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☩ D E S P E R A D O - APOCALISSE ☩ XXXIII La Chiesa dell'Evangelista
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A una settimana dall'incontro, il nome dell'Ombra risuona ancora tra le strade, i vicoli stretti; sussurrato con cupidigia tra i camerini del Dawn, con rabbia mista ad ammirazione nella Thunderstorm Gym, con febbrile timore nella Conquest Gym, persino nella discoteca si parla ancora della sua impresa, dei suoi colpi e delle sue schivate che hanno ammaliato e conquistato una città intera, immersa nello sconcerto per la sconfitta del suo Titano, abbagliata dalla vista di quest'Ombra oscura che si staglia ridefinendo le luci soffuse su quelle strade solitarie.
A una settimana dall'incontro, quando David aveva promesso che sarebbe stato irrilevante, Trevor si ritrova più al centro dell'attenzione di prima; e questo non l'ha certo messo in conto. Ancora a riposo, con le medicazioni in testa e attorno all'addome, ha girato ancora e ancora quella città così strana: se Michael lo vedesse in palestra così presto potrebbe picchiarlo più forte di David, e non avrebbe poi tutti i torti. Eppure, camminando tra quelle strade, nella zona Nord-est e sud-est prima, poi in centro, e infine nella zona più lontana da casa, gli sguardi viaggiano e ne rimodellano il corpo e l'espressione: ragazzini che solo a vederlo passare si fermano dal parlare delle solite stupidaggini, lo sguardo stupito, gli occhi sgranati e sorpresi e vedere quell'uomo camminare a pochi passi da loro, dopo la sua vittoria; ragazze che ridacchiano tra loro, parlandosi nell'orecchio e arrossendo, uomini che gli battono una mano sulla spalla, facendogli ancora i complimenti. Un giorno ha avuto anche la sfortuna di incontrare Nixon fuori dalla sua palestra: i suoi occhi sono stati fuoco, la sua bocca silenzio e vergogna. Ammette a sé stesso di aver evitato anche quasi volontariamente la Conquest: oltre a non voler ricevere la furia di Michael, teme di rivedere Judas; non sa cosa aspettarsi da quell'uomo, non sa come potrebbe reagire al rivederlo, e lui non è ancora pronto, fisicamente e psicologicamente, a difendersi. Insomma, il resoconto di quella settimana è stato un insieme di nulla, di tutto, di sguardi, silenzi, e parole sussurrate. Sono stati sguardi di stima, ma anche paure soffocate, nel ricordo degli ultimi sogni fatti; ha evitato ancora gli specchi, pesto com'è non vuole nemmeno guardare cosa Trevor ha lasciato di lui su quel corpo che sente ancora suo. È stato un continuo ripensare: a Filadelfia, ai suoi genitori, al suo vecchio allenatore, a Sylvia, a tutti i suoi colleghi di boxe che l'hanno sempre disprezzato per avere un privilegio di cui lui non aveva colpe, per cui non lo ritenevano meritevole di stare in mezzo a loro, loro che la sofferenza vera l'avevano provata, giorno dopo giorno, stremati da quella vita terribile a cui erano costretti, strozzati dall'agonia di non sapere cosa potesse serbare per loro il futuro, a parte il triste abisso della morte; è un continuo ripensare a Desperado, a Michael e la sua tenacia, a Terence e alla sua tenerezza immotivata, a Bev e Cèline e i loro sguardi amichevoli e sinceri, a Judith e il suo sorriso affabile e divertito, a Judas e al suo sguardo ricoperto di sangue e di paura, a Michelle.