Iris
Seduta a tavola, ascolto mia madre che, per la terza volta, ribadisce il suo dissenso per la mia decisione di voler vivere in un'altra città.
Porto la forchetta alla bocca con un pezzo di carne, cerco di estranearmi dal loro vociferare, visto che anche mio padre inizia a dire la sua, ostentanto il proprio malcontento.
L'albero di Natale, alto un metro e novanta, è cosparso di luci bianche e palline color rosa antico, ogni fiocco è allineato agli altri, tranne uno, sgualcito e storto, io mi sento esattamente così in questa famiglia adesso.
"Ho parlato con un'insegnante della Brown, per informarmi su questi corsi che stai seguendo a Boston."
Mi irrigidisco all'istante.
"Non c'è bisogno che qui li faccia, però vuole valutare la tua preparazione attraverso la stesura di alcuni articoli di..."
"Perché hai parlato con quell'uomo di tua iniziativa?"
La interrompo alzando il tono della voce, facendola trasalire per un momento.
"Ovviamente per te."
Vorrei quasi ridere per le menzogne che riesce a dire questa donna con così tanta tranquillità.
"Io non te l'ho chiesto e tu non lo hai fatto per me, ma per te."
Il mio pugno chiuso va a finire sul tavolo con rabbia, l'acqua nel bicchiere rischia di finire sulla tovaglia color panna, dato che quest'ultimo barcolla.
"Potresti facilmente iniziare come sua assistente qui, in fondo stiamo parlando della Brown, non una qualunque università di secondo o terzo livello."
L'espressione di mio padre sembra di cera mentre lo dice.
"A Boston ci sono ottime università, dovresti smetterla sempre di giudicare tutto e tutti."
Interviene mio fratello appoggiandomi come è solito fare e garantendosi un'occhiataccia.
"Se avessi fatto anche tu il medico come me oppure la giornalista come tua madre, sarebbe stato tutto più semplice."
Una frase, o meglio, una accusa, sentita migliaia di volte che ormai non riesce nemmeno a farmi più del male.
"Io sono me stessa, alla ricerca della mia strada, non un vostro surrogato, dovreste amarmi e basta, non volermi cambiare e modellare a vostro piacimento."
Stringo forte la posata fra le dita facendole diventare bianche.
"Ma certo che è così, vogliamo solo il tuo bene e che tu non faccia più errori che potrebbero costarti cara."
Incateno i miei occhi marroni a quelli verdi di mia madre e vorrei tanto intravedere ciò che dice, ma riesco a scorgere i suoi secondi fini.
Sono certa che i miei genitori mi amino, che vogliano il mio bene, ma il problema principale è sempre stato che secondo entrambi il meglio per me è seguire la strada che scelgono loro.
"Vogliamo parlare invece dei vostri errori? Delle vostre menzogne? Delle vostre manie di controllo?"
Davanti a me ho tre persone che mi guardano circospetti, trasudano paura, è perfettamente evidente.
Io, provo solo delusione.
Scosto la sedia provocando un rumore sordo che riecheggia in una sala da pranzo ad un tratto silenziosa, abbandono la forchetta nel piatto e vado verso la mia stanza.
Il velo della rabbia calato sulla mia mente non mi fa essere obiettiva, non mi permette di mantenere la calma che forse dovrei avere, il raziocinio di cui ora avrei bisogno non so dove trovarlo.
Sbatto la porta della mia stanza ed inizio a camminare avanti e indietro
All'improvviso porto le mani alle tempie, un senso di vuoto nella testa mi stordisce e l'immagine della foto di me e Jordan, nel portaritratti in legno nero, sulla mensola, appare sfocata ai miei occhi.
Il flash di un'immagine scolorita prende forma nella mia testa, dura solo pochi istanti.
Il suono della mia voce è un'eco distorto, ma non sono sola.
"Fammi fare due tiri, ho bisogno di placare la rabbia a causa dei miei genitori."
Riconosco a stento la mia immagine sgranata, i miei occhi marroni, i capelli addirittura sembrano rossicci.
"Non inizierai a fumare, ragazzina, però ho in mente altro per farti scaricare la tensione."
