Capitolo Sessantaquattro

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Nella vita è importante non dare per scontato quello che abbiamo. La maggior parte di noi non si rende nemmeno conto di quanto siamo fortunati a vivere ogni singolo momento, ad aprire gli occhi al mattino, a ricevere un sorriso da qualcuno a cui vogliamo bene, a poter avere del tempo per fare ciò che amiamo. 

Sono tutti piccoli pensieri che non scattano in automatico ma che potrebbero aiutarci a vivere in maniera più serena e rilassata. Se tutti riuscissimo ad accorgerci del nostro privilegio, saremmo anche in grado di amarci di più l'un l'altro.

Nel momento in cui riacquisto coscienza, non sono certa che sia mattina, non mi sento nemmeno a mio agio nel mio corpo. È tutto confuso, offuscato. Rimpiango i giorni passati ad allenarmi alla base.

Non riesco a concentrarmi su un pensiero per troppo tempo senza iniziare a provare un forte senso di stanchezza, è davvero strano.

Una pesante benda mi copre gli occhi impedendomi di poter scorgere qualche dettaglio del luogo in cui mi trovo. Cerco di assorbire quante più informazioni utilizzando gli altri sensi a mia disposizione.

L'odore pungente di muffa e marciume mi investe le narici inducendomi a fare qualche colpo di tosse. Sembra un ambiente sporco e dimenticato. 

Sento un gocciolio vicino a me che viene sovrastato ad intermittenza dal fischio del vento che passa attraverso una finestra. Mi vengono i brividi immediatamente perchè so di essere vestita troppo poco per questo clima infausto.

Le mie mani invece sono legate dietro alla schiena da strette manette di ferro che mi bruciano i polsi.

Sono legata.

Provo ad allungarle ma ne ottengo solamente una fitta lancinante lungo le spalle. Non so come fare perché è come se nella mia mente ci fosse una nebbia fittissima che mi impedisce di elaborare pensieri efficienti.

Sono stordita.

Riesco però a ricordare quello che è accaduto alla base. Victor che mi tradisce. Le lacrime che scorrono copiosamente lungo le sue guance. Il dolore alla testa. Il sangue. Il senso di disperazione e solitudine nel credere che me ne sarei andata da sola. L'uomo che arriva alle mie spalle. Il fazzoletto. E infine il buio.

Non sono morta.

Ringrazio l'Universo per avermi salvata anche questa volta.

Mi hanno rapita.

Ma non ho le facoltà mentali per capire di chi si potrebbe trattare, sono troppo stanca.

Mi appoggio alla parete dietro di me toccando la pietra fredda e dura che la compone. Non è il momento di abbattersi ma non riesco davvero a capire come mai la mia mente vada così a rallentatore, come mai mi sembra che mi manchi un passaggio o una soluzione.

La porta alla mia destra si apre con un cigolio che risuona fra le mura come se fosse un boato.

Dei passi pesanti si avvicinano a me, si tratta di due persone perché riesco a distinguere le loro camminate scoordinate. Ma nulla di più. 

«Chi c'è?» domando con una voce che fatico a riconoscere, è bassa e gracchiante. 

I due individui si fermano proprio di fronte a dove sono seduta.

«Mi avete sentito?» fatico a dire con la gola che brucia.

Le emozioni che scalpitano dentro di me si confondono in un miscuglio quasi letale. Il cuore batte all'impazzata ma la testa è leggera, non pensa. 

Rimango immobile in preda ai sintomi del mio corpo fino a che la benda sui miei occhi non viene strappata via. Non c'è molta luce ma strizzo comunque le palpebre per l'inaspettato cambio visivo.

Dopo qualche minuto apro gli occhi scoprendo chi siano le figure che torreggiano su di me e che mi guardano con occhi compiaciuti.

Per un secondo mi sembra di riacquistare la mia lucidità, quando incrocio quegli occhi che mi sembrano tanto familiari ma allo stesso tempo così pericolosi.

Augustus Altman mi sta osservando con un ghigno che mette i brividi.

So che il mio fisico sta sperimentando il terrore e la paura ma la mia testa rimane appesa ad un filo che la nasconde nella nebbia.

L'uomo che ha tormentato i miei sogni, che ha affollato la mia mente di preoccupazioni, è qui. Non si tratta di un incubo ma della pura realtà.

Sono in pericolo.

«È un vero piacere fare la tua conoscenza, Daphne Scott» esclama con voce profonda.

Non mi muovo, rimango immobile e lo studio come se potesse attaccarmi da un momento all'altro, non che io avrei modo di difendermi...

«Benvenuta alla Fortezza Marmorea, dimora degli Altman e roccaforte di Solis.» tira fuori un fazzoletto dalla tasca della sua divisa «Spero che tu possa goderti la tua permanenza qui, figlia di Oromasis.» Sorride un'ultima volta prima di andarsene.

La guardia che è rimasta dietro di lui per tutto il tempo, afferra il pezzo di stoffa e ci versa sopra il contenuto di una piccola boccetta. Poi si avvicina a me e lo preme sul mio naso e sulla mia bocca.

«Non temere, rimarrai stordita per un bel po'... Sei dei nostri ormai.»

E poi tutto buio. 

Di nuovo.



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Ed eccoci qui.
Ecco il capitolo finale del primo volume di Oromasis.
Che dire, è stato un viaggio lungo e tortuoso, fatto di alti e bassi ma comunque meraviglioso.
Non cambierei nulla di ciò che è stato perché custodisco ogni momento con affetto e soddisfazione.
Grazie a chiunque abbia dato una possibilità alla mia storia e a chi ne darà un'altra al secondo volume.
Non so spiegare quanto quest'opera sia importante per me e cosa significhi ma spero che possiate capirlo leggendola.
Vi voglio bene,
Grazie!

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