Capitolo 6

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Sheeva entrò nell'albergo senza essere vista, protetta da una Illusione. Le telecamere di sorveglianza registrarono il transito di un'ombra indistinta, il personale si disinteressò a lei perché distratto da un'Onda Emotiva.

Quella a Magdeburgo era la prima missione che svolgeva da sola.

Negli Stati Uniti il Signore aveva limitato al minimo indispensabile le situazioni che rendessero necessario per lei assumere una forma umana, e tutto era andato per il meglio

Da sempre per Sheeva le difficoltà si manifestavano quando doveva interagire con i soggetti umani. Al fine di prevenirle, dopo la fuga dagli Stati Uniti il Signore le aveva assegnato compiti che non prevedevano un coinvolgimento particolare in situazioni relazionali. Il contatto con Sylvia era stato un'eccezione e si era rivelato positivo sotto ogni punto di vista: l'aveva resa meno timorosa e più sicura di sé. Ma Sylvia era una creatura speciale e in un certo senso non faceva testo. Considerando che l'addestramento a cui stava sottoponendo Sheeva non era ancora stato completato, il Guerriero aveva voluto che si concentrasse soprattutto sull'uso delle armi e sul rafforzamento psicofisico; così il suo ambiente principale era diventato il Rifugio, dal quale era uscita sempre in compagnia del Maestro.

A scopo di incoraggiarla le aveva raccontato per l'ennesima volta come tanti millenni addietro fosse riuscito a vincere il richiamo degli istinti selvaggi.

"Quando ero uno Spirito, arrivò il momento in cui sopravvivere non mi bastava più. Volevo conoscere, evolvermi perché sapevo che solo così avrei migliorato la mia esistenza. Ma come fare? Per prima cosa compresi che dovevo modificare il mio comportamento nei confronti dell'ambiente circostante. Mi diedi delle regole. La prima era non attaccare mai per primo, e mai chi non si mostrava ostile nei miei confronti. La seconda era guadagnarmi il rispetto altrui utilizzando ciò che sapevo fare meglio, cioè combattere. Nelle Arene trovai il modo di irreggimentare gli istinti e costruii un primo rudimentale Controllo. Combattei ovunque, e contro chiunque nei più svariati giochi e tornei. La mia fama crebbe con il numero delle vittorie, che divennero sempre più numerose. Man mano che prendevo confidenza con l'uso delle armi la mia accresciuta abilità mi permetteva di uscire vincitore anche dagli scontri più difficili. E poi c'erano i particolari poteri che possedevo e che a volte erano sufficienti da soli ad assicurarmi la vittoria. Li utilizzavo con estrema parsimonia perché non volevo avere vantaggi enormi sui miei avversari, preferivo sconfiggerli facendo ricorso alla mia crescente bravura nel combattere ed ero orgoglioso dei progressi che facevo. Forse anche per questo motivo i Demoni iniziarono a non vedermi più solo come una minaccia; nonostante i pregiudizi fossero duri a morire, si accorsero che non ero del tutto Selvaggio, che avevo una mente brillante ed ero avido di conoscenza. Cominciai allora ad essere visto come una creatura con cui era possibile interagire".

Il Signore le aveva parlato dell'importanza di acquisire esperienza e di considerare il Controllo come presupposto indispensabile alla conoscenza.

"Non esiste potere senza conoscenza, ma non esiste conoscenza senza Controllo. Tutta l'evoluzione dipende dalla capacità che ognuno di noi ha di staccarsi dalla condizione di Spirito e di elevarsi a quella di Demone e in questo sforzo il Controllo ci aiuta a sottrarci dal vincolo degli istinti e a domarli con l'uso dell'intelletto".

Sheeva stava progredendo visibilmente e faceva di tutto per sfruttare al meglio gli insegnamenti del Maestro, ma non era abbastanza.

Quella che riguardava il Controllo era una importante questione, sulla quale il Signore non appariva disposto a transigere perché nessuno poteva sapere quanto sarebbe durata la missione sulla Terra ed era impensabile che Sheeva potesse affrontarla restandosene in massima parte in un Rifugio ad addestrarsi. Doveva abituarsi a muoversi fra gli umani, e se era necessario doveva farlo mantenendo una identità fittizia credibile e rifuggendo da ogni atto ostile. Cosa non facile, visto che le bastava circolare in un qualsiasi ambiente popolato per avvertire prepotentemente l'odore seducente del sangue. E ben superiore era il desiderio di uccidere, da cui doveva guardarsi ogni qual volta si imbatteva in un maschio umano. I ricordi primordiali le riaffioravano alla mente con ostinata continuità, dolorosi e incancellabili malgrado il Controllo e il brutale addestramento alla Via della Guerra. Immagini, odori, suoni, sensazioni di sangue e morte, di crimini orrendi scaturiti dalle conseguenze di quanto le era accaduto in quel villaggio mesopotamico millenni addietro, durante la sua esistenza terrena. Le più frequenti erano le immagini che raffiguravano le efferate torture da lei stessa inventate per far soffrire gli umani maschi e che le erano valse il soprannome di Mantide.

Il Sentiero della TenebraLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora