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Ero tornata a Londra da due giorni, ma la casa sembrava più vuota del solito. Più silenziosa. Eppure, ogni oggetto era al suo posto, ogni angolo parlava ancora di lei. La sua felpa buttata sulla sedia, la tazza con il logo dell'Arsenal sul ripiano della cucina, il suo shampoo nella doccia. Ma lei no, Leah non c'era.

L'intera squadra era in ritiro al centro sportivo. Preparavano la partita di ritorno contro il Real Madrid, una di quelle da dentro o fuori. Sentivo l'energia, anche da lontano. Sentivo la tensione nelle sue parole, nei suoi silenzi, nei suoi respiri profondi durante le videochiamate.

I messaggi tra noi, però, non si erano mai fermati. Se possibile, erano aumentati. Ogni pausa, ogni momento libero diventava un pretesto per scriversi.

Leah: Non vedo l'ora di rivederti... questa casa senza di te fa ancora più schifo del solito.
Io: Almeno io ci sono tornata... tu sei ancora barricata là dentro. E poi, chi ti dice che ho dormito a casa? 😏
Leah: Non provocarmi. Lo sai che vengo lì a piedi scalzi se serve.
Io: Aspetta solo che questa partita finisca. Poi voglio guardarti negli occhi. Davvero.

Le videochiamate erano diventate il mio momento preferito della giornata. Un piccolo rituale serale che mi riportava un po' di pace. Bastava vedere il suo nome comparire sullo schermo perché qualcosa dentro di me si sciogliesse. E quando mi raccontava le sue giornate, l'allenamento, le battute con le compagne, o mi confessava i suoi timori, io sentivo solo che quel legame, nato quasi per caso, era diventato impossibile da ignorare.

Il giorno della partita, l'Emirates sembrava un tempio. Vibrante, colmo d'attesa, di ansia e speranza. Era sold out. Più di 60.000 tifosi. Una marea rossa e bianca che cantava, urlava, batteva le mani. Io ero lì, accanto ad Amanda, nel settore riservato. Avevo una sciarpa al collo e sotto il cappotto indossavo la mia maglia dell'Arsenal con orgoglio. Era agitazione pura. Emozione cruda.

Ogni volta che inquadravano Leah sul maxi schermo, il cuore mi saltava in petto. Era così concentrata. Così bella, anche sudata, anche seria. Le mani sui fianchi, gli occhi fissi sul gioco. Mi sembrava di vederla per la prima volta, e al tempo stesso, di conoscerla da sempre.

Poi, la magia.

Il primo gol lo fece Russo, tagliando in area come un coltello nel burro. Lo stadio esplose. Urlai così forte che Amanda mi guardò ridendo, col dito nelle orecchie.
Il secondo fu una meraviglia di McCabe su punizione. Una parabola perfetta. Il boato fu assordante. Mi ritrovai a saltare, abbracciare sconosciuti, ridere come una bambina.
E il terzo... il terzo lo fece Maanum. Tornata da un momento difficile, con un destro preciso, sotto l'incrocio. Lì mi vennero quasi le lacrime. Sembrava tutto così giusto.

3-0.

Vendetta compiuta. Qualificazione in tasca. Ma per me, il momento più bello doveva ancora arrivare.

Dopo la partita, Amanda mi fece un cenno. Uno dello staff ci accompagnò fino alla zona appena fuori dagli spogliatoi. C'era odore di sudore, di erba tagliata, di vittoria. Le ragazze uscivano una ad una, accolte da abbracci, sorrisi, pacche sulle spalle.

Leah fu l'ultima.

Quando la vidi spuntare, con i capelli legati in fretta, la tuta di rappresentanza ancora aperta addosso e il viso stanco ma felice, mi si fermò il cuore per un secondo.

"Eccoti" dissi, cercando di contenere un sorriso troppo grande.

Mi guardò, e nei suoi occhi si accese qualcosa. "Mi hai portato fortuna."

Risi. "Non darmi troppo potere. Potrei montarmi la testa."

"Troppo tardi."

Ci fissammo in silenzio. Un silenzio che non faceva paura. Poi venne verso di me, mi prese la mano, con quella sicurezza dolce che solo lei sapeva avere.

"Vieni con me. Ti porto in un posto."

Non chiesi nulla. Solo salii in auto con lei.

Guidò per una ventina di minuti. Strade silenziose, luci notturne, Londra che si stendeva intorno come un sogno. Arrivammo in un punto panoramico, uno di quelli che sembrano usciti da un film. Dalla terrazza si vedevano tutte le luci della città brillare. Il Tamigi come un nastro argentato, i tetti che disegnavano l'orizzonte.

Mi avvicinai alla ringhiera. Il vento mi scompigliava i capelli. Leah si mise accanto a me, in silenzio.

Poi la sentii voltarsi.

"Lucia."

"Mmh?"

"Lo sai che sono una persona razionale, no?"

La guardai. "Fin troppo."

"Eppure con te non riesco a esserlo."

Sorrisi. Un sorriso timido, che però sentivo salire da dentro, vero.

"Non riesco a spiegarmi perché mi manchi dopo poche ore. Perché ogni tuo messaggio mi fa battere il cuore. Perché oggi, in campo, in mezzo alla confusione, pensavo solo a te in tribuna."

Io non parlavo. La lasciavo andare, mentre le parole le uscivano come un fiume.

"Ho provato a razionalizzare tutto questo. A dirmi che era solo una fase. Che sei bellissima, intelligente, brillante. Che è normale restare affascinata. Ma non è solo quello. È che con te mi sento... diversa."
"E volevo dirtelo qui. Lontano da tutto. Senza pressioni. Senza filtri. Solo io e te."

Il cuore mi batteva forte, ma non era ansia. Era quella sensazione che si prova quando sai che qualcosa di importante sta accadendo davvero.

Feci un passo verso di lei. Le presi il viso tra le mani, sentii la sua pelle fredda per il vento.

"Non serve essere razionali, Leah," dissi piano. "Basta essere sincere. E io... io sono pronta a scoprirlo. Insieme a te."

Lei sorrise.

E in quel momento Londra sembrò ancora più luminosa.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora