Remus, di soppiatto, accese la luce in camera sua. Lui adorava la sua stanza, la raccolta di figurine sparse a terra e la pila di libri che stava finendo di leggere. Era piccolo, ma aveva imparato a leggere presto, e ora gli mancavano solo più due pagine per finire la storia di Cappuccetto Rosso e aveva bisogno di andare avanti. Il lupo non POTEVA vincere. La mamma gli aveva imposto di andare a dormire, ma ora era sicuro che fosse addormentata, sentiva i suoi respiri profondi e il russare sommesso del papà da due stanze di distanza. Il bambino si alzò in piedi. Faceva caldissimo in camera sua, senza nessun motivo apparente. Premurandosi di non fare rumore, si diresse verso la libreria e si arrampicò sullo scaffale per recuperare il libro. Troppo in alto, non riusciva a prenderlo. Scese piano, e contrariato, sul pavimento. Che ci poteva fare lui se non riusciva a dormire? Non poteva fare altro che aspettare la mattina... Con un verso di sconforto caracollò verso la finestra, si issò sulla sedia e socchiuse le antine.
Remus adorava anche casa sua. Era modesta, a Londra, ma dalla sua finestra aveva sempre una vista spettacolare della città. Il bambino si perse con un sospiro a guardare fuori. Tra le case e le fabbriche, la nebbia e le nubi, il Tamigi che scintillava come un nastro in lontananza, Remus si sentiva a casa. Amava la città e le sue storie. Sognava, prima o poi, di essere sorpreso nella notte, come Wendy, da Peter Pan.
Le stelle erano invisibili, complici la nebbia, lo smog e la luna piena. Remus stava per richiudere le ante, quando udì un rumore in cortile. Si sporse a guardare giù. L'altezza gli metteva i brividi, anche se era solo al primo piano. Non gli sembrava che ci fosse nulla, o almeno cercò di convincersi. Solo ombre minacciose, ma tutte le ombre lo sono per un bambino di quattro anni. Remus lasciò la finestra socchiusa e fece per tornare a letto, ma il rumore tornò più forte. Qualcosa grugniva in cortile. Il bimbo si appiattì contro la cassettiera. Mancavano tre passi al suo letto, e sapeva che tra le coperte i mostri non potevano fargli, male. Ma le ombre si alzavano di fianco a lui, minacciose e scure. Il bambino chiuse gli occhi e deglutì, per poi correre e accasciarsi sulle lenzuola. Eccolo, era salvo. Il rumore parve fermarsi, e lui, fiero del fatto che non aveva chiamato i genitori, fiero del suo coraggio, si consentì di sbirciare la stanza da sotto alle coperte. Era ancora immersa nel buio, ma la luna creava una lama di luce e irrorava parte della stanza nella sua fredda luminescenza.
Il bambino trasse un sospiro di sollievo, rotto solo dai cigolii della vecchia grondaia, e chiuse gli occhi. Un cigolio sinistro aleggiò per la stanza e il bimbo sobbalzò. Remus si guardò di nuovo intorno. Nulla sembrava essere cambiato... E poi notò che la finestra era un po' più aperta rispetto a come la ricordava. Ci si fissò la sua attenzione e la vide. Una lunga cosa nera spuntava dalla finestra della sua stanza. Remus la fissò, e la seguì con lo sguardo. Nel buio sembrava quasi un ramo. La cosa si mosse. In uno scatto, qualcosa di grande e nero oscurò la luce lunare. Remus voleva urlare, ma la voce gli si era spenta in gola. Il ramo non era un ramo. Era un enorme zampa artigliata, che proseguiva con un lungo braccio scuro.
Un'altra zampa si artigliò alla finestra e la cosa entrò.
Remus sentiva il suo cuoricino battere forte come un tamburo. Voleva urlare, nascondersi o scappare, ma la paura lo artigliava al letto. La cosa in camera sua annusò l'aria...e si voltò.
Remus rimase incantato. Due enormi occhi rossi lo squadravano maligni. La cosa sembrava un incrocio malformato tra un lupo e uno yeti, e metteva molta, molta, più paura rispetto a qualsiasi mostro di cui Remus avesse mai letto.
Il lupo si erse in tutta la sua altezza e ringhiò.
Remus balzò all'indietro, improvvisamente capace di reagire e mormorò "mamma papà"
Si lupo si contrasse, ancora concentrato su di lui. Remus respirava affannosamente, come se prima fosse stato sempre in apnea. E poi il mostro balzò.
La voce ritornò al suo posto e Remus gridò con tutto il fiato che aveva in gola. In un istante la bestia fu su di lui. Nel momento in cui la porta di camera sua si spalancava e la luce calda delle candele irrorava anche Remus, il mostro lo morse.
E ci fu solo più buio e dolore.
Remus si svegliò urlando. Era sudato fradicio e vuoto. Anche il terrore dell'incubo l'aveva lasciato e si sentiva solo più solo...come la luna.
"Tutto bene tesoro?" Chiese sua madre spalancando la porta della stanza e fissandolo preoccupata. Remus sbadigliò per nascondere i postumi dell'incubo.
"Si, perché?" la guardò dritta negli occhi, e lei si convinse. Chiuse la porta e tornò di sotto.
Remus ricadde sul letto. Non si ricordava più l'esatto momento in cui sua madre aveva smesso di stupirsi dei suoi incubi. La testa gli pulsava. Remus si mise in piedi per sola forza di volontà e andò di fronte allo specchio, di solito inutilizzato, che sua madre aveva insistito per mettere là, in camera sua.
Si tolse la maglia e rimase là, con orrore a fissarsi. C'era poca luce, ma le sue orrende cicatrici risaltavano comunque. Si costrinse a non distogliere lo sguardo. Con la mano sfiorò la spalla destra, dove aleggiava il segno a mezzaluna di un morso enorme, poi scese. Sulle braccia, ricoperte di graffi, sul torso e sulle sue brutture, sulle sue costole, quasi sporgenti, e sulla cicatrice che gli tagliava in due il braccio sinistro. Si tolse anche i pantaloni del pigiama e si osservò le gambe, quasi con interesse scientifico. Un graffio sul ginocchio, due segni su una coscia, un taglio rimarginato da tempo su un polpaccio. Remus piantò i suoi occhi su quelli del suo riflesso. Erano languidi, gonfi e tristi.
Con un verso di rabbia, Remus si voltò e diede un pugno al materasso. Non si fece male, ma scaricò parte della rabbia. Per anni aveva dimenticato la sua aggressione, aveva ricordato solo il dolore atroce alla spalla e alle altre ferite e il risveglio in ospedale.
Ed era tutta colpa di Fenrir Grayback.
Per anni era stato convinto di essere caduto succube dell'attacco di un povero lupo incontrollato. E invece era stato sfigurato da un assassino. Una lacrima gli rigò il volto.
Ed era tutta colpa di suo padre.
Remus aveva cercato di non pensarci, ma era stato impossibile. Perché lui aveva riconosciuto la malattia negli occhi di Fenrir e aveva capito che non mentiva. E che Remus era come lui.
Un mostro.
Il ragazzo aveva tenuto la testa alta e si era costruito un muro attorno. Aveva evitato suo padre in tutti i modi possibili, perché il solo guardarlo lo feriva come mille coltelli gelati.
Erano passate due settimane settimane dalla luna piena, e un mese dalla guerriglia per salvare Sirius. Dopo la luna piena erano iniziati gli incubi. I suoi amici, ovviamente, erano rimasti con lui, di nascosto. Ma la notte dopo e quelle a venire, lo avevano distrutto. Remus era stato forte, aveva continuato a fare come se nulla fosse successo. Aveva riso delle battute di sua madre, aveva fatto quasi tutti i compiti, aveva scritto a Lily e visto Sirius, James e Peter. Ma poche di quelle azioni avevano placato il suo dolore. Nelle lettere era facilissimo fingere. Con James era difficile e con Sirius impossibile, ma nessuno di loro era ancora riuscito a scoprire cosa nascondesse. Remus si tirò su, in piedi e pensò a Sirius. Sirius, coi suoi occhi splendenti di idee e la sua risata e il suo dolore. Sirius aveva appena perso tutta la sua famiglia, per la seconda volta, e Remus non voleva assolutamente che lui sapesse. Sarebbe, perfino, stato capace di sentirsi in colpa. Il giovane ingoiò i suoi dilemmi e quel macigno gli ricadde nello stomaco. Ogni giorno più pesante, ogni notte più brutale. Ma, per lo meno, ormai era diventato facile fingere. Remus si vestì in fretta e furia, corse di sotto, sbocconcellò due biscotti e poi salutò sua madre. Lei non si preoccupò nemmeno per lui, ormai era normale che fosse sempre da James.
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I Malandrini & Co.
FanfikceL'anno scolastico 1976-1977 alla scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts è appena cominciato, e i suoi studenti non possono che giurare solennemente di non avere buone intenzioni. Gli equilibri instabili nelle relazioni dei ragazzi hanno iniziato...
