Il cielo su Londra era grigio e basso, il tipo di grigio che ti entra dentro, che non ti lascia scampo nemmeno quando chiudi gli occhi. Me ne stavo seduta su una delle panchine all'interno del centro sportivo dell'Arsenal, con la gamba tesa e appoggiata sul poggiapiedi. Una coperta mi avvolgeva fino alla vita, ma il freddo che sentivo veniva da dentro.
Ogni giorno iniziava uguale: sveglia presto, fisioterapia, esercizi lenti e dolorosi, sorrisi forzati delle compagne che mi passavano accanto. Ogni giorno terminava uguale: io da sola su quella panchina, a guardare un campo che non sentivo più mio. La riabilitazione era cominciata da poco, eppure sembrava già eterna. Ogni esercizio era una coltellata, non solo fisica: era il ricordo vivo e pungente di quello che avevo perso.
Mi mancava tutto. Il rumore degli scarpini sul tunnel prima di entrare in campo, l'adrenalina nelle vene quando l'arbitro fischiava l'inizio, le urla delle compagne, perfino quelle più fastidiose. Mi mancava... Leah. La sua voce che mi gridava da lontano: "Pressa Lucia, non mollare!"
Mi mancava persino quel battito di cuore accelerato che mi accompagnava prima di ogni partita.
Mi strinsi nella giacca, mentre il silenzio del pomeriggio sembrava inghiottirmi.
Fu in quel momento che sentii passi lenti avvicinarsi. Mi voltai e vidi Renee. Indossava un maglione blu scuro, la giacca sportiva dell'Arsenal sopra, i capelli legati in uno chignon scomposto. Mi sorrise con quella sua calma che mi aveva sempre messo a disagio, forse perché sapeva vedere più di quanto diceva.
"Lucia," disse dolcemente. "Hai finito la seduta di oggi?"
Annuii, stringendomi ancora di più nel mio giubbotto. "Sì. Il corpo ha finito. La testa... quella è ancora lì che combatte."
Lei fece un mezzo sorriso, inclinando la testa di lato. "Hai un minuto? Ti va di venire nel mio ufficio? Niente di ufficiale, solo due chiacchiere tra ragazze."
Esitai. Di solito evitavo gli uffici. Mi facevano sentire come se fossi sotto interrogatorio. Ma qualcosa nei suoi occhi mi convinse. "Okay, ma solo se mi fai anche un tè. Con miele. E tanto."
Renee rise. "Affare fatto."
Il suo ufficio era piccolo, ma accogliente. Una pianta verde sul davanzale, alcune foto incorniciate della squadra, libri impilati ordinatamente su una mensola. Profumava di legno e menta, molto più familiare rispetto all'ufficio gelido e impersonale di Jonas. Mi sedetti su una poltrona bassa, vicino alla finestra. Lei mi porse una tazza fumante di tè nero e si sedette accanto a me.
"Lo so che non è facile," iniziò, stringendo la tazza tra le mani. "Ed è per questo che volevo parlarti. Non come allenatrice, ma come ex giocatrice."
La guardai, incuriosita. "Anche tu... ti sei fatta male?"
Lei annuì lentamente. "Crociato e menisco. Amichevole col PSV, avevo ventotto anni. Pensavo fosse solo una botta, invece... fine della corsa."
Deglutii. "E... sei riuscita a tornare?"
"No. Non come giocatrice, almeno. Ho provato, eh. Ho dato tutto. Ma il corpo non rispondeva più. Alla fine ho dovuto reinventarmi. È così che è nata l'allenatrice. Ma non te lo racconto per scoraggiarti. Anzi."
"E allora perché?" domandai, fissando il vapore che usciva dalla mia tazza.
"Perché tu hai qualcosa che io non avevo."
Sollevai lo sguardo. "Tipo?"
"Una volontà feroce. E un'anima piena di magia. Tu non sei solo una buona calciatrice, Lucia. Sei ispirazione, movimento, cuore. Ti ho vista in campo. Ho visto come le tue compagne si accendono quando hai la palla tra i piedi."
Sentii un nodo salirmi alla gola. Mi sforzai di deglutire. "E se non tornassi più quella di prima?"
Lei sorrise, ma non era un sorriso di circostanza. Era vero. "Non tornerai quella di prima. Ma tornerai meglio. Sarai diversa, certo. Ma anche più forte. Più profonda. Imparerai a convivere con una parte fragile di te, e questo... ti renderà ancora più letale in campo."
Rimanemmo in silenzio qualche secondo. Poi sbuffai, tentando di alleggerire l'aria. "Sai che forse sei più brava a fare la psicologa che a fare i cambi durante le partite?"
Lei rise, scuotendo la testa. "Ma io li faccio bene, i cambi!"
"Ne riparliamo quando torno. Con i tacchetti." Le sorrisi di sbieco.
"Affare fatto." Mi sfiorò il ginocchio con delicatezza, e non sentii più il freddo. Solo un'inaspettata pace.
Quando uscii dall'ufficio, l'aria di Londra era ancora umida, grigia, ma non sembrava più così pesante. Mi sistemai la giacca e chiusi gli occhi un istante.
Leah. Sempre presente. I suoi messaggi, le sue mani che mi aiutavano a salire i gradini, il suo silenzio carico d'amore. Amanda, la sua mamma, che continuava a scrivermi ogni sera: "Forza piccola, sei forte come il sole d'agosto."
E ora Renee.
Non ero guarita, no. Ma per la prima volta da settimane, sentivo che forse... un giorno avrei potuto sorridere di nuovo. Ritornare a sognare i grandi trofei.
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
