Leah era partita da due giorni con la nazionale. Dopo la bella vittoria a Wembley, l'Inghilterra si stava preparando ad affrontare la Francia, una delle squadre più toste del continente. E anche se il ritiro lontano da casa pesava, avevo la sensazione che stavolta fosse partita con il cuore un po' più leggero.
Lo ricordo bene, quel momento prima di andare in aeroporto. Il rumore del trolley, le voci concitate, ma noi due ferme lì, come in una bolla. Mi aveva preso la mano e mi aveva guardato dritta negli occhi.
«Appena torno, ci sediamo. Una volta per tutte. Voglio capire dove siamo...dove vogliamo andare.»
Avevo annuito, cercando di mascherare l'emozione. Avevo ancora dolore alla gamba, ma in quel momento sentivo più forte il battito del cuore che la ferita.
«Va bene. Ma non scappare in ritiro subito dopo, stavolta» avevo risposto con un sorriso storto.
«Promesso. Niente più fughe.»
Ero rimasta lì a guardarla allontanarsi, col borsone sulle spalle e quel modo tutto suo di camminare, deciso ma rilassato. Mi aveva lanciato un'ultima occhiata prima di varcare la porta. Lì avevo capito che, forse, stavamo tornando a parlare davvero.
Nei giorni successivi avevo ripreso lentamente la mia routine, anche se in versione ridotta. La fisioterapia al centro dell'Arsenal era dura, ma mi faceva sentire di nuovo in carreggiata. Ogni esercizio era una piccola battaglia. Ma almeno non ero sola.
Le ragazze italiane erano la mia ancora. Martina, soprattutto. Ogni mattina trovavo un messaggio suo:
"Buongiorno storpia. Come va oggi la zampa?"
E ogni sera una videochiamata piena di risate, aggiornamenti, battute idiote. Mi facevano sentire ancora parte di qualcosa.
«Ti sei innamorata del ghiaccio, ormai?» mi prendeva in giro un giorno Martina, vedendomi con l'impacco sulla gamba.
«Solo se lo metti in un Negroni» avevo risposto ridendo.
Quel pomeriggio stavo leggendo, o almeno ci provavo, con la gamba sollevata e un libro aperto sulle ginocchia, quando il telefono squillò. Numero sconosciuto. Esitai. Poi risposi.
«Pronto?»
«Ciao tesoro, scusa l'invasione... Sono Amanda, la mamma di Leah.»
Mi si fermò il cuore per un secondo. «Oh... ehm, salve! Che piacere sentirla.»
La sua voce era gentile, calda, con quella nota decisa che sapevo di riconoscere. Leah l'aveva presa da lei, senza dubbio.
«So che Leah è via e immagino non sia facile stare da sola, soprattutto dopo tutto quello che è successo. Pensavo...se ti andasse, potresti venire a cena da me una sera. Solo io e te. Niente di formale. Pizza, magari. O un bel piatto di pasta, anche se so che voi italiani siete esigenti.»
Sorrisi, colta di sorpresa ma anche un po' toccata. «In realtà... sto diventando piuttosto inglese, temo. Mi emoziono quando vedo i biscotti digestive.»
Amanda rise. «Oh cielo, dobbiamo rimediare! Allora è deciso. Vieni questa sera? Ti passo a prendere se vuoi.»
Ero sul punto di dire no, per istinto. Avevo mille scuse pronte. Ma poi...perché no? Avevo bisogno di compagnia. E quella voce mi metteva stranamente a mio agio.
«Va bene. Grazie per l'invito...davvero.»
La casa di Amanda era come me l'ero immaginata. Calda, curata, piena di fotografie appese ovunque. Appena entrai, notai subito una parete intera dedicata a Leah: da piccola col pallone, in divisa scolastica, in campo con l'Arsenal. Ogni immagine raccontava un pezzo della sua vita.
«Siediti pure, cara. Vuoi qualcosa da bere? Ho vino, ma anche tisane, se sei in modalità post-fisioterapia.»
«Tisana va benissimo, grazie», dissi, lasciando che il profumo di casa mi avvolgesse.
Amanda era un turbine di energia dolce. Mi offrì una coperta leggera per le gambe, sistemò i cuscini sul divano e si sedette accanto a me.
«Mi fa piacere che tu sia venuta. Sai, Leah ha sempre avuto un buon fiuto per le persone. E tu...beh, sei speciale.»
Abbassai lo sguardo, sorpresa da quelle parole. «Leah è...complicata, ma bellissima. Dentro, intendo. Anche se a volte sembra che faccia di tutto per non farsi trovare.»
Amanda annuì, come se conoscesse fin troppo bene quel lato di sua figlia. «Oh sì, è così da sempre. Testarda come un mulo. Ma se decide che qualcosa, o qualcuno, conta per lei...allora non molla.»
La cena fu una pasta al forno favolosa, preparata con tanto affetto. Tra un boccone e l'altro, Amanda mi raccontò mille storie di Leah bambina: di quando si arrampicava sugli alberi, delle sue prime cotte, delle litigate epiche col fratello.
A un certo punto si alzò, tornò col sorriso di chi sta per combinare qualcosa.
«Ti va di vedere qualche perla?»
«Perla?»
Tirò fuori un vecchio album fotografico con la copertina consumata. Mi sedetti più comoda, incuriosita.
Leah a tre anni con un cappello enorme.
Leah con le ginocchia sbucciate.
Leah con un tutù rosa visibilmente infelice.
Scoppiai a ridere. «No, aspetti...questa è geniale! La salvo per prenderla in giro. Deve vedersi in tutù!»
«Scatta pure» disse Amanda con un sorriso complice. «Anzi, prenditi anche questa...»
Presi il telefono e immortalai un paio di pagine. «Gliela mando il giorno del suo ritorno. Vediamo se ha ancora il coraggio di farmi la morale.»
Amanda si fece seria per un momento, poi disse:
«Sai, mi piace vederti così. Leggera. Leah ha bisogno di questo. Di qualcuno che sappia tenerla con i piedi per terra, ma anche farla ridere. E tu ci riesci. Anche se non te ne accorgi.»
Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei voluto ammettere.
Quella sera, tornando a casa, sentii qualcosa dentro di me cambiare. Avevo trovato un pezzo di Leah, nascosto tra le pareti di una casa piena d'amore. Un tassello in più di quel puzzle che stavamo cercando di costruire.
E forse, un piccolo passo in avanti verso quella conversazione che non vedevo l'ora di affrontare.
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
