Un giorno ti svegli e non sai più chi sei, i tuoi ricordi sono andati persi a causa di un incidente e ti senti un'estranea nella tua stessa vita.
Ma non nei tuoi sogni, che continuano a lasciare briciole di pane da seguire per riconquistare ciò che...
Sollevo Iris fra le mie braccia vedendo che non riesce a sorreggersi da sola, peccato che la mia coscienza urli a gran voce "pessima idea amico" ed io, non posso darle torto, perché averla stretta a me, con le sue labbra schiuse ad un solo soffio dalle mie, mette a dura prova l'autocontrollo che tento di avere da quando è ripiombata nella mia vita.
Ad un tratto l'aria gelida che ci circonda si surriscalda a tal punto da evaporare, istintivamente serro la mandibola frustrato e tento di respirare, cercando di mettere a tacere questo desiderio che mi stravolge prosciugando le mie forze e il buon senso.
L'amico nascosto nei pantaloni cresce provocandomi disagio e ricordi ubriacano quel briciolo di lucidità alla quale tentavo di aggrapparmi per non fare altre stronzate.
Di certo i suoi occhioni enormi puntati nei miei non aiutano, sembrano anzi chiedere qualcosa che mi è proibito, un contatto che non oso regalarmi, ho quasi la sensazione di vedere le sue pupille dilatarsi e questo mi eccita e terrorizza allo stesso modo.
Finirò all'inferno per ciò che sto desiderando, ma non voglio trascinarla di nuovo a fondo con me.
Si schiarisce la voce e sbattendo le palpebre distoglie lo sguardo dal mio, in evidente disagio.
" Ti ringrazio, ma sono certa di riuscire a camminare adesso."
Ignoro ciò che mi ha appena detto e faccio il giro della mia auto con lei ancora in braccio, la incito ad aiutarmi ad aprire lo sportello e quando lo fa la poso sul sedile, per poi entrare anche io al mio posto.
Metto in moto e parto diretto verso casa sua e di certo non devo percorrere chilometri per arrivare, non so se terminare questo pensiero con un per "fortuna" o un "purtroppo".
Trovo parcheggio non molto distante, senza perdere tempo scendo immediatamente e apro lo sportello del passeggero.
Per tutto il viaggio, durato solo dieci minuti, sia io che lei siamo rimasti in silenzio, è servito a stemperare l'atmosfera intima che ci ha sorpresi quando l'ho stretta a me, ed ora sembra esserci fra noi solo imbarazzo.
" Ti ringazio davvero tanto per avermi aiutata, adesso posso farcela da sola."
Tenta di scendere, ma quando il piede incriminato si posa sull'asfalto, rischia di finirci tutta.
Si sorregge all'auto, questo mi permette di chiuderla e senza darle l'opportunità di rifiutare, Iris finisce nuovamente fra le mie braccia, contro il mio petto.
Questa decina di metri che ci separa dal suo portone mi permette di osservarla, pur cercando di essere discreto nel farlo, ma sono agevolato dal fatto che tenta di non guardarmi tenendo il capo chino e mi sembra di scorgere un timido sorriso adornare le sue labbra, o forse l'ho sognato.
Entrati nell'androne del suo palazzo mi informa agitandosi che dovremo salire ben quattro piani a piedi, ma senza esitare mi dirigo verso le scale.
Per quanto io cerchi di farle capire che non sarebbe riuscita a farcela da sola e soprattutto che i suoi pochi chili non sono un ostacolo per me, ad ogni gradino rischia di farci cadere cercando di farsi mettere a terra.
Con qualche difficoltà riusciamo ad aprire anche il vecchio portone del suo appartamento una volta arrivati, ma secondo me con una spallata potrebbe venire giù facilmente, non essendo affatto massiccio o stabile.
Ciò che vedono i miei occhi mi fanno stringere i denti per la rabbia.
Tre metri di appartamento, con un minuscolo divano posto sotto al soppalco che immagino contenga il suo letto, una piccola scaletta per arrivarci, nell'altro lato della stanza, un tavolo per due e una mini cucina, in tutto questo credo che il fatto che non ci siano finestre provochi claustrofobia.
