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La vittoria del campionato ci aveva catapultate in una dimensione quasi irreale. Numerosi messaggi di stima e affetto mi arrivarono sia sul numero personale che sui social. Alexia, Mapi, Ingrid, Aitana... tutte loro mi avevano scritto parole bellissime. I tifosi poi erano scatenati: sotto ogni post mi chiedevano di restare, di continuare il viaggio con loro, di crederci ancora.
Avevo promesso a me stessa che avrei preso una decisione ponderata, ma il cuore già iniziava a premere forte.

La data limite era fissata: 25 maggio. Il giorno dopo la finale di Champions sarei tornata a Barcellona per incontrare la dirigenza blaugrana e valutare tutto con calma. Ma prima... prima c'era un'ultima cosa da fare: alzare la coppa davanti alla nostra gente.

La dirigenza dell'Arsenal aveva organizzato una festa memorabile all'Emirates Stadium. Quando arrivammo, il colpo d'occhio fu da brividi: lo stadio era pieno come nelle grandi notti europee. In tribuna riconobbi subito volti noti: Lewis Hamilton, Mick Jagger, Tom Holland... erano lì, tifosi come noi.
Sul palco montato a centrocampo, la musica di Dua Lipa e Leona Lewis risuonava fortissimo, vibrava nell'aria, si mischiava ai cori della gente. C'era un'atmosfera elettrica che non avevo mai vissuto prima.

Lo speaker chiamò Renée, che salì sul palco raggiante. Lei, come sempre, volle farci sentire speciali: ci chiamò una alla volta, dedicandoci un pensiero ad hoc. Quando toccò a me, sentii il cuore battere all'impazzata.

«Lucia, la nostra artista del centrocampo, la mente e il cuore di questa squadra! Grazie per averci portato qui!»

Mi avvicinai, abbracciai Renée, poi mi voltai verso lo stadio. E fu lì, guardando quelle migliaia di volti sorridenti, che capii davvero cosa significasse sentirsi a casa.

Per ultime vennero chiamate Leah e Kim, le nostre capitane. Loro erano l'anima della squadra, il collante invisibile che ci teneva tutte insieme. Vedere Kim con la coppa alzata, Leah accanto a lei con gli occhi lucidi, mi fece venire la pelle d'oca.

Le lacrime di gioia dei tifosi, lo staff che si abbracciava, le compagne che cantavano a squarciagola...
Questa era la mia gente. Questo era il mio posto.

Mi scostai un attimo dal gruppo, cercando un angolo tranquillo per assaporare il momento. Guardai la scena come da lontano, analizzandola. Non c'era partita.
Il Barcellona avrebbe potuto offrirmi la luna, ma io qui mi sentivo viva.
Era l'ambiente a rendere tutto speciale, il modo in cui ogni settimana i tifosi venivano a sostenerci con la pioggia, il vento o il sole.
Sapevano riconoscere il nostro impegno, credevano in noi, ci amavano.

Il Barcellona era la squadra più forte del mondo, certo. Ma vincere qui, dove la vittoria non era mai stata scontata, aveva un sapore unico. Valeva il doppio, forse il triplo.

Kim e Leah sollevarono la coppa tra coriandoli dorati che riempivano l'aria, e io, in quell'istante, mi sentii completa.

Il giorno della finale di Champions, io e Paola partimmo all'alba per Lisbona.
Le emozioni si accavallavano nella mia testa mentre l'aereo solcava le nuvole.

«Sei sicura di volerci andare?» chiese Paola, stringendosi nella sua felpa.

Sorrisi. «Sì. Devo farlo. È come chiudere un cerchio.»

Quando arrivammo la dirigenze del club ci accolse calorosamente.
Mi fecero sedere accanto a loro in tribuna.

La partita fu semplicemente... entusiasmante.
Il Lione provò a resistere, ma il Barcellona era una macchina perfetta. Aitana, Alexia, Patri... una sinfonia orchestrata con maestria.

Eppure, dentro di me, si faceva sempre più chiara una certezza:
Io volevo giocare.
Non volevo essere una pedina da ruotare a seconda delle necessità.
Volevo essere il cuore pulsante di una squadra, un leader.
Volevo vincere, sì, ma sentirmi artefice di quelle vittorie.

Alla festa post-finale, tra champagne e sorrisi, salutai le mie amiche con il cuore stretto.

Mi tenni lontana da Lucy e Keira. Non c'era bisogno di tensioni.

Quando arrivò il momento, radunai Alexia, Mapi, Ingrid e Aitana in un angolo tranquillo.
Le guardai una ad una negli occhi, cercando le parole giuste.

«Volevo dirvelo di persona. Non resterò al Barcellona.»

Il silenzio che calò fu quasi doloroso.

Alexia fu la prima a reagire. Mi fissò con il suo solito sguardo intenso, poi annuì piano.

«Non sono d'accordo,» disse con la sua voce bassa, «ma capisco. Devi seguire il tuo cammino.»

Mi avvicinai e la abbracciai forte.
Mapi fece un sorrisetto amaro. «Sei una testarda. Ma andrai lontano, lo sappiamo tutte.»

Ingrid annuì. «Fai ciò che ti rende felice, Lucia.»

Aitana mi strinse in un abbraccio soffocante, senza dire una parola.
Era tutto lì, in quel gesto: comprensione, dolore, amore.

Alexia fu l'ultima a parlare.

«Un giorno... tornerai. Perché il Barcellona è casa. E perché tu sei una delle migliori che ci siano in giro.»

Quelle parole mi scaldarono il cuore come poche altre cose.

Il giorno dopo, rientrammo a Barcellona con la squadra.
Non c'era tempo da perdere: subito incontro con il presidente Laporta e l'allenatore.

Seduta di fronte a loro sentii tutta la solennità del momento.

Laporta mi sorrise con gentilezza.

«Lucia, la nostra offerta è la migliore che possiamo fare,» disse, spingendo verso di me un contratto scintillante.

Lo lessi rapidamente. Era una proposta economicamente incredibile.
Ma avevo già deciso.

Alzai gli occhi e parlai, con una calma che mi stupì.

«Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me. Per aver creduto in me quando nessuno lo faceva. Ma... io ho bisogno di giocare. Di crescere. E per farlo ho bisogno di un altro tipo di percorso.»

Loro ascoltarono in silenzio.
Laporta sospirò e annuì. «Ti auguriamo il meglio, Lucia. Le porte del Barcellona saranno sempre aperte per te.»

Mi alzai, strinsi loro la mano, ringraziai ancora e mi diressi verso l'uscita.

Fuori dall'ufficio, presi un lungo respiro. Poi estrassi il telefono e prenotai il primo volo disponibile per Londra.

Era arrivato il momento di firmare il secondo contratto più importante della mia vita.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora