Un giorno ti svegli e non sai più chi sei, i tuoi ricordi sono andati persi a causa di un incidente e ti senti un'estranea nella tua stessa vita.
Ma non nei tuoi sogni, che continuano a lasciare briciole di pane da seguire per riconquistare ciò che...
La radio manda una canzone che coinvolge i ragazzi, Jack inizia a cantare, seguito da Sally, gli altri intonano solo il ritornello, mentre Mike, il mio buttafuori, un omaccione di colore, alto quanto un armadio, con spalle altrettanto larghe, improvvisa qualche passo facendo ridere tutti.
I miei occhi puntano sempre verso lunghi capelli color cioccolato che ondeggiano, accompagnati dai suoi fianchi e, nell'osservare il suo piccolo e sodo lato b, non immaginare le mie mani lì sopra, è impossibile. Ho una fitta al basso ventre a causa di questa fantasia e mi schiarisco la voce a disagio, dirigendomi verso il mio ufficio per cercare di calmarmi. Chiudo la porta alle mie spalle e l'unica cosa che faccio è maledire a voce alta la mia scarsa capacità di giudizio e controllo. Lei è il mio tallone d'Achille. "Merda."
Ogni giorno che passa sento venir meno i miei buoni propositi di tenerla lontana e, sinceramente, non so più se è la cosa giusta da fare. Ogni notte resto nel mio ufficio a pensare che dovrei salire queste scale, bussare alla sua porta e dirle tutto, dovrei stringerla e sperare che posare le labbra sulle sue possa farle ricordare di noi.
Poi, l'immagine dei suoi occhi sofferenti, il volto rigato da lacrime amare, torna prepotente nella mia mente e mi fa sperare il contrario, i sensi di colpa mi spingono a trovare la forza per tenere stretto fra le mani un barlume di lucidità.
È tremendamente complicato riuscire ad averla ad un soffio e sapere che non è mia, che non potrà mai più essere mia, non poter sentire la sua pelle morbida sotto le mie mani, il suo corpo addosso, pelle contro pelle. Non poter avere i suoi sorrisi e le iridi nocciola perse nelle mie, quel modo irritante di svegliarmi al mattino, i suoi pizzicotti che mi lasciavano dei piccoli stemmi leggermente violacei.
Porto entrambe le mani a stropicciarmi il viso, per poi spostarle fra i capelli e tirarli leggermente per la frustrazione. Sto impazzendo ad averla nei miei giorni, questo è il mio inferno, il castigo che mi merito a causa del passato, delle azioni di merda dettate dal panico del momento.
Le nocche di qualcuno che picchiettano contro il legno dietro le mie spalle mi ridestano, tento di ricompormi prima di aprire e quando lo faccio incontro gli occhi di ghiaccio di Aiden. "Stai meditando qui dentro? O ti stai facendo una sega pensando a ..." Si volta per indicare proprio Iris mentre sta per terminare la frase, nel panico gli tiro istintivamente un pugno sulla spalla, garantendomi il suo silenzio. Lo stronzo so che avrebbe tranquillamente fatto il suo nome a voce alta.
"Ahia!" Le sopracciglia nere aggrottate, come se non capisse il motivo del mio gesto, in netto contrasto con gli occhi chiarissimi, accompagnate dalle labbra spalancate dallo stupore, mi urtano ancora di più. "Che cazzo fai?" Sibilo a denti stretti fissandolo truce, ma ottengo solo che questo idiota alzi gli occhi al cielo, per poi poggiarsi allo stipite della porta, accanto a me.
"Se la sta cavando bene." Indica col capo la donna che è l'incarnazione di ogni mio tormento. Faccio solo un cenno con la testa, troppo impegnato a godermi il suono della risata che, inconsapevole, lei mi sta regalando. "Più la guardo e più mi chiedo se ci sia possibilità di redenzione, mi basterebbe anche un'unica chance." Mi sfugge a fior di labbra questo pensiero.
