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☩ D E S P E R A D O - APOCALISSE ☩ XLIII Mi dimenticherò il senso di ogni cosa.
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È di nuovo davanti al sacco, dopo tutti i circuiti fatti, il cardio, la corsa, il salto sulla corda: il suo corpo è forte ma affamato, il suo spirito pronto e allo stesso tempo dilaniato. Trevor avverte i rintocchi di tutti gli orologi pesare sulle sue spalle, e nonostante questo il tempo non passa mai: mancano ancora cinque giorni prima di essere sul ring, cinque giorni prima di essere davanti Connor, prima che riaccada di nuovo completamente – cinque giorni e tornerà nell'abisso, e questa volta la paura mischia il sudore caldo con quello freddo. Non sa perché sente una paura più ingestibile, perché non la stia accogliendo completamente dentro di sé e accettando, ma non si fa troppi problemi: ha ancora cinque giorni per inglobarla dentro di sé, no? Nel punto più lontano, il più intoccabile e irraggiungibile. Continua a picchiare più forte, schiva, simula delle combinazioni: jab, sinistro, jab, gancio, sinistro, gancio, montante, jab, e ancora, e ancora, e ancora, fino a quando il suo sguardo sfoca, i movimenti diventano meccanici, la mente riaffonda di nuovo nei ricordi.
I suoi ricordi appartengono per lo più a un passato recente, perché quelli della sua infanzia li ha quasi completamente persi – o se li ha, sono ricordi solo molto amari e terribili. Non è di certo bello ricordarsi da bambino, ritenuto un prodigio dalla famiglia quando lui voleva solo giocare e divertirsi; non è bello ricordarsi in mezzo ai libri, due genitori che dovrebbero amarlo ma che non hanno tempo da usare per lui, troppo persi dietro le loro ricerche, i loro studi, i loro successi, che non includono in quella visione la figura del figlioletto che delle cose che studiano non può ancora capire nulla. Forse è più facile ricordare i suoi quindici anni, la paura di sentirsi sporco, di vedersi crescere, di sentire continuamente un nodo allo stomaco quando si ritrovava a mangiare da solo nella cucina della sua casa immersa nel benessere. In realtà poi si rende conto quanto sia dolce amaro: quanto guardare alla tv un incontro di boxe, le persone che acclamano i grandi della storia, abbia fatto storcere il naso a suo padre e cambiare canale.
Non sono nemmeno sport, pratiche immorali, sanguinarie, violente
E in fondo l'adolescenza è una continua trasgressione anche verso sé stessi, Trevor lo sa: lo sa quando si rivede ancora troppo giovane e acerbo entrare in quella palestra, per non uscirne mai più. Lo ha sentito quando sono arrivati i primi pugni: si è tenuto addosso i lividi per giorni, e deve ammettere che gli piaceva sfiorarli, premerli, sentire il dolore sbocciare e accecarlo – era così facile cercare il dolore nelle sue ferite prima, così soddisfacente, così umano e vivo; si vedeva quei segni violacei addosso, il sangue asciutto sulla pelle, e poi inorridiva al pensare quanto quelle ferite e quel dolore lo facessero sentire vivo. E poi è scomparso anche quello: il suo corpo è diventato resistente, al punto che il dolore è solo una fitta temporanea che va sbiadendo in poco tempo, dimenticata sotto la pelle, attraverso i muscoli tesi e forti. Ha continuato a cercare il dolore dentro sé quando ormai fuori aveva finito ogni risorsa: e più ha combattuto, più si è adattato ai colpi, più si è ricordato di essere solo, più qualunque dolore ha perso senso e qualunque consapevolezza è iniziata a bastare. Ha dimenticato la delusione di non essere seguito dal suo allenatore, la delusione di essere un figlio senza genitori, la delusione di essere un uomo senza una società – ha iniziato a prendere la forza dai suoi stessi pugni, a trasformarsi lungo essa, a perdersi e ritrovarsi come se fosse il flusso naturale di tutte le cose, come se bastasse questo. Poi ha incontrato Sylvia, ha sperato che qualcosa cambiasse in quella sua vita fatta di solitudine – e alla fine si è reso conto che la solitudine è stata l'unica compagna fedele e senza giudizio che mai l'aveva lasciato in quel cammino. È difficile essere al mondo, ma lui sa quanto sia difficile essere Trevor Ward: è difficile sapere di avere avuto una vita costellata di delusioni, e in mezzo a sconosciuti sentirti così grande. Non c'è però piccolezza più sofferta di quella che si prova in mezzo a chi si ama e che ti confonde in mezzo agli altri. Trevor non ha mai preteso di essere amato, ha solo sperato che qualcuno, anche solo minimamente, lo capisse: ma un uomo così perso in sé stesso non lo capisce nessuno, e lui dice di essersene fatto una ragione, quando poi non è così, quando i suoi colpi diventano più sofferti e forti, quando le lacrime si confondono in mezzo al sudore e tutto si perde.
La distruzione è caos
L'ordine è illusione
Io avevo la perfezione
E allora perché
Sono
Vivo?
-Trevor! – Michael urla il suo nome e le dimensioni in cui vive si sovrappongono, scontrandosi e rompendosi, vetri di uno specchio che non si ricompone. Il pugile si abbandona contro il muro della palestra, i guantoni a coprirgli il viso, il suo essere che beve da lui tutta la vita che ha, e gli porta via tutta le cose che lo fanno sentire vivo, che lo tengono ancora scisso dall'unica cosa in cui è bravo. L'allenatore si avvicina, cauto: i pugni che provenivano da quel sacco battuto in solitaria nella palestra vuota gli hanno fatto rizzare i peli sulle braccia.
-Trevor, stai bene? – prova ad avvicinarsi, ma Trevor si rivela a lui: abbandona le braccia sulle ginocchia, gli occhi neri e cupi, le lacrime cristalline e trasparenti sul viso sudato, la bocca contratta in un sorriso accennato e disperato. Scuote la testa, esausto.
-No, per favore, no. – mormora, continuando a scuotere la testa e sorridere amaramente. -Non avvicinarti, e non fare finta che ti interessi, Michael; perché non ti interessa. Ogni pugno per me è una lenta discesa all'inferno, è l'amara consapevolezza di non essere altro che un pugile, di non essere nient'altro che questo, nemmeno un uomo. Mi dimenticherò di essere esistito, - singhiozza, alzando lo sguardo al soffitto, lacrime calde a scorrergli lungo le guance, il sorriso a non lasciargli mai le labbra, inquietando l'allenatore. -Mi dimenticherò il senso di ogni cosa. Penserete che avrò paura di Connor: ma l'unica persona che temo è me stessa, l'unico tormento di cui non mi libero è la mia stessa vita. Quindi non guardarmi così, Michael. - riporta lo sguardo, freddo in quel sorriso amaro, nelle lacrime sofferte, negli occhi privi di lucidità. -Non guardare così Trevor Ward, Michael: perché non merito alcuna pietà per ciò che sono.
Chiude gli occhi, sperando la pelle assorba quelle lacrime, e che possa dimenticarsi di questo momento per sempre. Michael lo guarda, intimorito e sconvolto, vede quel pugile seduto per terra che ha la metà dei suoi anni e una difficoltà nel sentirsi vivo e forte. Cerca di non dare peso a quelle parole, lo giustifica nell'appetito che il ragazzo starà avvertendo, nella sete, nel bisogno di fare una qualunque cosa che non sia pensare a quell'incontro: ma sa che non è così, e l'illusione non basta. Quel ragazzo, seduto per terra, con quei guantoni neri e quel sorriso immerso nelle lacrime, è Trevor Ward nella sua interezza: un uomo che vive per il pugilato e per la paura di essere chi è e chi sta diventando. Allora si siede solo vicino a lui, prende posto e stanno per un po' a guardare in silenzio il ring davanti a loro.
-Anche io avevo paura di diventare Michael Law, "La Freccia" si intende. Pensavo non avrei più saputo distinguere il limite labile tra chi ero sul ring e chi ero fuori di lì. La paura del "se so fare male sul ring cosa mi impedisce di farlo fuori?", quello lì ecco. Avevo paura che fuori da quel ring non mi sarebbe importato di nient'altro, e che ogni fine avrebbe giustificato qualunque mezzo. Io non so chi vuoi essere, Trevor, e so che hai paura di te stesso, perché nella vita conosciamo parti di noi che sono anche solo difficili da ammettere. Ma è questo il punto: che i pugili sanno qual è il confine, e non lo superano mai. Chi lo supera può anche non ritenersi più un pugile, per me. Il nostro sport così difficile e violento, tutte le ferite che collezioniamo, tutte le ferite che diamo hanno un preciso obiettivo, ed è vincere. Ma vinci solo sul ring, davanti un arbitro e una giuria. E nella vita queste cose non esistono, questo sport non c'è, non ha nulla a che fare con chi siamo fuori dalla palestra. Non so come si guarisce da questa paura, Trevor. – sospira, mentre l'altro non parla, non ha più voce o pensieri per farlo. - So che a un certo punto la dimentichi, perché quella scissione è separata perfettamente, e non ha più nulla a che vedere con quello che sei lì dentro. – indica il ring. -Solo... - sospira, non trovando le parole. - Trevor, so che questi sono i giorni più difficili, ma cerca di rimanere stabile. È il momento più delicato, non farti sabotare dai tuoi pensieri. – Trevor non parla, non vede perché dovrebbe. Allora stanno lì in silenzio, a farsi mangiare dai dubbi, a rincorrere le speranze, l'ago sulla bilancia che continua a scendere inesorabile, i rintocchi dell'orologio che si fanno più pesanti.