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La partita contro il Barcellona. Quella che per settimane era stata la mia data di rientro prefissata. Era arrivata.

Ero tornata a giocare giusto qualche giorno prima, ma dentro di me sapevo che quel match rappresentava qualcosa di molto più profondo. Non avevo ancora i novanta minuti nelle gambe, ma ero pronta. E non solo per correre dietro a un pallone: ero pronta a dimostrare qualcosa. A me stessa. A loro. A chi aveva deciso che mandarmi in prestito fosse la scelta migliore.

Io e Mariona, in quanto ex blaugrana, eravamo diventate le fonti ufficiali di ogni dettaglio strategico utile al nostro staff. Nei giorni precedenti alla sfida, avevamo passato ore in riunione con Renèe e gli analisti. Analizzavamo schemi, abitudini, rotazioni, anche i gesti minimi delle singole giocatrici. Ogni allenamento era lungo, denso. A volte ci toccava la doppia sessione, e ogni sera tornavamo a casa sfinite. Io e Leah ci sdraiavamo sul divano in silenzio, troppo stanche anche per parlare. Ci concedevamo dei massaggi lenti, quasi rituali, come se le nostre mani potessero sciogliere non solo i muscoli contratti, ma anche l'ansia.

C'era un nome che nessuna delle due pronunciava mai in quei momenti: Lucy. Sarebbe stata in campo. Avrei affrontato la mia ex, la stessa che aveva spezzato il mio cuore tradendomi. Leah aveva smesso di seguirla sui social. Io avevo fatto una scelta. E avevo scelto lei. Ma era impossibile non pensare che gli occhi dei media sarebbero stati fissi su di noi tre. Ogni gesto, ogni sguardo, sarebbe stato ingrandito, frainteso, sezionato.

Concordammo un silenzio radio anche con le ragazze del Barça. Alexia, Mapi, Ingrid... ci capivamo al volo. Nessuna voleva rovinare le amicizie o aumentare la tensione già insostenibile. Avremmo parlato dopo. Dopo i 180 minuti. Dopo tutto.

La mattina della partita arrivò. Il tempo sembrava andare a rilento. Io e Leah eseguimmo tutti i nostri rituali: la stessa colazione, la stessa playlist, le stesse battute scaramantiche che ci facevano ridere solo per nascondere l'agitazione. Passammo a prendere Amanda nel pomeriggio. Anche lei era in silenzio. Solo quando ci lasciò all'ingresso dell'area famiglie, ci diede un bacio sulla fronte: "Fate del vostro meglio. Lottate. Il resto non conta".

Appena entrai negli spogliatoi, cercai la lavagna con la formazione. Il mio nome non c'era tra le titolari. Un colpo al cuore. Speravo che Renèe volesse sfruttare la mia conoscenza delle avversarie, ma evidentemente aveva altri piani. Lei lo notò subito. Mi mise una mano sulla spalla: "Mi servi con me, Lucia. A bordocampo. Mi serve la tua testa, più che le tue gambe, almeno all'inizio".

Annuii. Non era quello che volevo, ma sapevo che aveva un piano. E io facevo parte di quel piano. Questo doveva bastarmi.

La partita cominciò male. Molto male. Il Barcellona ci schiacciava. Più veloci, più precisi, più affamati. Noi sbagliavamo passaggi semplici, eravamo rigide, lente. Come se la paura ci avesse legato i piedi. Il primo tempo si chiuse con loro in vantaggio 0-2. Gli spogliatoi erano carichi di tensione. Nessuno parlava. Si sentivano solo respiri pesanti e il rumore dell'acqua che gocciolava dalle borracce.

Renèe si alzò al centro della stanza. Ci guardò una per una. Poi parlò. "Ragazze. So che fa paura. So che davanti a voi ci sono delle campionesse, alcune delle più forti al mondo. Ma sapete cosa non hanno? Voi. Non hanno il vostro cuore. Non hanno la vostra voglia di riscatto. Non hanno una Leah Williamson che gioca con l'anima. Non hanno una Amanda Ilestedt che salta ogni pallone come se fosse l'ultimo. E non hanno una squadra come la nostra. Ora scendete in campo e fateci vedere chi siamo."

Il secondo tempo cominciò. E con esso, anche il mio. Renèe mi fece segno. "Lucia, tocca a te. Dentro per Mariona."

Mi alzai. Avevo il cuore in gola. Mariona mi abbracciò prima di uscire: "Fagliela vedere, Lu", mi disse sottovoce in catalano. Annuii.

Appena entrai, sentii subito la tensione. Lucy mi venne incontro. "Ti sei venduta bene, eh", mi sibilò in spagnolo. Era velenosa. Alexia e Mapi si voltarono subito verso di lei, le lanciarono occhiatacce che dicevano tutto. Ma lei continuò. Ogni volta che mi superava, c'era una spinta, una trattenuta, una gomitata nascosta. L'arbitro le fischiò quattro falli. Al quinto, cadetti malamente. Sentii un dolore forte al fianco, mancai il respiro per qualche secondo. Restai a terra, senza fiato.

Alexia urlò a Lucy: "Basta! Non sei così! Lei è ancora una nostra giocatrice!"

Leah corse da me. Si inginocchiò accanto. "Amore, mi senti? Riesci a parlare?"

Feci cenno di sì. Il dolore si stava attenuando. Mi aiutò a rialzarmi, mi tenne la mano finché non tornai a respirare normalmente.

Poi ci fu la punizione. Il pallone sembrava chiedermi solo una cosa: "fallo, adesso". Presi la rincorsa, calciai. Una parabola perfetta. L'angolo alto a destra. Cata non ci arrivò mai. Gol. 1-2.

Esultammo, ma durò poco. Alexia si accese e segnò due gol. Il punteggio finale fu pesante: 1-4. Una lezione.

A fine partita restai in campo. Alexia mi raggiunse, seguita da Mapi. Mi abbracciarono.

"Ci dispiace per Lucy," disse Mapi. "Non era giusto."

"Hai giocato con il cuore," aggiunse Alexia. "Loro hanno perso una grande."

Scambiammo le maglie. La sua aveva ancora l'odore del campo. La mia era fradicia, ma portava dentro un pezzo di me. Tornai negli spogliatoi con la testa bassa. La strada era in salita. Ma non era finita.

Avevamo una settimana. Una sola. Per diventare la versione migliore di noi stesse. E io ci sarei stata, fino all'ultimo secondo.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora