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Il centro eventi dell'Arsenal brillava come una vetrina di Natale, tutto oro e rosso, luci ovunque, fotografi in ogni angolo, giornalisti in agguato, influencer con i loro sorrisetti plastificati. Mi sembrava di essere finita nel set di un film, uno di quelli che non scegli mai di guardare, ma che alla fine ti trovi a commentare con un misto di cinismo e rassegnazione.

Non avevo alcuna voglia di esserci. Non amavo i riflettori, e meno che mai la finzione. Odio dover fingere di essere spensierata quando dentro sento tutto il contrario. Ma Renée non mi aveva lasciato scelta.

«Ci sei anche tu, Lucia. Sei parte della squadra, infortunata o no. E poi... serve il tuo fascino italiano davanti alle telecamere.»

Avevo sbuffato talmente forte che credo di aver fatto tremare i vetri dell'ufficio. Ma alla fine, avevo ceduto. Come sempre.

Mi avevano fatto vestire da una stilista di Versace, in una boutique dove persino l'aria profumava di soldi. Tailleur nero, elegante, perfetto. Capelli raccolti in uno chignon basso, rossetto scuro, tacchi. L'immagine riflessa nello specchio sembrava quella di una donna che aveva tutto sotto controllo. Finta. Ma credibile. Mi avevano persino proposto di decorare le stampelle con dettagli in pelle nera, ma avevo rifiutato. Almeno quelle volevo che restassero reali, vere. Un segno tangibile che no, non tutto era perfetto.

Appena entrai nella sala, i flash iniziarono a scattare come fossero mitragliette. Domande, richieste di foto, sorrisi tirati. Mi limitai a essere cortese. Presente, ma distante. Poi la vidi.

Leah.

Vestita di scuro, camicia bianca, cravatta sottile. I capelli tirati indietro, lo sguardo serio, il sorriso appena accennato. Era con Beth e un paio di dirigenti, ma appena i nostri occhi si incrociarono, il tempo parve fermarsi. Il rumore intorno si dissolse, e rimase solo quel silenzioso "sei qui" che ci dicemmo senza bisogno di parole.

Mi sedetti accanto a Lotte e Alessia, cercando di distrarmi, di non pensarci troppo. Non avevo ancora deciso se parlarle o meno. Se volevo davvero affrontarla. Continuavamo a scambiarci sguardi – non tesi, ma complici. Una strana complicità, difficile da spiegare.

E poi arrivò quel momento.

Durante la presentazione, le luci si abbassarono e un video tributo iniziò a scorrere sul maxischermo. Momenti di allenamento, goal, esultanze, sorrisi di gruppo. Il pubblico applaudiva, rideva, commentava. Finché non apparve una clip particolare.

La partita contro l'Everton.

Io e Leah, insieme. Una difesa perfetta, una copertura l'una per l'altra, e poi l'abbraccio, stretto, autentico. La voce del commentatore riempì la sala: «Leah Williamson e Lucia Grimaldi, l'anima e il cuore della difesa dell'Arsenal. Una connessione che va oltre il calcio.»

Mi si gelò il sangue nelle vene.

Rimasi rigida sulla sedia, mentre attorno a me sentivo la pelle pizzicare sotto sguardi curiosi. E poi, di nuovo, sentii i suoi occhi su di me. Guardava lo schermo, sì. Ma stava guardando anche me. Rivivendo quel momento, proprio come me.

«Tutto bene?», mi sussurrò Lotte, abbassando la testa verso di me.

Annuii, appena. Non riuscivo a dire di più. Dentro ero un disastro.

Dopo il video, tutti si riversarono verso l'area buffet. Cercavo solo di sopravvivere. Un brindisi, una foto con un ex calciatore che mi chiamò "principessa italiana", qualche chiacchiera vuota con una presentatrice di Sky Sport. Poi, mentre prendevo un bicchiere d'acqua, mi ritrovai accanto a lei. Amanda. La madre di Leah.

«Non sei fuggita. Questo è già qualcosa», mi disse con quel suo sorriso gentile che ti disarma.

Sorrisi anch'io, piano. «Diciamo che ho imparato a reggere le situazioni scomode. Più o meno.»

Amanda mi osservò per un momento, poi mi porse un altro bicchiere. «Leah ti pensa molto, sai? Ma non è brava a dirlo. È come suo padre. Tiene tutto dentro finché... non scoppia.»

Abbassai lo sguardo. «Anch'io non sono facile. Testarda. Orgogliosa. Ma non sono cieca. So quanto è speciale.»

Mi prese la mano. Un gesto semplice, ma pieno di significato. «Allora non chiudere il cuore troppo in fretta, Lucia.»

Quando mi voltai per tornare al mio posto, mi ritrovai Leah alle spalle. Così vicina che potevo sentire il suo respiro, lento e profondo.

«Hai un minuto?», chiese, con quella voce bassa che mi faceva sempre tremare lo stomaco.

La guardai. Annuì.

Uscimmo sul terrazzo del centro eventi, dove l'aria era fresca, pungente, ma stranamente rassicurante. Nessuno ci seguì. Finalmente sole.

«Quel video», iniziò Leah, guardando davanti a sé, «non lo sapevo. Ma quando l'ho visto... mi è mancato il fiato.»

Rimasi in silenzio per qualche secondo. Poi sussurrai: «Anche a me.»

Si voltò verso di me. Fece un passo avanti. Non troppo. Solo quel tanto che bastava.

«Voglio costruire qualcosa con te. Ma ho bisogno di sapere se c'è ancora qualcosa per cui vale la pena lottare.»

La fissai. Dritta negli occhi. «Tu sai lottare solo in campo, Leah?»

Il suo sorriso si fece appena più deciso. «No. Sto imparando a farlo anche fuori. Per te.»

Restammo così, in silenzio. Le parole erano finite, ma il non detto ci avvolgeva come un mantello.

Feci un mezzo sorriso. «Allora vediamo se reggi tutti i novanta minuti.»

Questa volta, Leah sorrise davvero. Un sorriso pieno. Vero.

Io, invece, mi voltai. Tornai dentro.

Il cuore mi martellava nel petto, come dopo una finale vinta ai rigori.

Forse, finalmente... qualcosa si stava muovendo.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora