☩ TRENTADUE ☩

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☩ D E S P E R A D O - APOCALISSE ☩XXXIICosa sai degli specchi?

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☩ D E S P E R A D O - APOCALISSE ☩
XXXII
Cosa sai degli specchi?

☩ D E S P E R A D O - APOCALISSE ☩XXXIICosa sai degli specchi?

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Continua a cadere nell'oblio, ma non riesce a svegliarsi. La gravità dei suoi sogni lo richiama e lo anela: non avverte alcun alito d'aria sferrargli il corpo nella caduta. Sa solo che non può ricordarsi l'atterraggio che la notte è densa e scura su Filadelfia, mentre si chiude la porta della villetta dove abita, assieme ai suoi genitori, dietro le spalle. I lampadari alti, luminosi e dalle forme morbide quasi lo accecano, si copre il volto con la mano destra fasciata di viola: sente il suo corpo grande e alto, la forma matura del suo corpo. Non si è fatto la doccia, e gli sembra così strano: non è mai tornato dalla palestra senza farsi la doccia. Ha ancora addosso i pantaloncini dell'incontro, le scarpette, le fasce; si sente ancora sudato, gli cola ancora sangue dalla tempia e ha una guancia livida e dolorante. Si addentra nel corridoio dell'entrata, ampio e illuminato, le pareti dai toni rosei e il pavimento in mattonelle da rombi che gli hanno sempre permesso di defocalizzarsi da qualunque pensiero, a guardarli troppo. Vede il salotto subito sulla sinistra, ricoperto di divani ampi e vellutati, da tavolini in vetro, vasi provenienti da angoli di mondo ricolmi di fiori finti; un bagno sulla destra, e poi il corridoio si slega nelle scale che portano al piano di sopra, mentre i due corridoi sotto quelle rampe portano allo studio dei genitori e alla biblioteca: è ancora tutto intatto e perfetto nella sua mente, e l'unica sbavatura in quel ricordo, e in quella vita, è lui. Sente il passo morbido dei tacchetti su quelle mattonelle, e la guarda arrivare: nel volto austero, negli occhi neri, nella gonna stretta e nel maglioncino, sua madre lo squadra atterrita, mentre abbassa gli occhialetti che tiene alla catenella.

-Ti sembra modo di tornare a casa questo? – domanda, la sua pacatezza è una lama affilata e gentile che gli fa sanguinare le orecchie. Trevor si guarda attorno, confuso, mentre stringe nella mano sinistra qualcosa: è in metallo, si scalda con il calore della sua mano – sa di oro, sa di sangue.
-Cosa sai degli specchi?
-Vorrai far prendere un colpo a tuo padre conciato in quel modo? Avevamo fatto un patto: puoi farti vedere con quel borsone, ma non con robe di quell'abominio che fai addosso. E tutto quel sangue? Macchierai tutto il pavimento.
-Non riesco a guardarmi. – commenta Trevor, quella sensazione onirica gli stringe la gola e lo spaventa: sua madre è calma, ma ha negli occhi le fiamme dell'inferno. Poi lo sguardo cambia, e lì tutto si rompe in mille pezzi: sul volto di sua madre le sopracciglia si aggrottano, in un sospiro la sua bocca è verso il basso, è il peso della delusione che si porta addosso nell'avere un figlio come lui.

-Cosa abbiamo fatto di male, me lo spieghi? Non ti abbiamo mai fatto mancare niente. Ti abbiamo dato un tetto, da mangiare, ti abbiamo dato un'istruzione da invidiare a tutta l'America, e tu ci ripaghi così? Insanguinato dopo aver picchiato chissà chi? Perché infanghi tutto il nostro duro lavoro così? – gli domanda ancora, è puro veleno le sue parole, è un veleno che Trevor beve da troppi anni, che scende lungo la gola senza più fatica, che fa sempre male al cuore – in fondo sa che Mitridate, nonostante tutti i veleni ingeriti, è comunque morto, quindi si chiede cosa serva più tutto questo, se lui la morte non riesce ancora ad incontrarla.
-Perché non puoi guardarmi con gli occhi di una madre? – le domanda, il peso delle parole che lei gli ha vomitato addosso lo stordiscono, lo umiliano, lo fanno sentire di nuovo piccolo, magro e debole.
-Perché non sei un figlio normale? – gli domanda, affranta e aspra, stringendo la catenella degli occhiali. -Muoviti a coprirti tutte quelle ferite, non sei presentabile, faresti prendere un colpo a tuo padre. Poi vai subito in studio, ho visto che non hai ancora finito la versione di latino che ti ho raccomandato, pensi che non me ne accorga? – tu non ti accorgi di nulla, tu non mi ami, non mi vuoi, tu non mi hai mai guardato con amore, mai hai desiderato il mio bene sono in pezzi davanti ai tuoi occhi, sanguinante e solo persino da me stesso, e questo è ciò che sai dirmi? Ma l'amore smisurato che da piccolo mi insegnavi a concedere, l'hai dimenticato? Cosa ti ricordi di me che io non so? Cosa vuoi da me che io non posso avere? Perché mi hai fatto nascere se non mi hai mai davvero desiderato?

-Ho vinto, ma dove io abbia vinto non so dirlo. – le porge la medaglia dorata sul palmo della mano: è ricoperta del suo sangue e quello di David, due metà che colano dalla sua mano; la madre guarda disgustata quell'immagine, ritirandosi appena indietro. Sposta gli occhi dalla medaglia d'oro al volto livido e tumefatto del figlio, che cerca in lei anche il minimo segno di apprezzamento, di gioia e di orgoglio.
-L'importante è che tu non esista più. – mormora solo, e a quelle parole una spirale di pensieri si agita nella mente del pugile, che si ritrova a guardare i muri della sua casa scardinarsi, l'immagine di sua madre dissolversi nell'aria, tutto il dolore provato si trasforma e si tramuta ancora, ancora, e ancora, nella stessa immagine: è davanti lo specchio, separato da quella lastra di vetro, mentre la sua metà perfetta lo osserva: Trevor è bellissimo, oscuro ed emana sicurezza e perfezione nella conoscenza e nella tecnica da ogni poro. Non ha alcuna ferita sul viso, ha solo un sorriso sinistro e denti bianchissimi, mentre lui si regge appena davanti quello specchio.

-Ah, lo spessore di questo specchio è di una leggerezza unica, più che mai. Quand'è stato il vero momento in cui ci siamo spezzati per sempre? In cui mi hai desiderato più di qualsiasi altra cosa? In cui hai pregato che io avessi il controllo su di te, per sempre?
-Sei una parte di me che esiste solo sul ring, lasciami stare. – e l'altro scoppia a ridere al tremore di quell'uomo che lo guarda e non sa come comportarsi a guardare il nero oscuro e profondo del suo essere.
-Oh, no: sono una parte che tu pretendi e vuoi sempre. Sono la parte di te che hai voluto nel ring, che poi hai voluto in famiglia. Sono la parte di te che hai voluto dopo che Sylvia ti ha spezzato il cuore, sono la parte di te che hai anelato quando hai preso le tue cose e sei scappato per sempre. Sono la parte di te che sa tutto, ed è giusto sia così: perché io so tutto, e perché la tua è una saccenza inutile e ostentata, la mia è verità e ambizione di sangue e potere.
-Tu sei solo la parte più utile e sporca di me.
-È per questo che sono la più utile: perché sono sporco fino all'ultima parte della mia anima. E piano piano, secondo dopo secondo, - si issa sul ripiano dello specchio, fa passare la mano oltre esso, avvolgendola attorno alla gola del pugile, -Io mi sto nutrendo di te, io ti sto sporcando, sto facendo di te la sagoma e l'oscurità di questo tempio. E quando arriverà l'Apocalisse, e ti sputerò per sempre da questo corpo ammalato e solo, potrò finalmente avere tutto quello che desidero tra le mani. Finiranno le morali, le stupide ricerche, i ricordi di ogni tua debolezza. – lo stringe ancora più forte, facendogli colare sangue dalla bocca e dagli occhi, copioso in lacrime dense e rosse abbraccia la mano del suo essere che gli stringe il collo. Il suo riflesso lo guarda, e dai suoi occhi, invece di uscire sangue, fuoriesce liquido nero, denso, e lento gli arriva fino al collo, supera il sorriso che gli allarga le labbra in maniera innaturale, che gli fa strabuzzare gli occhi che roteano, avidi di quella voglia di sangue e di potere che richiedono dai condotti dei secoli. -E avremo vinto finalmente.

-E tu sai davvero chi dei due ha voglia di vincere? – gli sussurra l'altro, che beve ancora dal suo stesso sangue, mentre una violenza inaudita e una forza logorante gli riveste le braccia, in un sinistro sgraziato e potente spacca il nucleo di quello specchio, cerchi concentrici di quei pezzi rotti vibrano attorno al vetro riflettente, i piccoli pezzi si infilano a fondo nella carne delle nocche, rovinandogli lo strumento essenziale del suo lavoro, le sue mani. Respira a fondo, tossendo e sputando sangue, mentre guarda il suo riflesso dallo specchio rotto sorridergli.

-Voglio illustrarti su una cosa: la tua anima è una distesa infinita di specchi, in cui ogni riflesso ha uno spessore diverso. Potrai romperne quanti vuoi, ma questo non ti permetterà mai di distruggermi. La distruzione proviene dal caos, dovresti esserne consapevole.
-Sai cos'altro proviene dal caos, Trevor? La creazione intera.
-E allora cosa proviene dall'ordine?
Il pugile, ricoperto di sangue, gli sorride. -Proviene l'illusione.
-Non dimenticarti la Conquista e la Morte.

𝐃𝐄𝐒𝐏𝐄𝐑𝐀𝐃𝐎La tua prossima ossessione. Scoprilo ora