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Le giornate scorrevano rapide, cariche di tensione e aspettative. Il ritorno contro il Barcellona ci aspettava come una montagna da scalare a mani nude. Ogni allenamento, ogni sguardo tra di noi, era impregnato di quella consapevolezza.

Leah ed io, però, ci ritagliavamo dei momenti tutti nostri, come se fossero piccole bolle d'ossigeno in mezzo al caos. Anche solo mezz'ora passata a camminare insieme in silenzio, le mani intrecciate, bastava a calmare i battiti accelerati.

Era tutto così... nuovo, ma anche incredibilmente giusto.

Amanda, la madre di Leah, quando seppe del nostro primo bacio — e quindi del fatto che eravamo ufficialmente una coppia — esplose di gioia.

«Non dirle niente, eh!», aveva detto Leah al telefono, «promettimi che non farai commenti.»

Amanda aveva promesso. E, come tutte le madri entusiaste del mondo, non mantenne minimamente la parola.

Ci invitò a cena, cucinò come se dovesse sfamare una squadra di rugby, e appena mi vide entrare in casa sua, mi strinse forte in un abbraccio che mi colse impreparata.

Durante la cena, tra una lasagna e una battuta sul calcio inglese, non riuscì più a trattenersi.

«Lucia,» disse con un sorriso tenero, gli occhi lucidi, «voglio solo dirti quanto sono felice. Felice che Leah abbia scelto te. E ancora più felice di poterti accogliere nella nostra famiglia. Per me sei già come una figlia.»

La forchetta mi cadde nel piatto. Mi si chiuse la gola.

Leah mi guardò, temendo una mia reazione scomposta. Ma io... io ero già in lacrime.

Amanda si alzò, si avvicinò e mi accarezzò la guancia.

«Lo so che non hai più un rapporto con i tuoi genitori,» sussurrò, «ma io sono qui. Sempre.»

In quel momento mi resi conto che l'amore esisteva in tante forme. Quello materno che ti accoglie anche quando non sei sua figlia biologica, quello silenzioso ma costante che Leah mi regalava ogni giorno. E lì, in quella cucina calda e piena di vita, mi sentii davvero a casa.

Il giorno della partenza per Barcellona arrivò fin troppo presto.

Leah ed io dividevamo la stanza, e per fortuna: eravamo due fasci di nervi.

«Mi gira la testa ogni volta che penso alla partita,» mormorai, seduta sul letto mentre lei cercava qualcosa nella valigia.

«A me gira anche quando non ci penso,» rispose ridendo. Poi si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò la fronte. «Ma siamo insieme. E questo basta.»

Mi addormentai quella notte con la sua mano nella mia.

La mattina della partita, il mister ci concesse un giro per il centro storico della città. Leah non smetteva di guardarmi mentre, insieme a Mariona, facevo da guida alle ragazze, indicando palazzi, chiese e angoli nascosti pieni di storia.

Ma fu davanti alla Sagrada Família che accadde qualcosa.

Alcuni tifosi del Barcellona si avvicinarono.

«Lucia! Una foto, per favore!»

Scattammo selfie, firmammo magliette, sorrisi a raffica. Non sapevo nemmeno come gestirlo.

Quando tornai accanto a Leah, la vidi pensierosa.

«Tutti ti amano qui,» disse piano, mentre ci facevamo una foto con le altre ragazze.

«È casa mia, in un certo senso.»

«Hai mai pensato di tornare? Dopo il prestito, dico.»

Mi fermai. La guardai dritta negli occhi.

«Non ora, Leah. Non voglio pensarci. Voglio fare ciò che è meglio per la mia carriera, ma anche per la mia felicità. E tu fai parte di quella felicità.»

La vidi annuire. Ma nei suoi occhi, un'ombra si era appena insediata.

Lo spogliatoio del Camp Nou aveva un'energia che metteva i brividi. Anche con tutte le porte chiuse, si sentivano i cori, i battiti delle mani, il rombo della folla.

Ero titolare.

Il cuore martellava. Al mio fianco c'era Leah, la mia capitana.

Nel tunnel, Lucy mi stava davanti. Non mi rivolse nemmeno uno sguardo. Ero grata per questo. Non avevo voglia di scontri.

Alexia, Aitana, Mapi, Ingrid... ci salutammo con rispetto. Un sorriso, un cenno. Ma la concentrazione stava prendendo il sopravvento.

Poi l'inno. La gente che cantava. Le lacrime mi salirono agli occhi. Era lo stadio che mi aveva vista crescere. E ora ero lì, da avversaria.

Alexia si avvicinò a Leah per scambiarsi i gagliardetti. Le sussurrò qualcosa e Leah scoppiò a ridere, voltandosi verso di me.

Alexia, tornando al suo posto, mi fece un occhiolino. La conoscevo fin troppo bene. C'era qualcosa sotto.

Ma ora, bastava pensare alla partita.

Non so da dove mi sia venuta quella forza.

Correvo come se avessi il fuoco sotto ai piedi. Pressavo, creavo, saltavo ogni avversaria che mi si parava davanti. Ogni contrasto era mio, ogni pallone diventava un'occasione.

E segnai. Una volta.

Poi una seconda.

E ancora.

Tripletta.

Il pareggio complessivo era realtà.

Mi sembrava di vivere un sogno. Leah mi rincorse dopo ogni gol, mi stringeva come se volesse farmi entrare nel suo corpo da quanto era felice.

Ma mancavano ancora minuti. Pochi. Troppo pochi.

E poi... Alexia.

Quel tiro.

Quel dannato tiro.

Perfetto, imparabile, geniale.

La palla si infilò in rete come se ci fosse sempre appartenuta.

Tutto si spense.

Al fischio finale, crollai sulle ginocchia.

Mi tolsi la fascia elastica dai capelli, la lasciai cadere sul prato e portai le mani al volto.

Lacrime. Rabbia. Frustrazione.

Alexia mi passò accanto, mi toccò la spalla.

«Grande partita, Lucia. Davvero.»

Ingrid mi abbracciò velocemente, anche Mapi. Ma non volevo vedere nessuno.

Poi arrivò Leah.

Si sedette accanto a me sull'erba, sudata, ansimante, con gli occhi pieni di luce nonostante tutto.

«Lucia, sei stata incredibile. Te lo giuro. Non ho mai visto una cosa simile. Hanno sbagliato a lasciarti andare. Sono pazzi.»

Non riuscii a parlare. Lei prese la mia mano, la strinse forte.

«Alexia mi ha detto una cosa, prima della partita. Mi ha fatto promettere di trattare il tuo cuore con cura. Ha detto che, se ti facevo soffrire, me la sarei vista con lei.»

La guardai con le sopracciglia sollevate, tra le lacrime e una risata incredula.

«Davvero?»

«Parola mia. E sai una cosa? Lo farò. Tratterò il tuo cuore come se fosse il mio. Sempre.»

Mi buttai tra le sue braccia, le mani tremanti.

Avevamo perso, sì. Ma in quel momento, tra le sue braccia, sentii che c'era qualcosa che avevamo vinto.

L'amore.

E quello, almeno, nessuno ce lo avrebbe portato via.

Il cuore nel palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora