capitolo 29 - Iris

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Iris

Scosto le tende spesse di velluto blu scuro dalla vetrata del salotto, i raggi di un timido sole illuminano tutto l'ambiente e la vista al di là del vetro è bellissima.
Una New York imbiancata mi dà il suo buongiorno.
Il sorriso che ho stampato sulle labbra non è solo merito della bella vista, ma soprattutto delle emozioni che mi sono rimaste addosso dal pomeriggio che ho trascorso ieri con Brian.
Sono stupita di come questo ragazzo mi faccia sentire quando gli sono accanto, di come mi senta a mio agio quando siamo soli, di come io mi senta a casa quando mi smarrisco fra le onde in tempesta racchiuse nei suoi occhi.

Alla fine ieri siamo arrivati al Club verso le dieci di sera, dopo la cioccolata calda abbiamo passeggiato a Central Park, godendoci il paesaggio che mutava aspetto, i colori tristi, invernali, cancellati da un bianco candido che prendeva piede sempre di più.
Ad allietare i nostri stomaci, che più volte brontolavano facendoci ridere, è stato un enorme kebab preso da un chiosco trovato per caso.
Appena siamo arrivati, al locale c'era meno gente del solito, probabilmente per la neve, ma sono comunque corsa ad aiutare gli altri, soprattutto dopo l'occhiataccia riservatami da Sally.
Addormentarmi è stato complicato, a causa del subbuglio che mi sono portata dentro e che non voleva lasciarmi stare.

Sbadiglio rumorosamente e guardo sospettosa il mio telefono, le notifiche di tre messaggi non letti per un attimo mi fanno trattenere il fiato.
Clicco su questi, ma un moto di delusione mi disturba, perché non ha senso aver sperato che fosse Brian.

Rispondo velocemente a Kate per darle un piccolo resoconto dell'uscita fatta con il mio capo e ignoro il messaggio di mio fratello, dove mi chiede a che ora dovrei arrivare col treno a Portland domani.
Mi soffermo invece sul messaggio di Joshua che mi indica l'ora dell'appuntamento, proponendo di passare a prendermi qui davanti.
L'ansia rivendica il suo posto attraverso una stretta allo stomaco.
Dopo sole due ore sono davanti il cancello del Club con il mio vestito di lana grigio e un cappottino nero, continuo a tirare su il gambale del mio stivale destro che continua a scendere.
Rovisto nella borsa nera alla ricerca dei guanti, maledicendo queste temperature e la mia folle idea di rendermi per una volta decente,rischiando però di congelarmi, ma il suono di un clacson richiama la mia attenzione.

Una Lamborghini blu acceso si accosta a me, il vetro oscurato scende mostrandomi il sorriso del guidatore.
"Ciao fiorellino, monta su."
Il mio sopracciglio si alza nel sentire di nuovo quello stupido nomignolo, ma cerco di far finta di nulla salendo in auto.
Resto un po' interdetta quando all'improvviso le labbra di Joshua si posano sulla mia guancia, ma per gentilezza mi sforzo di sorridere.
Andiamo a pranzo in centro, in un ristorante molto carino, per fortuna lui ha pensato di farsi riservare un tavolo altrimenti non avremmo trovato posto.
"Sei bella come sempre."
Il suo complimento mi imbarazza facendomi abbassare gli occhi e sedermi di fretta.

Ordino la prima cosa che trovo sul menù, troppo agitata per pensare al cibo.
"Come ci siamo conosciuti?"
Sparo la prima domanda delle migliaia che mi vorticano in testa.
La pelle scura dà vita ad alcune piccole pieghe al centro della fronte, porta i gomiti sul tavolo e nasconde parte del viso dalle mani curate che si congiungono fra loro.

"Mia madre possiede una tra le più famose scuole d'arte della città e, in quegli anni gironzolavo molto da quelle parti, ora, invece, sono fisso nello studio legale di mio padre."
Lo ascolto con attenzione scrutando ogni espressione, ogni gesto, ma la mia mente non riesce a ritrovare questo ragazzo fra i miei ricordi.
"Tu frequentavi il suo corso di disegno e ti dirò di più, eri davvero brava, mia madre tesseva le tue lodi molto spesso."
Lo stupore si dipinge sul mio volto, incredula di aver finalmente trovato altre risposte.
"La mia amica mi aveva detto di essermi trasferita in questa città per frequentare una scuola di disegno, ma non sapevo come trovarla."
Quando me ne parlò Kate ne rimasi sorpresa perché non ricordo assolutamente che abbia mai covato un desiderio simile.
"Bhe, in effetti ce ne saranno a centinaia a New York, ma hai scelto la migliore, e ti dirò di più, eri focalizzata sui graphic novel."
Sono sempre stata appassionata di disegno, certo, ma prendere seriamente una possibilità del genere, provare a farne un lavoro, mi sembra assurdo, io che, negli studi e nel lavoro, ho sempre fatto scelte sicure.