L'uomo davanti a me è di spalle, una stazza imponente, ma non riesco a mettere a fuoco il suo volto.
"Ragazzina", ancora quel vezzeggiativo, uno stupido nomignolo che riesce a scalfire i muri spessi che mi separano dai miei ricordi, anche se non abbastanza.
Le gambe tremolanti mi dicono di sedermi, mi lascio cadere sul letto e cerco di respirare profondamente, ad occhi chiusi.
Inspiro dal naso ed espiro dalla bocca.
Qualcuno bussa alla mia porta, ma non ho il tempo di rispondere perché questa si apre.
Riapro gli occhi trovando la figura di mio fratello che si siede accanto a me.
"Stai bene?"
Il suo sguardo preoccupato mi intenerisce facendomi sentire una stupida per non essere in grado di avercela fino in fondo con lui.
Anche Jordan mi sta mentendo, anche lui vuole tenermi lontana dai miei ricordi.
"Ho appena avuto un flash del mio passato."
L'espressione del suo viso muta, i suoi lineamenti sembrano indurirsi e le spalle diventare rigide.
Mi chiede di continuare il mio racconto, di scendere nei dettagli.
"La figura di un uomo mi tormenta, nei sogni, nella testa, ma non riesco a mettere a fuoco la sua immagine."
Possibile che l'uomo del ricordo appena ritrovato sia Joshua?
"Lo so che non sei stata in questi mesi da Kate."
Le mie iridi cercano le sue, siamo così simili io e lui in molte cose, ma così diversi in altre, però, nonostante gli screzi, le ripicche idiote ed infantili quotidiane fra fratello e sorella, nel momento del bisogno eravamo sempre lì, pronti ad essere la spalla dell'altro, alla quale poter aggrapparci.
Ed ora?
Ora non è più così, non posso fidarmi più ciecamente di lui, confidarmi con lui, perché anche Jordan mi ha tradita tacendo la verità.
"Andiamo Iris, ti conosco, sei mia sorella, so bene che farai di tutto per avere le risposte che cerchi."
L'angolo della sua bocca si alza appena.
"Le risposte che voi mi negate."
Lo accuso con tono acido, ormai stiamo scoprendo le carte.
Mio fratello sospira pesantemente per poi poggiare i gomiti sulle ginocchia e fissare un punto sul pavimento.
"Iris, quando ami qualcuno sei disposto anche a rischiare di farti odiare pur di proteggerlo."
Resto in silenzio a soppesare questa scomoda verità, perché è così, ma è davvero giusto agire in questo modo?
Vale la pena perdere l'affetto e la stima di una persona cara, tenendo presente che quest'ultima prima o poi si scontrerà con la realtà.
"Jordan, perché cercate di tenermi lontana dal mio passato?"
La sua gamba sinistra inizia a ballare al ritmo della sua frustrazione.
" Io, ho il diritto di ritrovare chi ero e voi mi perderete impedendomelo."
Mi alzo diretta verso la porta, la apro senza dire niente, ma è palese che lo sto sbattendo fuori, lui, con occhi tristi si alza e mi viene incontro.
"Resterò solo domani, perché è Natale, ma poi andrò via."
Evito di guardarlo per evitare di essere fragile davanti a lui, per oggi non riesco più ad essere forte, a sostenere questo dolore nel petto che si fa strada e cerca di uscire dai miei occhi.
"Iris, mi dispiace, io non vorrei mai ferirti e so che hai il diritto e il bisogno di sapere, so anche che riuscirai a trovare qualche frammento di te.
Non ti intralcierò."
Jordan resta davanti a me per qualche secondo, forse con la speranza che io reagisca in qualche modo, ma resto immobile, spenta.
Guardo invece la valigia aperta nell'angolo, sono pronta a ripartire.
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Un Battito Ancora
RomanceUn giorno ti svegli e non sai più chi sei, i tuoi ricordi sono andati persi a causa di un incidente e ti senti un'estranea nella tua stessa vita. Ma non nei tuoi sogni, che continuano a lasciare briciole di pane da seguire per riconquistare ciò che...
