Capitolo ventitré

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Mia Harper Moore.
Bronx, New York.

"Cominciamo: anni?"
"Venticinque, compiuti da poco"
"Data di nascita?"
"Stai scherzando o fai sul serio?"
"Era per rompere il ghiaccio, ma se preferisci vado dritto al punto, con domande mirate, come per esempio Scott Hunter... Scott Hunter e di come diamine fai a conoscere quel bastardo"
"Hai toccato l'unico argomento che odio" sospiro, guardando per un attimo Blake. "Odio soprattutto ricordarmi che quel ragazzo un tempo era il mio, di ragazzo"
A bocca aperta, mi guarda. "Idiota Hunter e tu stavate... insieme? Insieme come... coppia?"
Annuisco. "Stavamo insieme per la pura e incontrollabile gioia della mia famiglia, soprattutto per l'incontrollabile gioia di mio padre" nervosa, rido. "Lui ha... sempre adorato quel ragazzo e in quel periodo adorava ancora di più il fatto che le famiglie Moore e Hunter si sarebbero in qualche modo fuse insieme..."
Blake non fiata.
"... era così schifosamente felice quel dannato giorno che per festeggiare la notizia, aprì la miglior bottiglia di vino che conservava in cantina, la miglior bottiglia che conservava per festeggiare notizie come questa... nella sua testa, molto probabilmente già pianificava fidanzamento ufficiale e subito dopo, le nozze dell'anno con tanto di vendita esclusiva delle foto a qualche importante testata giornalistica d'America, ma le cose, non sono andate come lui avrebbe voluto, non sono andate secondo i suoi piani" prendo fiato, versando dell'altro caffè nella tazza. "Scott Hunter ed io ci siamo lasciati, abbiamo preso strade differenti e ogni piano di mio padre andò in fumo, ma d'altronde, cosa si aspettava? Io per Scott Hunter ero solamente un qualcosa da mettere in mostra, ero un... qualcosa di cui vantarsi con parenti, amici, con il mondo intero, per lui ero un... trofeo, nient'altro e quando presi la decisione di lasciarlo per me fu il giorno della liberazione, credimi... in un colpo solo mi liberai di lui, della famiglia Hunter, mi liberai delle cene formali del mercoledì e dei brunch al golf club in abiti rigorosamente eleganti, mi liberai delle vacanza ad Ocean city tutti quanti insieme e mi liberai dei Gala annuali in città, ma diamine, non avevo minimamente fatto i conti di una..."
"... non avevi fatto i conti della forte amicizia che lega Jefferson Hunter a tuo padre" sospira Blake, stringendo nella mano la bottiglia di birra.
"Devi credermi, io odio tutto questo, odio ogni cosa della famiglia Hunter e ancor di più odio il loro incredibile potere di manipolare le persone, ma..."
"... forse dovremmo cambiare argomento, non trovi?"
"... odio ancor di più il fatto che quella famiglia frequenti casa mia, abitualmente" mi alzo in piedi, guardo l'ora sullo schermo del telefono e nel mentre, bevo l'ultimo sorso di caffè nella tazza. "Diamine è tardissimo, dovremmo andare a dormire, sono quasi le quattro del mattino"
Annuisce. "La camera da letto non è molto calda, se hai freddo apri pure l'armadio vicino alla finestra, ci sono delle coperte in pile"
"No Blake, dormirò sul divano, non preoccuparti"
"Assolutamente no Mia, tu andrai a dormire in camera mentre io, dormirò qui in salotto e non... ribattere"
"Ma..."
"... niente ma, non voglio che dormi sopra un divano scomodo e per di più con quella sopra la testa" indica, una grossa crepa che attraversa il soffitto. "Potrebbe peggiorare da un momento all'altro e non mettermi mai e poi mai in pericolo la tua vita"
"Vivi in... queste condizioni?"
"Domani verranno a ripararne una parte, per risolvere invece l'intero danno ci vorranno dai tre ai cinque giorni, circa"
"E... dove starai nel mentre?"
Solleva le spalle. "Presumo in qualche albergo qui nel Bronx"
"Se ti accontenti di un divano letto in salotto e se riuscirai soprattutto a condividere l'appartamento con mio padre, ignorando ogni sua squallida battuta, puoi tranquillamente stare da me"
"Grazie ma non... posso"
"Non puoi oppure non vuoi?"
"Entrambi?"
"... si tratta di qualche giorno"
"Non potrei mai condividere un appartamento con tuo padre, a lui non... piaccio, lo so, ne sono sicuro"
"A lui non piace nessuno, poi se ti può tranquillizzare, esce all'alba e rientra a casa all'ora di cena... una volta cenato, si chiude nel suo ufficio fino l'ora di andare a dormire, quindi non lo vedresti mai"
"La mia risposta rimane comunque no" sistema, una coperta e dei cuscini imbottiti sul divano. "E poi... non... sarebbe giusto, non... sarebbe opportuno, tu sei il mio avvocato ed io sono..."
"... io sono Mia Harper Moore, fuori dall'ufficio sono una qualunque ragazza di Manhattan e non un avvocato, perciò.... pensaci, pensaci seriamente"
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