"Per fortuna sono rientrato nella tua vita, baby."
La sua mano, audacemente, si posa sulla mia, abbandonata sul tavolo, ed io resto ipnotizzata su questa immagine.

"Cosa eravamo noi due?"
Vado dritta al punto, perché sarebbe inutile girarci intorno, lui molla la presa e poggia la schiena alla sedia.
Gli occhi neri mi fissano come se stesse decidendo fin dove spingersi, quanto rivelarmi, ma poi prende la sua decisione.
"Uscivamo insieme, stava nascendo qualcosa."
Trovo con difficoltà il coraggio di alzare i miei occhi dalle mie mani per finire nei suoi.
I battiti che sento rincorrersi nel mio petto non so decidrarli, di sicuro non mi fanno sentire come mi aspettavo.
" Quindi sei tu l'uomo che sto cercando."
Sussurro forse un tantino delusa, senza capirne il motivo, come se avessi avuto fin'ora altre false speranze e non è questo il caso.
"Mi hai ritrovato."
L'angolo delle sue labbra carnose si alza e, per quanto mi aspettassi di percepire qualcosa che mi scuotesse i ricordi o il cuore, niente, non sento niente.

Non so descrivere l'emozione contrastante che si crea nel mio petto, ma di certo riconosco la confusione che aleggia nella mia mente.
Mille domande sfrecciano nella mia testa come treni impazziti che rischiano di deragliare e scontrarsi con una me  totalmente opposta a ciò che ero diventata.
Ho stravolto la mia vita abbandonando un lavoro stabile, trasferendomi in un'altra città e coltivando una passione.
I miei genitori non me lo avrebbero mai permesso senza combattere fino allo stremo.
Mio fratello ha intrapreso la carriera medica come mio padre e, io, non avendo seguito la stessa strada, né tanto meno quella giornalistica di mia madre, ero vista come la pecora nera della famiglia.
Ora, pensare di aver addirittura fatto quello che mi dice Joshua, mi fa capire perché la mia famiglia non abbia avuto la benché minima intenzione di svelarmi gli anni che ho perso.
La rabbia si mischia allo sconcerto, perché loro hanno creduto di poter riscrivere la mia vita.

"Stai bene?"
La mano di Joshua cerca nuovamente la mia ma non la trova stavolta, deludendolo visibilmente.
" Sì, tutto bene, sono solo tante informazioni tutte insieme."
Abbozzo un mezzo sorriso finto.
Dovrei focalizzare la mia attenzione sull'uomo di fronte a me e pensare alle bugie della mia famiglia quando verrà il momento.
Inizio a mangiare la mia pietanza controvoglia, nonostante il subbuglio nello stomaco, è un semplice gesto meccanico che faccio.
" Perché non mi hai cercata, non ho saputo nulla di te dall'incidente?"
Gli occhi sono fissi sulla forchetta che stringo fra le dita, timorosa di una risposta che non mi piacerà e riesco ad alzarli solo nel momento in cui sento la sua voce.
"Iris, io non sapevo dell'incidente, altrimenti ti avrei cercata."
Mi sembra sincero, ma questo non mi basta.
"Hai detto che stava nascendo qualcosa fra noi, il fatto che io sia sparita da un giorno all'altro non ti è sembrato strano?"
Cerco di far combaciare ogni tassello regalatomi da lui, ma il puzzle del mio passato resta incompleto.
"Iris, abbiamo litigato, pesantemente, tu sei tornata dai tuoi e non ho avuto più tue notizie, credevo mi avessi lasciato, visto che hai anche ritirato la tua iscrizione alla scuola di mia madre."

Le mie mani finiscono sulle tempie pulsanti, il fastidio che sentivo è sfociato in un enorme mal di testa.
Strizzo le palpebre e Joshua mi versa un bicchiere d'acqua chiedendomi ancora se sto bene, si accontenta di un mio cenno.
Avrei bisogno di tornare a casa e stendermi, avrei bisogno di un attimo di quiete e un antidolorifico, ma prendo un respiro profondo e lo fisso.
"Perché abbiamo litigato?"
Chiedo con un filo di voce, ancora determinata ad avere risposte.

"Perché abbiamo litigato?"Chiedo con un filo di voce, ancora determinata ad avere risposte

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