Misi un dito sul volto di me stessa da bambina accanto a quello di Dylan. In quella foto ci abbracciavamo ed eravamo felici.
La foto era molto vecchia, i bordi strappati erano ingialliti, sul mio viso c'erano dei segni ben visibili di ditate, come sul resto del pezzo di carta, anche se in minor quantità.
«Che diavolo fai?» domandò Dylan uscendo dalla stanza e sistemandosi l'orologio che portava.
«Niente» risposi secca, prima che lui posasse la mano sul mio polso e lo spostasse dal quadro.
Quel contatto mi fece rabbrividire. Per la prima volta dopo due anni, mi aveva toccato.
Aveva afferrato il mio polso freddo e lo aveva spostato con la sua mano calda, che era parecchio cresciuta.
«Senti» iniziò fissando il pavimento, il suo tono era quasi gentile.
«Non toccare» concluse, smentendo subito quello che avevo pensato.
«E tu non toccare più me, idiota» gli ringhiai contro fissando il mio polso ancora stretto dalla sua mano.
«Nessuno vuole toccarti, tranquilla» sputó acido mentre entrava in una stanza a me sconosciuta.
Avrei voluto dirgli di fidarsi, che ce ne era di gente che mi voleva toccare. Ma evitai.
Non avevo bisogno di sentirmi dire anche da lui che ero una facile.
Presi un respiro profondo e il solito pungente profumo di Dylan mi entrò nelle narici, facendomi venire la nausea.
Quella fragranza mi rimase impressa nella mente come l'inchiostro impregna la carta.
Odiavo quell'odore, preferivo il profumo dello shampoo piuttosto che quella specie di fragranza comune a tutti i maschi.
Tornai in camera e mi sdraiai sul letto, spensierata diedi un'occhiata in giro, frugando tra gli oggetti sulla scrivania.
Trovai un interessante foglio a righe tutto piegato sotto i pesanti libri di fisica del biondo.
Riuscii a leggere qualche parola come 'Bella', 'scemo' e 'labbra' prima che mi venisse strappato dalle mani.
«Ci sei? Ti ho detto di non toccare prima» ribadí il ragazzo facendo passare il foglio da una mano all'altra.
Eccolo di nuovo, pronto a sfracassare le palle peggio della volta precedente.