Avevo sempre pensato che l'amore fosse una questione di tempismo.
Che fosse come una porta lasciata socchiusa nel momento giusto.
Ma con Leah... era diverso.
Con Leah stavo imparando che l'amore poteva anche essere una scelta consapevole. Un gesto quotidiano. Un lento avvicinarsi, senza chiedere troppo, ma restando abbastanza a lungo da farti sentire al sicuro.
La nostra vita era frenetica — tra allenamenti, fisioterapia e tattiche da studiare — eppure Leah riusciva sempre a trovare uno spiraglio, un momento per me.
Una mattina mi fece trovare una bustina di tè alla camomilla con un bigliettino sul lettino della fisioterapia. "Perché so che le notti sono state pesanti. Ti penso."
Un'altra volta, alla fine di una sessione in palestra, mi fece trovare il mio snack preferito con una nota infilata dentro: "Ogni piccola vittoria merita una celebrazione."
Sembravano gesti semplici, ma per me erano enormi.
I social, invece, continuavano a essere una tempesta.
Ogni foto, ogni stories, veniva letta come una prova o una provocazione.
I commenti si dividevano tra chi ci voleva insieme e chi mi insultava senza mezzi termini, come se non fossi altro che un ostacolo tra Leah e l'immagine che il mondo si era fatto di lei.
Alla fine, avevo disattivato i commenti. Non per arrendermi, ma per difendermi.
«Non devi leggere tutto quello che dicono,» mi disse Leah un pomeriggio, mentre le mani mi sfioravano la spalla sinistra ancora dolorante durante una sessione di stretching post-fisioterapia.
«Non lo faccio più,» mentii.
Lei mi guardò, sollevando un sopracciglio.
«Lucia...»
Sorrisi debolmente.
«Ci provo.»
E lei non insistette. Mi strinse solo la mano, e in quel gesto c'era più protezione che in mille parole.
Quel sabato pomeriggio, Leah mi scrisse solo: "Vestiti comoda. Ti passo a prendere alle 16."
Il cielo sopra Londra era terso come raramente accade. I raggi del sole illuminavano le strade con una luce dorata, e quando Leah mi aprì la portiera della macchina con un sorriso fiero stampato sul volto, sentii il cuore battere più forte.
Guidammo in silenzio per un po', con una playlist dolce in sottofondo. Arrivammo a Regent's Park, uno dei miei preferiti, anche se non lo avevo mai detto a nessuno.
Leah parcheggiò, aprì il cofano e tirò fuori una coperta a quadri, un piccolo cestino da picnic e un thermos.
«Non c'è niente di strano in voler vedere il tramonto con qualcuno che ti piace, vero?» disse, lanciandomi uno sguardo di sbieco.
Scoppiai a ridere.
«Solo se porti anche i biscotti.»
«Ne ho presi due tipi. Ho fatto bene?»
«Benissimo.»
Stendemmo la coperta su un punto leggermente in salita, da dove si vedeva tutto il parco e il cielo che cominciava già a tingersi di rosa.
Parlammo di tutto: del calcio, di Amanda, di quando Leah da bambina voleva fare la veterinaria e poi l'astronauta, e poi la detective come nei film.
«E tu?» mi chiese mentre sgranocchiava un biscotto al burro.
«Io?»
«Tu da piccola chi volevi essere?»
«Libera.» risposi d'istinto.
Lei abbassò lo sguardo per un attimo, poi si avvicinò.
«E ora?»
«Sto iniziando a sentirmi così.»
Restammo in silenzio, il vento che muoveva appena le fronde degli alberi, la luce che scendeva piano sulle nostre spalle.
Mi sdraiai sull'erba, fissando le nuvole che cambiavano forma, e Leah fece lo stesso accanto a me.
Le sue dita cercarono le mie. Le intrecciò con delicatezza, come se temesse di rompermi.
Mi voltai. I suoi occhi erano fissi nei miei.
Ci fu un attimo di sospensione. Un battito trattenuto.
E poi ci baciammo.
Non fu un bacio impetuoso, né affamato.
Fu un bacio lento, consapevole, pieno di rispetto.
Un bacio che diceva: "Non ho fretta, ma ci sono."
Quando le nostre labbra si staccarono, mi accorsi che avevo gli occhi lucidi.
«Va tutto bene?» chiese lei, spostandomi una ciocca di capelli dal viso.
«Sì,» risposi. «Va tutto... finalmente bene.»
E mentre il sole tramontava su Londra, capii che il mio cuore, così a lungo rimasto chiuso, stava iniziando ad aprirsi di nuovo.
E stavolta, forse, valeva la pena lasciarlo fare.
La domenica mattina mi svegliai con il cuore ancora pieno di quella leggerezza che solo certe emozioni vere sanno regalarti. Mi girai nel letto, il viso affondato nel cuscino, sorridendo da sola come un'adolescente al suo primo amore. E forse, in un certo senso, lo ero davvero.
