La guerra che incombe

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Come tutti i mercoledì, James stava aspettando negli spogliatoi la sua squadra per l'allenamento. Avevano ridotto un po' i ritmi, solo due a settimana, ma James voleva tenere il mercoledì. Più era stanco dopo i pattugliamenti, meno si soffermava a pensare.
Erano già tutti lì, i suoi compagni, pronti a uscire in campo, ma non appena misero piede fuori, James si rese conto che qualcosa non andava. Era da due giorni che Mike gli pareva strano, silenzioso, con scure occhiaie attorno agli occhi. E ora era fermo, ad osservare il cielo con un'espressione dura e nostalgica.
"Cosa c'è che non va?" Gli chiese James, da dietro. Quello sobbalzò, scosse la testa e fece per salire sulla scopa, ma James lo fermò. "Ehi, bisogna essere concentrati per allenarsi, e tu ora non lo sei. Che succede?" Chiese, con un tono abbastanza nervoso. Non fosse mai che minassero la sua autorità...
"Levami le mani di dosso, non ti riguarda." Mike aveva un tono teso, triste, ma irato. Sembrava che qualcosa lo stesse rodendo da dentro, come un senso di colpa.
"Si dà il caso che nella mia squadra..." cominciò James, iniziando a perdere la pazienza.
"E chi se ne fotte della tua squadra. Se solo avesse potuto vedermi volare..." Subito, James avrebbe voluto dargli una punizione, afre qualcosa, ma il tono dell'ultima frase...aveva una nota depressa, nostalgica, che fece rimestare tutti i sensi di colpa di James, e le sue paure.
"Chi?" Chiese, con un tono più calmo, cercando di trattenere la rabbia che gli ronzava ancora nel cervello
"Nessuno" Disse Mike, mentre gli occhi gli si facevano lucidi. Oh, no...
"Mike..." Chiese, ora del tutto calmo, e molto, molto, preoccupato. Nessuno doveva azzardarsi a fare del male alla sua squadra, nessuno.
"Lo scoprirete domani mattina, sarà fin sul giornale..." Disse quello, senza placare i dubbi di nessuno, anzi, accendendo nuove domande.
"Eh?" Chiese Dorcas, allibita.
"Cosa?" Fece eco Ollie, in tono sorpreso.
"Ma che...?" Cominciò Jackie.
"Mike Fletcher, scendi subito da quella scopa e vieni qui..." ordinò James. C'era qualcosa che puzzava troppo di marcio in quella storia, aveva bisogno di risposte, subito.
"Chi sei tu per darmi ordini?" esclamò Mike con strafottenza, James lo ignorò.
"Il capitano?" Rispose, sarcastico.
"James, parlavi come una mamma..." rise Sarah, che non aveva ancora percepito la tensione istauratasi nella conversazione. Mike si bloccò a metà di un passo, con un'espressione di puro orrore sul volto.
"La mamma..." Mormorò, per poi sfregarsi rabbiosamente un occhio.
"Mike...?" Chiese James, parandoglisi davanti, sperando con tutto il suo cuore che non fosse accaduto ciò che più temeva.
"Nulla, io..." balbettò Mike, evadendo dal suo sguardo.
"È successo qualcosa a tua madre? Chiese James, terrorizzato.
"James, ti prego, non ne voglio parlare..." Continuò Mike, senza più la forza di impedire a James di trascinarlo negli spogliatoi.
"Ma parlare aiuta sempre, dentro." Disse James, deciso, ma con quanta più tenerezza la sua voce tesa potesse contenere.
"No, io..." Mike tentò, guardò con speranza il cielo. La squadra pareva di ghiaccio, fissava la scena senza muovere un muscolo.
"Mike Fletcher, dentro." Disse ancora James, posandogli entrambe le mani sulle spalle e spingendolo davanti a sé, per poi farlo sedere sulla panchina.
"Allora?" Chiese, obbligandolo a guardarlo negli occhi. Gli altri cinque parevano delle ali attorno a loro, un muro di protezione.
"Non compatitemi" Mormorò Mike.
"Lo faremo solo se sarà necessario" rispose James, facendo ricadere le mani lungo i fianchi, ma rimanendo accovacciato per terra, con gli occhi alla stessa altezza di quelli del cacciatore.
"Non lo sarà"
"Mike...""
"Mia madre è morta in un attacco, due giorni fa" Disse Mike, tutto d'un fiato. Ci fu una sospensione, uno di quegli attimi che durano anni. Un moto d'orrore strinse le viscere di James. Se la sua, di mamma, fosse morta, lui...
"Bene, Ollie, Dorcas e Chris fuori, partite con il riscaldamento e poi fate 50 tiri. Sarah, Jackie liberate il boccino e andate per pioggia di bolidi, vince il primo che lo colpisce. Non voglio sentire lamentele, chiaro?" Disse, nel tono più composto e autoritario che riuscì a ricomporre. Annuirono e uscirono,
"Aspetta Mike, vieni qui." Richiamò il ragazzo, che aveva fatto per alzarsi. Ora aveva gli occhi lucidi, le guance pallide e lo sguardo di un disperato.
"No James, ti prego, io..." balbettò, mentre James lo faceva risedere sulla panca, accanto a lui.
"Le piaceva volare?" Chiese, all'improvviso. Mike lo guardò stupefatto.
"Era una babbana..."
"Mi dispiace" Disse James, sincero, accarezzandogli la schiena. Mike non lo guardava.
"Non voglio essere..." Protestò il ragazzo, ma James fu più veloce
"Non ti sto compatendo, mi sto immaginando quanto dilaniato sarei io se mia madre fosse appena morta. Come fai ad alzarti e andare avanti?" ed era ancora più sincero di prima. Se Euphemia Potter fosse morta in quel modo atroce, probabilmente James sarebbe rimasto sotto shock per giorni. In attesa di capire se ritrovare la forza per saltare il lutto, o per uccidere i colpevoli.
"Io, non...non ci riesco" e scoppiò in lacrime. "Nono, sono imbarazzante, James, vattene, vatt..."
"Nemmeno per scherzo." Disse James, deciso, abbracciandolo e respirando a fondo, piano. In modo che, almeno quel gesto, aiutasse il povero Mike a riallacciarsi alla realtà.
"È t-tutta c-colpa m-mia..." Biascicava, intanto, quello, tra i singhiozzi.
"Eh?"
"Se solo non fossi mai nato, lei..." Una rabbia atroce e improvvisa si impossessò di James. Chi al mondo poteva scegliere chi doveva vivere e chi morire? Nessuno.
"Sarebbe stata perseguitata lo stesso" Disse James, quasi in un sussurro.
"Ma...
"Non è stata una tua scelta nascere, è stata sua" Spiegò piano, ma Mike non accennava a rassegnarsi.
"Lo so, ma...""
"Ed è fiera di te." Decretò lasciandolo andare e voltandolo, in modo che potesse guardarlo in faccia.
"Non può..."
"Certo che può"
"Ma-ma è..."
"In cielo a proteggerti"
"James, sono cazzate..."
"Bene, ma io a queste cazzate ci credo. Vieni, lavati la faccia e parlami di lei..."

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