Il mio cuore batteva più forte del solito, quella mattina. Mi ero svegliata prima del previsto, troppo agitata per restare a letto. Dopo mesi di fisioterapia, di corse leggere e allenamenti individuali, finalmente tornavo ad allenarmi in gruppo. La notte non avevo dormito granché, un misto di ansia e adrenalina che mi si muoveva addosso come un'onda difficile da contenere.
Arrivai al centro sportivo con un anticipo ridicolo. Il cielo di Londra era coperto, ma dentro di me c'era un sole caldo che non si spegneva. Appena varcata la soglia dello spogliatoio, fui travolta da urla e applausi.
«LUUUUCIAAA!»
«Bentornata guerriera!»
«Finalmente di nuovo con noi!»
C'erano palloncini rossi e bianchi appesi ovunque, una scritta fatta a mano con un cartellone: We missed you! — e uno speaker Bluetooth che diffondeva la mia canzone preferita italiana, probabilmente messa da Alessia, che ormai si era autoproclamata DJ ufficiale della squadra.
Rimasi ferma sulla soglia, sorpresa, commossa, un po' incredula.
«Ma... che state facendo?» chiesi ridendo, mentre le ragazze mi stringevano in un abbraccio collettivo.
«Te lo dovevamo, Luci,» disse Katie con un sorriso che sapeva di sorellanza. «Non vedevamo l'ora di rivederti sul campo con noi.»
Poco dopo sentii una mano sulla mia schiena. Mi voltai: era Renèe, che mi fece l'occhiolino e mi tese un braccio.
«Spero tu sia pronta a farti sudare oggi. La fiseoterapista ha detto che sei ufficialmente una di noi di nuovo.»
Mi commossi, ma cercai di restare composta. In fondo, volevo solo questo: tornare a sentirmi una calciatrice. Non una che ci aveva quasi rinunciato. Non una che doveva solo aspettare. Ma una presente. In quel momento. In quella squadra.
E fu proprio la squadra a rendere tutto perfetto. Ci allungammo insieme, ridemmo durante i torelli, mi presero in giro affettuosamente perché avevo dimenticato certi automatismi — tipo farmi sentire per il passaggio — ma in nessun momento mi fecero sentire fuori posto. Anzi, ero parte di quel respiro collettivo, di quel flusso vivo che è il gioco.
La giornata volò. Alla fine dell'allenamento, ci scattammo una foto tutte insieme, e l'account ufficiale del club postò un video con il mio rientro e la scritta: "Lucia is BACK 💪🏼🔥". I commenti furono tantissimi, ma stavolta non lasciai che i soliti haters mi toccassero. Avevo fatto silenzio, avevo chiuso la sezione commenti, ma quel giorno decisi di tenerla aperta. E la marea d'amore fu così travolgente che ne restai spiazzata.
Qualche giorno dopo, quando lessi il mio nome nella lista delle convocate per la partita di coppa di lega contro il Liverpool, rimasi per qualche secondo a fissare il foglio. Ero lì. Non come accompagnatrice, non come spettatrice. Ero una giocatrice disponibile.
Ovviamente, il mio nome non era tra le titolari. Non me lo aspettavo e sarebbe stato folle. Ma ero pronta a dare tutto, anche se si fosse trattato solo di stare in panchina e sostenere le ragazze.
Eppure, dentro, una piccola speranza bruciava. Una fiammella discreta, ma viva.
La partita iniziò forte. Dopo il primo tempo, l'Arsenal era in vantaggio per 2-0. Io mi stavo scaldando a bordo campo dall'inizio del secondo tempo, godendomi ogni movimento, ogni respiro del campo che avevo tanto desiderato.
Quando il terzo gol arrivò, il Liverpool sembrò spegnersi. Il pubblico esplose. Le ragazze in campo si abbracciarono con esultanza, e io... continuai a correre su e giù, lo sguardo fisso sul mister.
A dieci minuti dalla fine, uno degli assistenti si avvicinò.
«Lucia, tocca a te. Al posto di Mariona.»
Il cuore mi balzò in gola. Non riuscivo a parlare, mi limitai a fare cenno di sì, mentre sentivo le gambe leggere e pesanti allo stesso tempo. Mariona mi accolse a bordo campo con un sorriso affettuoso.
«È il tuo momento. Goditelo. Vai là fuori e fai vedere chi sei.»
Mi abbracciò forte e poi mi lasciò andare.
Entrare su quel prato verde, sentire i cori, il profumo dell'erba, il battito delle scarpe sulla superficie... fu come tornare a respirare davvero. Mi sentivo viva, completa.
Giocai dieci minuti. Dieci minuti nei quali feci giocate semplici: un paio di passaggi, uno stop elegante, un tocco di prima che fece esultare Renèe dalla panchina. Non serviva altro. Non volevo strafare. Solo esserci.
Al triplice fischio, mi lasciai andare in ginocchio sull'erba. Non per il risultato — straordinario — ma per quel simbolico ritorno alla mia identità.
E poi, come un fulmine, arrivò Leah.
Corse verso di me, mi saltò addosso e mi strinse in un abbraccio che mi tolse il fiato.
«Ce l'hai fatta,» sussurrò, baciandomi la fronte. «Sono così orgogliosa di te.»
Chiusi gli occhi, lasciandomi cullare da quel momento. Non esisteva più nulla: solo io, lei e il battito del mio cuore che finalmente, tornava a correre.
La sera, mentre rientravamo, il mio telefono vibrò senza sosta.
Messaggi. Tantissimi. Ma quelli che mi colpirono di più furono tre:
Alexia: Ben tornata in campo, Lucia. Emozionata per te. È solo l'inizio.
Mapi: Te lo avevo detto che ce l'avresti fatta. E guarda come ti sta bene quel sorriso.
Ingrid: Hai fatto emozionare anche me da qui. Continua così, campionessa.
Lessi quelle parole con gli occhi lucidi. Avevo ancora molta strada da fare, certo. Ma per la prima volta da mesi, guardando avanti, vedevo qualcosa di limpido. E mi ci tuffai dentro a occhi chiusi.
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Il cuore nel pallone
FanfictionLucia Grimaldi è una ragazza napoletana di 24 anni con il sogno di giocare in una grande squadra e vincere quanti più trofei possibili. La sua carriera è iniziata tardi, colpa di suo padre che non voleva farla giocare ad uno sport che lui riteneva f...
