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Rafe

La guardavo fumare la mia sigaretta come se fosse ossigeno. Le mani le tremavano appena, ma cercava di nasconderlo. Sempre a fingere che andasse tutto bene. Sempre a camuffare la fragilità con l'arroganza, il dolore con l'ironia.

Ma io la vedevo.
La vedevo tutta.

«Te lo giuro, Lara» ripetei, più piano, come se abbassare il tono rendesse tutto più vero.

Lei espirò il fumo verso il soffitto, poi si voltò.
«E io come faccio a crederti, Rafe? Come faccio a sapere che non mi stai solo dicendo quello che voglio sentire?»

Mi avvicinai, lento. Non volevo spaventarla. Non volevo farla sentire in trappola.

«Non posso convincerti a parole. Lo so. Non funzionerebbe.»
Infilai le mani in tasca, cercando di non lasciarmi prendere dall'impulso di toccarla. Di stringerla forte.
«Ma se resti un po', se non mi cacci via... forse te lo dimostro. Non tutto insieme, ma un pezzo alla volta.»

Lara scosse la testa. Una risata senza suono le uscì dalle labbra.

«Un pezzo alla volta...» ripeté, quasi con sarcasmo.
«Io non so nemmeno se riesco a stare intera da sola.»

Le sue parole mi trafissero più di qualsiasi urlo.
Più di qualsiasi schiaffo.
Più di quella volta che mi disse "non voglio più vederti".

Le andai vicino. Lentamente. Senza toccarla. Senza invadere lo spazio che teneva a distanza dal mondo.
E con voce ferma, le dissi:
«Allora lasciami stare con te mentre ti rimetti insieme.»

Mi guardò. Questa volta, davvero.
Non con odio, non con rancore.
Con paura.
E forse, un pizzico di speranza.

Fu in quell'istante che capii quanto eravamo incasinati.
Quanto tutto questo fosse fottutamente delicato.

Lara non era più la ragazza che rideva forte, che correva in spiaggia al tramonto. Non era più quella che mi insultava tra le risate mentre cercava di tenermi lontano dalla droga.
Era diventata qualcosa di più scuro. Più stanco.
Ma era sempre lei. Sempre la mia ragazza. Anche se non lo era più.

«Non puoi rimanere stanotte» disse infine, spostando lo sguardo.

«Non me ne vado.»

«Rafe...»

«Ti giuro che non ti accorgerai nemmeno della mia presenza. Ho paura a lasciarti sola.»

Lei esitò.
Poi lasciò cadere la sigaretta nel lavandino della cucina e si voltò.
«Fai come vuoi.»

Lo presi come un sì.

Il silenzio cadde addosso alla casa come una coperta umida.
La osservavo mentre si toglieva le scarpe, si slacciava la giacca, sistemava una tazza lasciata sul mobile. Gesti piccoli, quotidiani, ma tremolanti.
Come se anche alzare una forchetta fosse diventato faticoso.

«Hai mangiato oggi?» le chiesi.

Non rispose.
Si lasciò cadere sul divano, tirandosi le ginocchia al petto.

Mi guardai attorno. La cucina era pulita. Impeccabile. Ma vuota. Nessun odore di cibo. Nessun piatto sporco.

«Vuoi che cucini qualcosa?»

«Cosa, Rafe? Non sai nemmeno far bollire l'acqua.»

«Ho imparato a non morire di fame in questi tre mesi.»

«Wow. Un uomo nuovo.»

Le sorrisi.
«Magari non proprio, ma... un po' meglio sì.»

Accese un'altra sigaretta. Ne avevo contate tre da quando eravamo entrati.
Le sedetti accanto, ma a una certa distanza.

Reflections - Rafe CameronDove le storie prendono vita. Scoprilo ora