"Ce l'hai questa possibilità, a quattro metri, coglione, basta saperla sfruttare, non è concessa a chiunque, purtroppo." Mi tira una pacca sulla spalla e va verso Sally, pronto a prenderla in giro per quelle ridicole scarpe fluo che indossa stasera.
Ha ragione, non è concessa a tutti, lui, purtroppo, lo sa fin troppo bene.
Ho avuto la possibilità di riaverla qui, non so cosa avrei fatto se fosse morta in quell'incidente. Rinunciare a lei, a combattere per lei, è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto, ma se l'avessi persa quella notte, sarebbe stato impossibile vivere in un mondo dove lei non faceva più parte. Almeno sapevo che stava bene, che aveva l'occasione di costruire una nuova vita, è solo questo che mi dava la forza per andare avanti. Se solo avessi fatto altre scelte, se solo avessi avuto il coraggio di affrontare le mie paure, ora, sarebbe completamente diversa la nostra vita. Rimuginarci non mi farà tornare indietro, non avrò più modo di correggere ciò che ho rotto. Eppure, c'è una piccola, piccolissima parte di me, continua a ripetersi che adesso potrebbe perdonarmi. Ma poi, torno con i piedi per terra.
La serata ha inizio e torno per fortuna in me prendendo posto dietro il bancone del bar insieme a Jack. Il gruppo di questa sera si esibisce sul palco animando la serata e riuscendo a coinvolgere il pubblico. Il mio amico, seduto sullo sgabello nero al di là del bancone, di fronte a me, beve la sua birra e farnetica sulle foto scattate oggi. "È da anni che ti dico di fare una mostra con gli scatti che fai durante il tempo libero, sai che avresti successo, data la tua bravura e il tuo nome." Continuo a spillare una birra al cliente accanto a lui. "Nonostante sia riuscito a fare della mia passione anche un lavoro di successo, non significa che sia pronto a condividere il mio mondo privato con chiunque." Il mio barman si intromette nel nostro discorso facendo notare al mio amico quanto sia fortunato a poter fare, fra le altre cose, anche servizi fotografici a bellissime modelle, ma il diretto interessato non è proprio d'accordo su questo punto.
Poi, non sento la risposta di Jack, i miei occhi puntano in una direzione ben precisa e la mascella si irrigidisce, come le mie dita che stringono questo boccale di birra. Quella mano sulla sua spalla, quel sorriso falso, lo sguardo lascivo, mi fanno contorcere le viscere. E lei? Lei gli sorride, illuminandosi.
" Brian, che ti prende?" Aiden, che mi conosce meglio di chiunque altro, capisce che qualcosa non va, ma non ho la forza per risponderlo, non posso deconcentrarmi, perché sto mettendo tutto il mio impegno nel restare immobile, così da evitare di percorrere questi pochi metri e spaccare la faccia a quel figlio di puttana.
Joshua, che ha sempre voluto Iris per sé, cercando di dividerci, si alza dal divanetto e ha la faccia tosta di stringere la mia ragazza fra le sue braccia. Cioè Iris, volevo dire Iris. Non ho più nessun diritto di chiamarla così.
"Che ci fa quel coglione qui?" Il mio amico dà voce ai miei stessi pensieri.
Non riesco più a controllare il mio corpo, non ho più la capacità di far connettere le sinapsi ai neuroni per riuscire a formulare il giusto comando ai muscoli, o generare la dose di raziocinio di cui avrei bisogno, ora più che mai.
Sto già attraversando la sala, spingendo il malo modo chiunque si trovi lungo la mia traiettoria, ma non mi importa dei loro insulti o delle occhiatacce, né di perdere clienti. Arrivo davanti i due, che parlano con trasporto e non si accorgono di me. Iris è molto su di giri, sicuramente entusiasta nell'aver trovato un altro frammento del suo passato. Ed è proprio ciò che mi preoccupa.
La richiamo, facendola voltare verso di me, ma tenendo lo sguardo fisso su di lui che ricambia accennando un sorrisetto strafottente e, se potessi incenerirlo in questo modo, lo farei volentieri.
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