Non era la prima volta che provavo qualcosa per qualcuno, ma con Leah... era diverso. Non c'erano giochi, né promesse sussurrate a metà. Solo gesti concreti e una costanza rassicurante. Era tutto così sincero che quasi mi faceva paura.
L'inglese sarebbe stata tutta la giornata fuori casa, impegnata con una cena di famiglia a cui mi aveva chiesto mille volte di accompagnarla, ma avevo preferito restare a casa e lasciarle lo spazio che meritava insieme ai suoi cari. Durante il giorno ci scrivemmo dei messaggi leggeri, a tratti ironici, ma c'era sempre quella nota sottointesa, quel non detto che cominciava a pesare dolcemente sul petto: stavamo entrando in qualcosa di vero. E io, per la prima volta da tanto, non avevo più voglia di scappare.
La sera avevo appuntamento con Martina. Avevamo deciso di cenare insieme da Dishoom, un posto che adoravamo entrambe, e che con i suoi profumi speziati riusciva sempre a riportarci un po' a casa, a quella zona di comfort fatta di chiacchiere e battute senza filtri.
Quando mi vide entrare nel locale, Martina sgranò gli occhi e si alzò immediatamente per abbracciarmi.
«Ma che hai combinato, faccia da copertina? Hai una luce negli occhi che manco nei filtri Instagram!»
Scoppiai a ridere.
«Esagerata.»
«No, no. C'è qualcosa. Anzi, qualcuno. Siediti subito e racconta tutto.»
Mi lasciai cadere sulla sedia, ancora con quel sorriso stampato in faccia che cercavo di tenere a bada da ore.
«Siamo andate a Regent's Park ieri. Picnic al tramonto. Coperta, biscotti, e... il primo bacio.»
Martina si portò le mani al petto come se fosse stata colpita da un colpo al cuore.
«NOOO. Ma sei seria? Con tutto il pacchetto romantico incluso? E io che pensavo che Leah fosse tipo da armatura di ferro...»
«Lo pensavo anche io, sai?» dissi abbassando lo sguardo sul menu. «Invece è stata dolcissima. Non ha forzato nulla. Solo... ci ha lasciato essere.»
Martina ordinò con aria distratta, troppo presa dalla mia storia per pensare davvero a cosa avrebbe mangiato.
«E poi? Cioè, vi siete baciate e poi? Mi devi raccontare i dettagli, per favore.»
Scossi la testa, ridendo.
«Non ci sono altri dettagli, Marti. Non ancora.»
«Cioè, vuoi dirmi che non avete ancora—?»
«No.»
Lei aggrottò le sopracciglia.
«Neanche un accenno?»
«Certo che ci sono stati momenti... intensi, sguardi, mani che si sfiorano... ma niente di più. Abbiamo deciso di prendercela con calma. Lasciare che le cose accadano naturalmente.»
Martina mi fissò con una faccia tra il sorpreso e l'incredulo.
«Lucia, mi stai dicendo che c'è una Leah Williamson che ti organizza picnic romantici, ti guarda come se fossi l'unica stella in cielo, ti coccola ogni giorno... e tu stai ancora aspettando?»
«Sì,» risposi con calma.
«E sai una cosa? Non mi pesa. Anzi, mi piace così. Perché ogni volta che la guardo negli occhi, so che non sta recitando. Non è una corsa, è... una costruzione. E io non voglio rovinare niente.»
Martina si rilassò, finalmente abbandonando la sua espressione da interrogatorio.
«Va bene. Lo rispetto. Però ti avverto, quando succederà, mi devi un voice note di almeno tre minuti.»
Scoppiai a ridere, talmente forte da attirare l'attenzione del tavolo accanto.
«Marti!»
«Dai! Almeno uno spoiler innocente. Tipo: braccia forti, mani dolci? Sguardo che ti scioglie?»
«Sguardo che mi scioglie, quello sì. E mani che sanno esattamente quando stringere e quando lasciar andare.»
«Ok, mi basta. Per ora.»
Mi lanciò uno sguardo complice, poi prese una forchettata di riso speziato e tornò alla sua solita disinvoltura.
Rimanemmo a parlare fino a tardi, scivolando da un argomento all'altro: calcio, famiglie, sogni. Ma ogni tanto, tra una risata e un sorso d'acqua, lei mi guardava in silenzio, con quel mezzo sorriso che solo chi ti conosce bene può avere.
«Ti vedo serena, Lucia,» disse mentre uscivamo dal locale.
Annuii piano.
«Lo sono. E forse per la prima volta... non ho paura di esserlo.»
Mi abbracciò forte, poi mi sussurrò all'orecchio:
«Tienitela stretta. Ma tieniti stretta anche te stessa.»
E mentre camminavo verso casa, con il cuore ancora pieno e un filo di vento tra i capelli, pensai che sì, forse stavolta... stavo imparando a fare entrambe le cose.
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
