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☩ D E S P E R A D O - CITTÀ D'OMBRE☩ XLIV La difficoltà nel dire addio
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È passato qualche giorno: il tempo di riordinare le idee – perché per accettarle ci vorrà un po' di più. Sta ad aspettare ritta, una bustina tra le dita, si tiene agile sui tacchi alti e larghi, il vestitino a scoprirle le cosce allenate, il caschetto corvino e gli occhi azzurri, Michelle guarda la porta chiusa davanti a sé e si dice che, per quanto abbia provato a preparare un discorso, poi in realtà non si sente comunque pronta, e sa già che ogni intenzione si dissolverà nel nulla, e resterà solo lei col suo caos. Quella voce chiede di chi è, lei preferisce non rispondere, tanto comunque apre la porta, e gli occhi di Judith, sorpresi, sono su di lei. Se ne stanno in silenzio, tra i limiti disegnati dai muri, a guardarsi. Quella che una volta era la sua migliore amica e la sua confidente, la guarda ora con diffidenza, e lei resta placida: nulla a smuoverla, perché ciò che l'ha davvero agitata in tempesta è stato il trauma che si è trascinata per anni.
-Che ci fai qui? – domanda d'un tratto la donna a tenere la porta, e Michelle tiene lo sguardo fisso su di lei. -Ti ruberò poco tempo: volevo solo parlarti. -E denigrarmi ancora? – la giovane si morde con forza il labbro, obbligandosi a non rispondere nulla di cattivo. -No, affatto. Sono venuta qui con la migliore delle intenzioni, e intendo continuare così. – Judith la scandaglia a lungo con lo sguardo, cerca in lei le vere intenzioni, ma trovando una calma pura e distesa, decide di farla entrare. Michelle si fa spazio in casa, guardandosi attorno: Judith abita sempre nel loro quartiere, ma in un nuovo condominio; è un monolocale semplice e minimale, dalle pareti bianche e i tavolini in legno, le pareti sono alte e arieggiate, la luce grigia che filtra dalla finestra incupisce anche la più luminosa delle stanze, che è proprio il salotto. La fa spostare veloce in cucina, sulla destra della porta di entrata, ritrovando anche lì dei mobili in legno bianco, il tavolo in marmo in isola con il lavabo e il piano cottura, la finestra da cui si intravede dalle tapparelle sempre il cupo di quel grigio. Le due si siedono al tavolo: Judith non le offre niente, non vede perché dovrebbe, e Michelle non chiede nulla. Si guardano a lungo, in silenzio, interrotto solo dal ronzio del frigo, il mondo fuori da lì chiuso, i rintocchi di quell'orologio. Scandisce un tempo. Un tempo che perdono, e che non torna mai più.