capitolo 65 - Iris

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Iris

Indosso la cintura con mani tremanti, il respiro è affannoso e continuo a guardare il cielo attraverso il parabrezza dell'auto di Joshua.
Spero non venga a piovere prima che io arrivi a destinazione.

Il vetro davanti a me diventa quasi una tela bianca e sopra, una matita impugnata da una mano invisibile, vi crea lo schizzo della notte più brutta della mia vita.
Immagini della mia macchina capovolta  iniziano a disegnarsi davanti i miei occhi,il suono delle mia urla strozzate si insinuano nei timpani.

Scuoto la testa con forza, strizzando gli occhi, con la speranza di scacciare quei momenti dalla mia testa.
" Stai bene?"
Joshua mi riporta alla realtà, riesco solo ad annuire, troppo preoccupata di tenere a bada le mie ansie.
" Non mi sono approfittato di te, a casa mia, lo volevi anche tu e, se non fossi scappata, dopo il servizio che ti ho reso, saremmo finiti in camera da letto."

Infastidita dalle sue allusioni e da quella mezza verità, mi schiarisco la voce, pronta a rispondere.
" Non ho mai detto che tu mi abbia aggredita, ma solo che ti sei approfittato della mia amnesia per farmi credere che ci fosse stato qualcosa fra noi, che fossimo innamorati un tempo."
Ridacchia sarcastico.
" Hai solo voluto crederci, non dare tutta la colpa a me."
Continua a guidare come se stesse parlando semplicemente del tempo o della sua giornata.
"Se non avessi conosciuto Brian, davvero ti saresti innamorata di me."
La sua arroganza è spropositata, sono certa che è per questo che non ho mai provato nulla per lui.

"Sei solo un grande opportunista e falso."
Lo accuso malamente, perché per quanto io abbia sbagliato a credergli, per quanto non abbia dato retta al mio istinto e alle mie emozioni, mi trovavo in una situazione di estrema fragilità e nessuno può dire che lui non se ne sia approfittato.
In quel momento ero alla ricerca disperata di un contatto con il mio passato perduto, cercavo l'uomo che mi aveva donato il ciondolo, l'uomo che mi amava, ed ho trovato lui.
Sapeva molte cose di me, aveva prove del nostro legame e, sbagliando, ho creduto a tutte le sue parole.
Iniziavo a provare qualcosa per Brian che mi teneva lontana, mi sono obbligata a dare un'occasione a Joshua, sbagliando.

"Mentre tu, cosa sei?"
Si gira per un attimo a guardarmi per poi riportare lo sguardo sulla strada.
"Una bambina che continua a fare le scelte sbagliate, continua a pendere dalle labbra di un uomo che l'ha ferita e lasciata, qualcuno che non ti ha cercata più, facendo la sua solita bella vita."
Le accuse che rivolge a me e Brian mi fanno infuriare.
" Pronta a perdonarlo e a scaldargli il letto."
Il tono sprezzante mi fa ribrezzo.

"Ma come ti permetti? Tu non sai niente di noi, di quello che abbiamo passato, di quello che ci unisce."
Urlo con rabbia e mi fa pena il ragazzo che ho accanto.
"Sai che c'è? Chiama il tuo fidanzatino, non sei un mio problema, non hai voluto me, il mio amore, non vorrai nemmeno un passaggio."
Inchioda il freno e la macchina si blocca sull'asfalto, dalle ruote posteriori esce un po' di fumo per l'attrito.
Urla di scendere, mi appresto a farlo e  afferrare il piccolo borsone, con tutta la forza che ho, sbatto lo sportello, lo vedo sgommare e ripartire, lasciandomi lì, da sola, in un posto che non riconosco.

Non tutte le zone di New York sono ben illuminate e sicure, sicuramente quella in cui mi trovavo non lo era.

Prendo il telefono dalla tasca del cappotto, pronta per chiamare Brian, o Sofy e Chloe, ma visto che la fortuna non è mai dalla mia parte, la batteria è completamente scarica.
Impreco ad alta voce, non potendo utilizzare neanche Maps per capire come raggiungere il club.
Mi guardo intorno, cerco di leggere il nome della strada, vedere qualcosa di familiare, ma niente, non riesco nemmeno a trovare la fermata dell'autobus.
Piccole case buie e un palazzo in costruzione, tutto qui.

Una goccia bagna la mia guancia, ma purtroppo non è una lacrima, e sinceramente, lo avrei preferito.
Alzo il volto verso il cielo, un'altra goccia mi bagna, poi un'altra, ancora una.
Allarmata inizio a camminare a passo veloce verso una direzione qualunque.
La pioggia inizia a cadere, il cielo nero viene squarciato da una luce improvvisa, come se l'oscurità venisse risucchiata, ma solo per un breve istante.
Ma è sempre lei ad averla vinta perché ritorna prepotente.

Il suono martellante di un tuono mi fa portare entrambe le mani alle orecchie.
I capelli iniziano a bagnarsi, come i mie vestiti, abbasso istintivamente gli occhi sulle mie braccia e mi sembra di vederle ricoperte di sangue.
Urlo, bloccando i miei passi, chiudo e riapro le palpebre più volte, grazie a questo riacquisto la lucidità, il sangue è sparito.
Corro, continuo a correre senza sapere dove mi trovi o dove io stia andando.
La mia corsa è rallentata dal peso del borsone che porto in spalla.
Il respiro è affannoso e lo diventa sempre di più, ad ogni lampo, ad ogni tuono.
Devo fermarmi quando inizia a girarmi la testa nel rivedere davanti i miei occhi una macchina ammaccata a testa in giù, una donna al suo interno svenuta.
Porto le mani alla bocca, stringo forte per evitare di urlare.
Quella donna sono io.

Serro le palpebre e quando mi faccio coraggio e le riapro, davanti a me non c'è più niente, nessuna auto.
Mi accovaccio ai piedi di una scala antincendio di un palazzo, respirare è sempre più difficoltoso per me.

Una musica di sottofondo arriva alle mie orecchie, si mescola al suono dirompente della pioggia che cade copiosa sull'asfalto.
Mi ripeto che non si tratta della radio della mia auto, non sono bloccata ancora lì dentro, non sono insanguinata ed a testa in giù, ma in questo momento non riesco a distinguere cosa è reale e cosa no.

La paura soffoca i miei respiri, l'aria non riesce ad entrare attraverso le narici, non raggiunge i polmoni.

Dei passi, quei passi, gli stessi di quella notte, gli stessi che sentii mentre ero intrappolata, un suono di passi e pioggia.
L'odore di pioggia e terriccio che mi fa venire la nausea come quella notte maledetta.
Poi, un nome, il mio nome, urlato in modo disperato, dalla stessa voce.
Mi guardo intorno, ma non vedo nulla, solo pioggia che cade dal cielo, solo oscurità.
Infine, dal nulla, incontro due occhi, gli stessi che ho sognato più e più volte, gli stessi che mi hanno condotta alla ricerca del mio destino.

Ma adesso riesco a vedere in modo nitido l'iride che avvolge la pupilla, riesco a distinguere le piccole striature più chiare che sporcano quell' azzurro luminoso. Sembrano due fari in questa notte buia.

È lui, è Brian, è qui per salvarmi, ancora.

"Iris."
Le sue mani accarezzano il mio viso, scostano i capelli appiccicati alla pelle, sono l'ancora alla quale mi aggrappo per ritornare alla realtà.
"Stai bene?"
È preoccupato, cerca di tirarmi su, a fatica lo aiuto.
Inizio a respirare solo quando mi solleva e stringe a sé.
La pioggia bagna entrambi, ma all'improvviso non ho più paura, mi sento al sicuro con lui accanto.

I ricordi di quella notte iniziano a sbiadire dalla mia mente, i polmoni riacquistano aria, ed io ritrovo il mio posto nel mondo.

I ricordi di quella notte iniziano a sbiadire dalla mia mente, i polmoni riacquistano aria, ed io ritrovo il mio posto nel mondo

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