Il silenzio tra di noi era assordante.
Non il tipo di silenzio comodo, quello che ti fa sentire al sicuro.
No, era il tipo che ti pesa addosso, che ti fa venire voglia di dire qualcosa solo per riempirlo. Ma nessuno dei due lo faceva.
Mi girai lentamente verso di lui, tanto per controllare se dormisse davvero.
No.
Era sveglio.
Lo capii dal respiro, troppo irregolare.
E poi dal modo in cui tamburellava con le dita contro il materasso.
«Rafe...»
Lo chiamai sottovoce.
Non rispose subito.
Poi, dopo un attimo, sussurrò:
«Mh?»
«Non devi proteggermi sempre.»
Mi guardò, voltandosi piano verso di me.
Aveva gli occhi stanchi. Ma svegli. Presenti.
«Se non lo faccio io, chi cazzo lo fa?» rispose, quasi come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Mi pizzicò lo stomaco quella frase.
Mi toccava in un punto che non sapevo nemmeno esistesse.
«Posso farcela anche da sola.»
Lui mi fissò per qualche secondo.
Poi rise piano, ma non era una risata allegra.
Era quasi triste.
«È questo il problema, Lara. Che tu ci credi davvero.»
Non risposi.
Lo fissavo solo.
Ed era come se nel buio di quella stanza ci vedessimo meglio che mai.
«Hai idea di quanto mi faccia incazzare vederti così?»
La sua voce si incrinò appena.
«Che ti rifugi in un padre che non ti ha mai voluto bene. Che ti autodistruggi, un tiro di sigaretta alla volta. E poi dici che stai bene. Che sei forte.»
Non sapevo se volevo abbracciarlo o prenderlo a pugni.
Forse entrambe.
Forse era quello che ci succedeva sempre: volevamo tenerci stretti e allontanarci nello stesso momento.
«E tu?» ribattei.
«Che ti imbottisci di pasticche e poi ti convinci che basti una mia carezza a salvarti?»
Tacque.
Mi guardava.
Un lampo gli attraversò lo sguardo.
Poi mi tirò di nuovo verso di sé.
«Siamo due fottuti disastri» disse a un centimetro dalle mie labbra.
«Ma siamo gli unici che ci capiamo davvero.»
Mi baciò.
Non come prima.
Era diverso.
Era fame. Era rabbia. Era dolore.
Era tutto quello che volevamo urlare e non sapevamo come fare.
Poi si staccò lentamente.
Appoggiò la fronte alla mia.
«Non farmi fuori, Lara.»
«Mai» sussurrai.
Eppure lo sapevamo.
Che sarebbe stato complicato.
Che non bastava solo volersi.
Ma quella notte, per la prima volta dopo tanto tempo, ci sentimmo meno soli.
Due anime rotte.
Insieme.
——-
Mi svegliai con la luce che filtrava tra le tende, fastidiosa come uno schiaffo.
Per un attimo non ricordai dove fossi.
Poi sentii il braccio di Rafe attorno alla mia vita, la sua mano pesante sulla mia pelle nuda, e tutto tornò a galla come una marea lenta ma inevitabile.
Mi mossi piano, sperando di non svegliarlo.
Ma ovviamente non funzionò.
«Dove vai?» mormorò con voce rauca, ancora impastata dal sonno.
«A casa.»
«Resta.»
«Devo andare, JJ si incazza se non mi trova.»
Aprì gli occhi.
«E chi se ne frega se si incazza.»
Mi alzai comunque, cercando in giro i vestiti.
Sentivo il suo sguardo addosso, appesantito da mille pensieri che probabilmente non avrebbe mai detto a voce alta.
«Non possiamo vivere in questa bolla, Rafe.»
Lui si sollevò sui gomiti, fissandomi.
«Chi ha detto che è una bolla?»
«Io. Perché lo è. Una bolla scoppia. Sempre.»
Mi vestii in fretta, senza guardarlo più.
Non perché non volessi.
Ma perché sapevo che, se l'avessi fatto, sarei rimasta.
⸻
Quando rientrai a casa, JJ era in cucina.
Maglietta sudata, capelli spettinati, e lo sguardo tagliente come solo lui sapeva.
Stava mangiando cereali come se fossero l'unica cosa rimasta al mondo.
«Bella serata?» chiese, senza nemmeno guardarmi.
«Non iniziare.»
«Sono tornato alle due. Tu non c'eri. Bella sorellanza del cazzo.»
Mi appoggiai al lavandino.
«JJ...»
«Con chi stavi?»
Silenzio.
Alzò finalmente lo sguardo.
E in quegli occhi c'era già la risposta.
«Cameron.»
Scosse la testa, si alzò dalla sedia e lanciò la ciotola nel lavandino.
Fece un rumore di vetro, ma per fortuna non si ruppe.
«Hai perso il cervello? O solo la dignità?»
«Non parlare così.»
«Lara, ti rendi conto di chi cazzo è? Di cosa fa? Ha ucciso Peterkin neanche una settimana fa, e adesso tu—»
«Lo so chi è.»
«No, non lo sai. Perché se lo sapessi, gli staresti lontana anni luce.»
Mi avvicinai a lui.
«Non mi serve che tu mi faccia da padre. Non sei nostro padre.»
Appena lo dissi, me ne pentii.
Vidi qualcosa spegnersi nei suoi occhi.
«Hai ragione» rispose, più calmo.
«Non sono nostro padre. Ma almeno io ci sono ancora.»
Uscì dalla cucina sbattendo la porta.
Ed ecco di nuovo quel silenzio.
Quello pesante.
Quello che non ti lascia mai davvero sola, perché ti ricorda quanto ti senti vuota.
Presi il pacchetto di sigarette, ma poi lo lanciai nel lavandino.
Fissai la finestra per un tempo indefinito.
Mi sentii così sola.
Senza speranze.
Una lacrima mi bagnò la guancia.
——————
Torno dopo un anno di assenza🤙🏻😬🙃Ma almeno sono tornata. Perdonatemi.
STAI LEGGENDO
Reflections - Rafe Cameron
FanfictionLara Maybank, sorella gemella di JJ Maybank, è appena ritornata sull'isola delle Outer Banks dopo tre anni di assenza. Il rapporto burrascoso sia con la madre che con il padre la spinge con il tempo ad assumere un atteggiamento solitario, chiudendo...