"Stanzino, dolce stanzino."
Indica il buco davanti a noi, abbozzando un finto sorriso.
Mi risveglio solo nel momento in cui mi chiede di metterla sul divano, cosa che faccio avanzando solo di due passi ed io qui dentro ci sto davvero stretto con la mia stazza.
"So cosa stai pensando, sono messa davvero male per abitare qui, ma è una soluzione temporanea, sto cercando nei vari annunci qualcosa che io possa chiamare casa."
Continuo a guardarmi intorno, la sensazione che mi invade nel ritrovarmi fra le cose di Iris mi scuote dentro, costringendomi a ripetere ancora una volta a me stesso che non dovrei essere qui, che non dovrei passare del tempo con lei più del necessario.
"Scusa, ma il bagno dove si trova?"
Si gratta la testa in evidente disagio e ciò che mi dice è la goccia che fa traboccare il vaso della mia pazienza.
"É fuori, alla fine del corridoio, per fortuna è privato nonostante sia all'esterno dell'appartamento."
Sbarro gli occhi e afferro spazientito una borsa lasciata sul secondo gradino delle scalette, inizio ad infilarci qualcosa, due maglioni che trovo sulla sedia, due jeans che sbucano dal cassetto.
"Che stai facendo scusa?"
Rispondo con un'altra domanda ignorando la sua e non preoccupandomi di mettere mani fra le sue cose.
"Dove hai il pigiama e l'intimo."
Indica l'altro cassetto, sotto i suoi occhi lo apro, afferro qualcosa a casaccio e lo infilo con il resto, per poi chiederle le chiavi del bagno, varco la soglia, poche falcate e apro la porticina ridotta male di un minuscolo bagno essenziale, scuotendo la testa prendo lo spazzolino e un beauty, richiudo tutto con un tonfo, stizzito raggiungo Iris.
"Che sta succedendo?"
Le porgo la borsa, la sollevo ignorando le sue proteste e le dico duro di chiudere la porta.
"Sul Last Soul c'è un piccolo appartamento, starai lì."
Sono già giù per le scale e scendo questi gradini quasi con ferocia, senza neanche ascoltare la ragazza testarda che non fa altro che dirmi di metterla giù, di tornare indietro, che non può stare in quell'appartamento, perché non me ne frega niente della ragione in questo momento.
Con il piede spingo il portone rimasto solo socchiuso dopo il nostro arrivo e mi bastano due minuti per arrivare alla mia auto. "Brian, sei forse impazzito? Non posso venire ad abitare sul tuo Club, nel tuo appartamento, con te."
Quando rispondo risoluto cerco di non pensare a cosa sto per combinare, al guaio in cui mi sto cacciando. "È quello che invece farai da stasera e non preoccuparti, io non abito lì." Non è del tutto esatto, ma in fondo è vero, ho un appartamento tutto mio, anche se la maggior parte delle notti sono solito fermarmi a dormire lì invece di tornare a casa.
"Ma tutte le mie cose? Comunque dovremmo discutere dell'affitto che dovrei pagarti, capire se posso permettermelo." Si acciglia pensando fin troppo secondo me.
"Non preoccuparti, appena la tua caviglia starà meglio ti accompagnerò a svuotare quello sgabuzzino e non devi temere dell'affitto, troveremo un accordo." Metto in chiaro cercando di tranquillizzarla.
Saliamo in auto e metto in moto, per qualche istante ho l'istinto di rimangiare le mie parole, deciso a riaccompagnarla nel suo...non so come chiamarlo, perché termine appartamento non sarebbe corretto, tanto meno usare la parola casa, conscio del fatto che sarebbe la cosa migliore per entrambi.
Mi ripeto che è solo per aiutarla se ho accettato di farla lavorare al Club, ed ora, è nuovamente questo che mi spinge a farla vivere da me. Ma non posso prendermi in giro da solo, non fino a questo punto, perché oltre a volerla aiutare, proprio come anni fa, proprio come ogni volta, io, non so starle lontano.
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