Un giorno ti svegli e non sai più chi sei, i tuoi ricordi sono andati persi a causa di un incidente e ti senti un'estranea nella tua stessa vita.
Ma non nei tuoi sogni, che continuano a lasciare briciole di pane da seguire per riconquistare ciò che...
Infilo qualche vestito nella valigia, sinceramente non so neanche cosa sto portando via da questa casa. Ho nella testa mille pensieri che fanno un rumore assordante, vorrei poterli far smettere ma non so come si fa.
Kate continua a chiamare, mandare messaggi, visto che sono sparita da due giorni, ma non ho la forza di affrontare l'ennesimo tradimento. Non so se credere che mio fratello davvero fosse allo scuro della mia gravidanza, perché adesso, non mi fido più di nessuno. La cosa certa è che mio padre lo sapesse, la cosa sicura è che il grande primario pluripremiato abbia falsificato la mia cartella medica per tenermi allo scuro di tutto. Così grande è la sua megalomania e il suo bisogno di controllarmi, tanto da approfittarsi della mia amnesia per tornare a manovrare i fili della mia vita a suo piacimento. Sono sempre stata fuori controllo e ribelle per i miei genitori, solo perché le mie scelte in fatto di amicizie, studi, lavoro, fossero diverse dalla loro visione perfetta di come sarebbe dovuta andare la mia vita.
L'incidente ha rappresentato un'occasione d'oro per loro.
Guardo il libro dell'ultimo romanzo che ho trovato nella piccola libreria del salottino, giace sul comodino, sono esattamente a metà. Era mio, tutti quei romanzi dai quali non riesco a staccarmi quando inizio a leggerli, sono i miei, come questo piumone pieno di girasoli, l'ho scelto io, a quanto pare, e anche i quadri appesi al muro. Appena sono entrata in questa casa ho capito che c'era lo zampino di una donna, ma mai avrei immaginato che fosse il mio. È così strano essere circondata da miei oggetti personali e non riconoscerli, non sentirli tuoi. Come quelle foto che istintivamente ho gettato in valigia e mi ritraggono stretta fra le braccia dell'uomo che ha catturato il mio cuore, all'ora come adesso, ma poi l'ha spezzato, in passato come due giorni fa.
La voce di Brian arriva alle mie spalle facendomi sussultare, mi volto e ciò che noto subito sono le occhiaie scure che incorniciano i suoi occhi blu. "Scusa, non volevo spaventarti, ma ho bussato e visto che non venivi ad aprire mi sono preoccupato." Le sue iridi ricadono sulla piccola valigia posta sul letto e lo sguardo che ne segue trasuda dolore puro. "Stai andando via?" Mi limito solo a fare un cenno col capo e riportare lo sguardo sui miei vestiti arrotolati in modo casuale nella valigia. "La notte di capodanno mi hai chiesto del tempo per stare da sola, immagino come tu possa sentirti, e questi due giorni mi sono tenuto alla larga da qui per rispettare la tua richiesta, ma non credo che la decisione di andare via sia la migliore." La camicia di raso beige fra le mie mani inizia a fare una brutta fine, visto che la sto stritolando. "Qui potresti riacquistare la memoria, fra le cose che ti appartengono, dove sei stata felice, e anche al mio fianco."
Chiudo le palpebre per cercare di trattenere le lacrime che rischiano di farmi crollare, inspiro profondamente e rilascio l'aria dalla bocca, lentamente. Quando apro gli occhi, l'unica cosa che riesco a fare, è chiudere la valigia e, a capo chino, andare con questa verso la porta, in silenzio, facendo attenzione a non alzare mai lo sguardo, perché se incontrassi il suo, mi lascerei convincere a restare.
Proprio quando sono sull'uscio della stanza da letto, il suo corpo blocca il passaggio, la mano afferra la valigia e la fronte si posa sulla mia testa. "Resta, ti prego." La sua voce è un sussurro, il suo dolore invece urla.
Questa vicinanza mi squarcia il petto, il mio corpo sembra combattere con la ragione, il cuore sfidare il buon senso.
" Non sono capace di lasciarti andare, non so come si sopravvive con un cuore distrutto dopo che lo stavi guarendo solo con la tua presenza." L'altra sua mano accarezza la mia guancia e il suo tocco sembra bruciare la mia pelle, la voce nella mia testa grida di correre via, ma i muscoli non reagisco al comando. Vorrei alzare la testa di soli pochi centimetri e incontrare le sue labbra, ma non posso farlo, non posso perdonarlo.
" Lo hai già fatto, mi hai già lasciata andare, proprio quando avevo più bisogno di te, respingendomi quando ero incinta e sparendo dopo l'incidente, riuscirai a sopravvivere anche stavolta." Dico duramente, ma è il dolore a parlare al mio posto, l'orgoglio a suggerire le parole, la rabbia ad avere la meglio.
Mi scosto dal suo corpo, mettendo distanza, i miei occhi non hanno mai incontrato i suoi, ed è solo per questo che riesco a proteggere l'unico barlume di forza che mi resta.
Brian fa un passo di lato, lasciandomi passare, e quando con passi incerti arrivo in salotto, le sue parole mi sorprendono. "Ti amo, non c'è giorno o notte in cui io non mi odi per aver fatto vincere le mie paure quel giorno, non c'è istante in cui io non senta il dolore per averti fatto del male e aver ucciso nostro figlio." La mia mano stringe con forza il manico della valigia e sento le lacrime tornare a minacciare i miei occhi. Per quanto io sia ferita, non sento, probabilmente lo stesso identico dolore che lui vive, perché ciò che è successo, lui lo ha vissuto, lo ha toccato con mano, io, l'ho solo immaginato.
Lascio la valigia accanto alla porta dell'appartamento e con grande difficoltà vado da lui. I suoi occhi sono lucidi, mi ricordano le acque dell'oceano quando la tempesta è appena passata. " Devi perdonare te stesso, la morte del nostro...non è solo colpa tua, ma anche mia, il mio incidente, la mia amnesi, non è colpa tua."
La testa di Brian si muove in segno di dissenso, ma, non appena il palmo della mia mano si posa sul suo petto, la sua attenzione è completamente calamitata da questo gesto. "Dobbiamo entrambi perdonare noi stessi, per poter andare avanti."
Sembra un bambino in cerca di un abbraccio che lo faccia sentire protetto, al sicuro. Nessuno dei due ha la forza di lasciare andare l'altro, questa è la verità. Dovrei odiarlo, eppure, non ci riesco fino in fondo, come se il mio cuore ricordasse il sentimento che ci univa e non fosse capace di rivivere altro.
Mi volto con grande difficoltà e mi allontano da lui, ma non appena sto per afferrare la valigia, lui mi anticipa. Esce e scende le scale di corsa, come se, per riuscirci, avesse bisogno di agire e non pensare, perché altrimenti non avrebbe il coraggio di lasciarmi andare. Lo capisco bene, fin troppo.
Mentre sto scendendo le scale che mi porteranno lontana da questo posto dove mi sono sentita a casa, dove ho percepito una connessione con il mio passato, dove ho ritrovato la verità e l'amore perduto che cercavo, sento sanguinare il mio cuore. I passi sono lenti e pesanti, la tristezza bagna le mie guance.
Ad un tratto, proprio quando attraverso la sala del Club, la voce di mio fratello, arriva violenta, mi precipito fuori e ciò che vedo mi fa male. La mano di Jordan stringe il colletto del cappotto di Brian, mentre l'altra, chiusa a pugno, si scaglia contro il naso del ragazzone biondo, che resta inerme volontariamente.
" No!" Corro verso i due.
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