Rafe
L'ufficio di mio padre aveva sempre avuto quell'odore pesante. Legno vecchio, carta umida, il vago retrogusto di sigaro che non se ne andava mai davvero dalle tende. Quando ero ragazzino, entravo qui di nascosto solo per guardarmi intorno: scaffali pieni di faldoni, le foto di Ward con uomini che contavano più del Presidente, contratti che non capivo ma che sapevo valessero più della mia vita. Ero convinto che dentro queste mura si decidesse il destino del mondo.
Adesso, invece, c'ero io.
Seduto dietro quella scrivania che sembrava troppo grande per me, con le maniche arrotolate e la camicia sbottonata al collo, una pila di documenti davanti e la testa che mi martellava. Non avevo mai pensato che sarei finito a occuparmi davvero degli affari di famiglia. Pensavo che avrei continuato a distruggerli, non a gestirli.
Il ticchettio dell'orologio era l'unico rumore nella stanza. Ogni tanto il legno della casa scricchiolava, come se ricordasse che non ero io il padrone.
Respirai forte e mi piegai in avanti, massaggiandomi le tempie. Controllare conti, trasferimenti, avvocati, immobili. Ogni firma che mettevo aveva il peso di una condanna. Non ero Ward. Non ero fatto per questo. Ma non potevo permettere che la mansion crollasse. Non potevo permettere che il nome Cameron venisse sputato ancora una volta.
Eppure, ogni volta che prendevo la penna in mano, mi chiedevo se stavo solo ricostruendo la stessa gabbia in cui mio padre aveva rinchiuso tutti noi.
Erano passati giorni dall'ultima volta che avevo aperto con Lara quel discorso maledetto: il caso riaperto, l'avvocato, la possibilità concreta che il passato tornasse a reclamarmi. Non era successo nulla di eclatante da allora. Nessun mandato, nessuna notifica. Solo silenzi, voci in città e quella tensione sottile che si insinuava tra me e lei ogni volta che ci guardavamo.
Ci vedevamo. Sì. Ci vedevamo quasi ogni giorno. Ma non era come mesi prima. Non c'era più l'urgenza di stringersi, di toccarsi. C'era una distanza nuova, una barriera fatta di consapevolezza. Io le portavo cibo, le lasciavo soldi sul tavolo, le avevo persino creato una carta di credito collegata a uno dei miei conti, così che non dovesse preoccuparsi di niente. Lei si era rifiutata di usarla. L'aveva lasciata nel portafoglio senza mai sfiorarla. Ma sapevo che prima o poi l'avrebbe fatto.
Ero io quello che comprava il latte nel suo frigorifero, i pacchetti di sigarette che lasciava sul tavolo, i libri che apparivano magicamente sul comodino. Non perché lei me lo chiedesse. Anzi. Mi odiava per questo. Ma io lo facevo lo stesso.
Era il mio modo di prendermi cura di lei.
Era l'unico che conoscevo.
⸻
Fu mentre stavo annotando delle cifre che sentii bussare.
Un colpo secco, esitante.
Alzai lo sguardo. Strano: non aspettavo nessuno. E di solito chi entrava in quella casa non bussava mai.
La porta si socchiuse. E lì, incorniciata nella luce del corridoio, c'era Lara.
«Cristo santo...» mormorai, più a me stesso che a lei.
«Sei entrata dal retro?»
Lei alzò le spalle, con quell'aria da ragazzina che nega un furto quando ha ancora la refurtiva in mano.
«La porta era aperta. Non volevo... disturbarti.»
Disturbarmi. Come se avesse bisogno di permessi per stare lì.
«Tu non disturbi mai,» dissi piano, anche se dentro sentivo la tensione raddoppiare. Perché veniva senza avvisare? Perché proprio qui?
Lara entrò lentamente, chiudendosi la porta alle spalle. Non era truccata, i capelli spettinati ricadevano sulle spalle. Indossava una maglia larga e un paio di jeans scoloriti, roba che la faceva sembrare ancora più fragile del solito.
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Reflections - Rafe Cameron
FanfictionLara Maybank, sorella gemella di JJ Maybank, è appena ritornata sull'isola delle Outer Banks dopo tre anni di assenza. Il rapporto burrascoso sia con la madre che con il padre la spinge con il tempo ad assumere un atteggiamento solitario, chiudendo...
