante, in imbarazzo. Le compagne mi guardarono, alcune con pietà, altre con affetto. Nessuna con giudizio.

Leah mi vide entrare.
Era ancora in pantaloncini, i capelli bagnati che le scendevano sulle spalle.
Mi fissò per un secondo, poi senza dire nulla afferrò una felpa, se la infilò al volo e uscì.

La seguii con lo sguardo, confusa.
«Dove va?» chiesi a Katie, che mi era seduta accanto.

«A fare quello che nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare.»

Leah stava andando là fuori, davanti a quei microfoni, davanti a quelle telecamere.
E dentro di me, per la prima volta in giorni, qualcosa si mosse.
Un senso di protezione.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora