Rimasi seduta sulla panca dello spogliatoio, con il cuore in gola e le mani sudate nonostante non avessi giocato neanche un minuto.
Le immagini della mia intervista erano ancora lì, sullo schermo, in loop. La mia voce tremante, le risposte balbettate, il modo in cui mi ero sentita messa all'angolo, spogliata della mia privacy davanti a sconosciuti armati di microfoni e sorrisi fintamente cordiali.
Non ero abituata a quello. Non così. Non in quel modo.
Sentii il respiro salirmi in gola, come se stessi affogando in qualcosa di invisibile.
Fu in quel momento che Leah uscì.
Non disse nulla. Solo uno sguardo. Quello che dava in campo quando la squadra era sotto e lei non era disposta a perdere.
Katie mi aveva detto che stava andando a fare ciò che nessuna aveva il coraggio di fare.
E io, in quel momento, capii perfettamente cosa intendesse.
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Uscii anche io poco dopo, ma mi fermai nel tunnel, nascosta dietro a uno degli ingressi tecnici.
Potevo vederla, Leah, ferma davanti a tre giornalisti, tra cui lo stesso che aveva incalzato me pochi minuti prima.
Aveva i capelli ancora umidi, una felpa dell'Arsenal addosso, ma lo sguardo...
Quello era tagliente. Fermo. Inamovibile.
«Voglio dire due cose,» esordì con una voce che non ammetteva interruzioni.
La giornalista davanti a lei stava già sollevando la mano per fare una domanda, ma Leah la ignorò.
«Lucia è una delle atlete più professionali e leali che io abbia mai incontrato. E non lo dico solo perché è una mia compagna di squadra. Lo dico perché l'ho vista lavorare giorno dopo giorno, anche quando nessuno guardava. Anche quando era ferita. Anche quando era messa in discussione.»
Le sue parole mi si conficcarono nel petto, come qualcosa di troppo bello da sopportare.
«Solo perché noi siamo persone conosciute non significa che il pubblico debba essere a conoscenza di ogni cosa che accade nelle nostre vite. L'interesse che avete mostrato per la mia amicizia con lei, per ciò che potrebbe o non potrebbe esserci, è fuori luogo. Ma peggio ancora è il modo in cui avete speculato.»
Fece una pausa, e vidi le sue mani chiudersi a pugno lungo i fianchi.
«La decisione di non seguire più Lucy Bronze su Instagram è partita da me. E Lucia non c'entra assolutamente nulla. Cercare un collegamento tra due cose che non sono mai state legate è sbagliato. E ingiusto. Per tutte le persone coinvolte.»
Uno dei giornalisti provò a interromperla. «Quindi vuole dire che—»
«Voglio dire che dovreste occuparvi di sport. E lasciare in pace le persone che stanno cercando di vivere le loro vite con dignità. Lucia non deve giustificare nulla a nessuno. E nemmeno io.»
Silenzio.
Nessuno osava parlare. Nessuno osava respirare.
E io... io avevo il cuore pieno.
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La ritrovai poco dopo, appena fuori dallo stadio, sotto uno dei lampioni del parcheggio riservato agli atleti. Era lì con Amanda, sua madre, che le stava parlando a bassa voce.
Mi avvicinai piano, quasi con timore, ma Amanda mi vide subito.
«Eccoti, dolcezza.»
Mi sorrise, poi posò una mano sulla spalla della figlia con dolcezza e fermezza.
«Hai combattuto per ciò a cui tieni. Esattamente come ti ho insegnato da quando eri piccola.»
Leah abbassò un attimo lo sguardo, ma lo fece con quel sorriso silenzioso che solo Amanda riusciva a farle venire fuori.
Io rimasi in disparte, spettatrice di un legame tanto solido da sembrare invincibile.
Poi Amanda si voltò verso di me.
«E tu, Lucia, vieni qui.»
Mi avvicinai, quasi con vergogna.
Lei mi prese il viso tra le mani, con delicatezza.
«Non lasciare che queste cose ti cambino. Hai una luce dentro di te. E noi la vediamo.»
Sentii gli occhi pizzicare, ma mi limitai ad annuire, mordendomi il labbro per non cedere alle lacrime.
«Volete venire a casa mia a Milton Keynes?» disse poi, con il tono più naturale del mondo. «Ho preparato delle lasagne, e magari possiamo guardare un film e fingere, solo per qualche ora, che il mondo là fuori non esista.»
Guardai Leah.
Lei mi guardò.
Non serviva parlare.
Il viaggio verso Milton Keynes fu tranquillo. Leah guidava in silenzio, la musica accesa a volume basso, e Amanda, seduta davanti, commentava ogni tanto il paesaggio o raccontava piccoli aneddoti familiari, come per alleggerire l'atmosfera.
Io ero dietro, con la testa appoggiata al finestrino, e gli occhi che osservavano le strade scorrere.
Il cielo era grigio, ma non minacciava pioggia. Era uno di quei pomeriggi sospesi, dove tutto sembrava rallentare, come se il tempo volesse concederci una pausa.
Arrivati a casa, Amanda ci fece strada all'interno del suo accogliente cottage alla periferia della città.
Le pareti color crema, le foto di famiglia appese qua e là, il profumo di legno misto a lavanda: tutto parlava di casa. Di un posto sicuro.
«Fate come se foste a casa vostra,» disse, togliendosi il cappotto e andando in cucina. «Le lasagne sono pronte da stamattina. Mi sono svegliata con una strana voglia di cucinare. Ora so perché.»
Leah si tolse la giacca e si voltò verso di me.
«Ti va di andare in salotto mentre mia madre finisce?»
Annuii piano.
Il salotto era caldo, accogliente. Ci sedemmo sul divano, e io mi lasciai andare contro lo schienale con un sospiro profondo.
Leah accese la televisione senza audio, solo per riempire il silenzio, poi si voltò verso di me.
«Stai meglio?»
Ci pensai un attimo. «Sto... meno peggio.»
Un piccolo sorriso le curvò le labbra.
«Va bene così.»
Amanda ci raggiunse poco dopo, portando con sé un vassoio con tre piatti fumanti.
«Lasagne di verdure, non le facevo da un po'. Ma sono fiduciosa.»
Ci sedemmo a tavola, e per la prima volta in giorni mangiai con gusto.
Parlammo del più e del meno, evitando volutamente l'argomento che ci aveva accompagnate per tutto il giorno. Amanda era una maestra in questo: riusciva a farti sentire importante senza metterti sotto pressione.
Dopo cena ci spostammo di nuovo in salotto. Amanda mise su un vecchio film inglese, quelli che piacciono a lei, con battute secche e umorismo tagliente.
Io e Leah ci rannicchiammo sotto la stessa coperta sul divano, e a un certo punto la sua mano cercò la mia.
Non c'era bisogno di dire niente.
Eravamo semplicemente lì.
Amanda si era addormentata nella sua poltrona reclinabile prima ancora che finisse il film.
Io la guardai e poi rivolsi lo sguardo a Leah.
«Hai fatto qualcosa di molto bello oggi,» le dissi sottovoce.
«L'ho fatto perché era giusto. E perché sei importante.»
Quelle parole mi entrarono dentro con una delicatezza che non mi aspettavo.
Forse era solo una domenica.
Forse domani tutto sarebbe ripreso come prima.
Ma quella sera, seduta su un divano con la mano di Leah nella mia, e Amanda che russava piano, io avevo trovato un frammento di pace.
E per me, dopo tutto quello che era successo, era già tantissimo.
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
