La tensione con Leah c'era. Silenziosa, sottile, sempre presente... come una corrente sotterranea che scorreva sotto ogni gesto, ogni sguardo. Ma, a differenza di altre volte, non avevamo smesso di parlarci. Le battute, le attenzioni, i sorrisi e quei piccoli momenti di dolcezza che ci rubavamo tra un allenamento e l'altro, tra un pranzo e un ritiro, erano ancora lì. Solo che c'era anche qualcos'altro. Qualcosa che nessuna delle due aveva il coraggio di nominare: la fine del mio prestito all'Arsenal.
Era diventato il nostro tabù personale. Lo evitavamo come si evita un campo minato. Bastava un accenno e cambiavamo argomento. Ma lo sentivamo. Era nell'aria, tra le lenzuola la sera, nei silenzi troppo lunghi, nei respiri che si spezzavano a metà.
Leah, però, non mi faceva colpa del fatto che volessi riflettere sul mio futuro. Credo che in fondo lo capisse. Anzi, ne sono certa. Dopo la partita contro il Tottenham, avevo trovato il coraggio di chiederle scusa per il gesto dell'esultanza.
«Non volevo ferirti,» le avevo detto piano, mentre eravamo in cucina a dividerci un piatto di pasta fredda, una delle poche cose che avevamo in frigo. «Quando ho indicato il logo non era per fare scena, o per illudere nessuno. Volevo solo dire che ci sono. Che questa squadra può contare su di me. Che tu puoi contare su di me.»
Lei mi aveva guardato per un lungo momento, poi aveva sorriso appena. «Mia madre ha adorato quella tua esultanza, lo sai?»
«Sul serio?»
«Dice che ormai sei la sua giocatrice preferita. Anche più di me.» Scosse la testa ridendo. «Mi ha detto: 'Leah, lei gioca con il cuore. Dovresti imparare da lei'.»
Risi anche io. «Beh, almeno ora ho un posto sicuro a casa Williamson.»
«Jacob invece...» Leah abbassò la voce. «Lui ti odia.»
Scoppiai a ridere. «Oddio, perché?»
«Tifa per il Tottenham. Sfegatato. Dice che hai rovinato il suo weekend.»
La sera stessa organizzammo una cena tranquilla a casa nostra, solo noi tre per guardare il derby maschile: Arsenal contro Tottenham. Jacob arrivò con la maglia della sua squadra addosso e uno sguardo da finto burbero. Ma si sciolse subito, soprattutto quando gli servii una birra fresca e lo sfidai a Fifa dopo cena. Perse. Due volte. Ma almeno tornò a casa col sorriso.
Approfittando della pausa dal campionato e dei due giorni liberi che ci aveva concesso la squadra, io e Leah decidemmo di prenderci un momento tutto per noi. Senza campo, senza pallone, senza telecamere. Solo noi due. Così prenotammo un fine settimana in un borgo medievale vicino a Oxford. Un piccolo angolo di mondo incantato, immerso nella campagna inglese, dove il tempo sembrava essersi fermato.
Il cottage in cui alloggiavamo era semplicemente perfetto. Muri in pietra chiara, travi a vista sul soffitto, un camino antico che scaldava l'ambiente con una fiamma viva e rassicurante. Le finestre affacciate sui campi verdi e un profumo costante di lavanda e legna. Appena entrai, mi tolsi le scarpe e camminai scalza sul parquet consumato, toccando ogni dettaglio come se volessi assorbirlo.
«Hai superato te stessa,» le dissi voltandomi verso Leah.
Lei mi sorrise da vicino alla porta. «Volevo che fosse speciale.»
«Lo è.»
Quella sera cenammo fuori, in una locanda del borgo, dove ci servirono una cena tradizionale a lume di candela. Leah non smise di fissarmi per tutto il tempo, e io mi sentivo come se fossimo le uniche due persone sulla faccia della terra.
Il giorno dopo, all'alba, Leah mi svegliò piano.
«Vestiti,» sussurrò. «Ho organizzato una cosa.»
Mezz'ora dopo stavamo camminando mano nella mano lungo un sentiero nel bosco, con l'erba ancora bagnata di rugiada e il cielo che si tingeva lentamente di rosa. Leah non disse nulla, finché non arrivammo in cima a una piccola collina.
«Guarda laggiù,» indicò.
Il sole stava sorgendo su un piccolo lago, e l'acqua rifletteva ogni colore possibile. C'era una barchetta legata a un pontile di legno, e un cestino da picnic poggiato lì accanto.
«Leah...»
«Shh.» Si voltò verso di me. «Non parlare. Solo... resta qui con me.»
Sedemmo vicine, coperte da una coperta di lana, mentre mangiavamo fragole e piccoli dolcetti comprati il giorno prima. Mi sentivo in pace. Finalmente. Non c'erano più dubbi, voci, contratti o loghi da indicare. Solo noi.
«Sai,» mormorò lei all'improvviso, «quando sei arrivata all'Arsenal, pensavo fossi solo una parentesi. Un talento in prestito. Ma adesso... adesso fai parte di tutto questo. Anche di me.»
Le sue parole mi colpirono nel profondo. Non sapevo cosa rispondere. Ma sentii il cuore fare un salto.
La abbracciai piano, stringendola a me.
«Io non so ancora dove sarò tra qualche mese,» dissi. «Ma so dove voglio essere adesso. E questo posto... con te... è esattamente dove voglio restare.»
Ci baciammo, mentre il sole saliva lentamente sopra l'orizzonte. E per la prima volta da settimane, non avevo paura.
Solo amore.
STAI LEGGENDO
Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
