capitolo 63 - Iris

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Iris

Rileggo il messaggio che gli ho inviato quindici giorni fa, gli dicevo che lo avrei raggiunto presto per parlare di noi.
Non ha risposto, né a quello, né agli altri cinque.

Quando la sera in cui abbiamo fatto l'amore io sono andata via dal Last Soul, per poi fare quella chiacchierata con Aiden, ho capito di aver sbagliato, ho capito che non posso permettere che la mia vita venga condizionata dalla paura.
Questi giorni di silenzio da parte sua sono stati estenuanti, la voglia di correre da lui, è impellente, stringerlo, averlo nella mia vita, è vitale.

"Iris, abbiamo finito qui."
Mi alzo dalla sedia e raggiungo il medico, lo ringrazio e poso le mani sulle maniglie della sedia a rotelle dove è seduto mio padre.

Quella sera, dopo essere rimasta sola, mi sono alzata da quella panchina ed ero pronta per andare al club, ero pronta per scusarmi con Brian, ma la telefonata che ricevetti, cambiò tutto.
Jordan mi informò che nostro padre aveva avuto un ictus.
Corsi a casa delle mie amiche per prendere un cambio e le ragazze mi accompagnarono a prendere il treno alle due di notte.
Vedere in un letto d'ospedale l'uomo che mi ha messa al mondo e che, contemporaneamente, mi ha tradito più di tutti, è stato straziante.
Per fortuna non ha subito danni permanenti o troppo gravi, ma di certo la sua vita, d'ora in avanti cambierà.
Sta riprendendo la mobilità di metà corpo, quella che era rimasta paralizzata, ogni giorno lo porto a fare fisioterapia.
Arrivo all'uscita del pronto soccorso e gli inservienti lo caricano con tutta la sedia a rotelle su un furgoncino apposito per questi spostamenti.
Arrivati a casa mia madre accoglie l'uomo che ama con un bacio, ma quando si avvicina a me, mi scosto, istintivamente.
Tutto questo non ha cancellato il male che volutamente mi hanno fatto, ma di certo è tutto ridimensionato ora.

Mio padre, assistendo alla scena, con voce flebile, mi richiama.
"Iris, noi vogliamo scusarci con te."
Resto a bocca aperta.
" È difficile essere genitore, nessuno ti insegna a farlo, gli errori sono all'ordine del giorno, tu crederai sempre di prendere le decisioni giuste, cercherai sempre di proteggere la tua bambina, ma non ci riuscirai ogni volta."
Credo sia la prima volta, in tutta la mia vita, che sento mio padre parlare in questi termini, la prima volta che lo vedo fragile e dispiaciuto.
Lui, il grande primario pluripremiato di Providence, colui che non sbaglia mai e non chiede mai scusa, ora, lo sta facendo.

" Vedi, tesoro, noi abbiamo solo voluto il meglio per te e Jordan, lo capirai quando diventerai madre anche tu."
Credo sia vero, diventare genitore di sicuro ti cambierà e ti aprirà gli occhi su molte cose, ma si possono comprendere pur non essendolo.

"Siamo sempre stati duri con voi, sugli studi, sulle amicizie, su chi amare, ma lo abbiamo fatto solo per indirizzarvi verso la strada giusta."
Mia madre, come al solito, arriva a sostenere le cause, le parole, le azioni, gli intendi del marito, indipendentemente dalla sua ragione o torto.

"Un figlio non è una proprietà."
Entrambi mi fissano, il mio tono forse è duro, ma non posso fare altrimenti.
"So che ci amate, so che avete sempre voluto il meglio per noi, il problema è che non vi siete mai soffermati a chiedervi, a chiederci, se ciò che ritenevate fosse il meglio, lo era anche per me e Jordan."
È sempre stato il loro più grande errore nei nostri confronti.
"I nostri desideri hanno sempre contato poco."
Entrambi abbassano lo sguardo sapendo che le mie parole sono solo la pura verità.
"Avete sempre creduto che solo voi eravate in grado di sapere cosa fosse giusto, o chi lo fosse."
Un genitore è una guida, ti insegna a stare al mondo, fa scelte che da figlio non comprendi al momento, ma solo in età adulta lo fai, ma non sempre, non è esente da errori un padre o una madre.

"Farai anche tu degli sbagli, è inevitabile, come per quel ragazzo."
Mia madre inizia nervosamente a giocherellare con la collana di perle, sentendosi palesemente a disagio.

"Avete scelto la persona che volevate essere, la persona giusta da amare, quella con cui formare una famiglia, Brian, è quella persona per me."
Metto le cose in chiaro una volta per tutte.
" Non importa se sbaglierò, sarà una mia scelta, sarà uno sbaglio dettatao dal cuore."
La donna che ho di fronte schiude le labbra combattivente, pronta a dire la sua, ma la blocco, so già cosa sta per dire.
"Non si sceglie chi amare per via del suo stato sociale, del suo conto in banca, del suo lavoro, mamma."
Serra le labbra, piccata mi dice che non è ciò che intendeva dire.
"Ti innamori di qualcuno per via della sua bontà d'animo, dei piccoli gesti affettuosi che ti riserva, grazie ai sorrisi che ti regala, non puoi fare a meno di averlo accanto perché puoi fidarti di lui e, sarai in grado di affrontare anche una tempesta, perché ti sentirai al sicuro, ti sentirai forte, perché sarà sempre con te."
Ride sarcastica, palesemente irritata.
" Lui non lo ha fatto."
Sentenzia poi, acidamente.

" Già, siamo esseri umani, lui ha sbagliato, come lo avete fatto voi, eppure vi aspettate che perdoni i miei genitori e non l'uomo che amo."
Siamo sempre pronti a condannare gli altri e troppo poco noi stessi.
" Non puoi paragonare cosa siamo noi a lui."
Scioccata spalanca gli occhi e mi sembra quasi ferita.
" Voi siete la mia famiglia, ma lo è anche Brian."
Sentenzio duramente e non ho intenzione di riprendere il discorso.
"Va bene, ma non lo perdonerò se ti farà soffrire di nuovo."
Evidentemente nemmeno mio padre vuole rimuginare su tutta la faccenda per l'ennesima volta, date le sue parole.
Capisco che attribuiscano la responsabilità del mio incidente a lui visto che guidavo sconvolta, sapere poi che ero incinta, venire a conoscenza del fatto che lui si fosse tirato indietro, fa crescere odio.
Ma bisogna analizzare i fatti da più prospettive.

Il suono del mio telefono mi fa correre verso la borsa, abbandonata sul divano, la speranza che possa essere lui mi fa battere il cuore, ma la delusione nel vedere un numero che non conosco, riporta i miei battiti nella norma.
Rispondo subito.
"Salve, Signorina Williams, sono la segretaria dell'Academy of design Pastrom, abbiamo bisogno di una sua mail per inviarle la richiesta dei documenti necessari."
È la scuola di disegno che frequentavo prima dell'incidente.
Mi rifugio nella mia stanza per avere la giusta privacy.
" Quali documenti?"
Chiedo confusa.
"La sua domanda di iscrizione per l'anno accademico che inizierà fra qualche mese è stata accettata, dovrà inviarci la documentazione necessaria per ufficializzare la cosa."
Sbatto le palpebre più volte.
" Io non ho presentato nessuna domanda, è sicura che non ci sia un errore?"
Tento di scavare nella memoria e per un attimo ho paura di avere di nuovo dei vuoti.
" È venuto di persona il suo amico a portare qui il cartaceo, c'era la sua firma."
Non posso credere alle mie orecchie, deve essere stato Brian, conscio del fatto che, forse, non avrei fatto questo passo facilmente.
Non adesso almeno.
"Giusto, mi scusi, ero un po' confusa."
Lascio la mail reggendo il gioco all'uomo che amo, ringrazio, assicurando che avrei inoltrato il tutto in giornata.
Mi accascio sul letto e lancio il telefono accanto a me, raccolgo i capelli in una coda improvvisata e continuo a pensare a ciò che è appena successo.
" Mi ha iscritta all'accademia di disegno."
Ripeto ad alta voce, sbalordita.

Mi appresto subito a chiamarlo, ma la telefonata va a vuoto, un senso di angoscia scava nel mio petto.
Poi il telefono che stringo fra le mani si illumina, un messaggio.
Ciò che leggo non mi piace per niente.

Ciò che leggo non mi piace per niente

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