Pioveva.
Di quelle piogge estive che arrivano all'improvviso, violente, senza preavviso.
Come certe persone.
Come certi momenti.
Entrai in casa di Rafe con il cuore già pesante.
C'era silenzio, ma un silenzio strano.
Come quando tutto è troppo calmo prima dell'esplosione.
«Rafe?»
Nessuna risposta.
Lo trovai in camera sua.
Seduto per terra, la schiena appoggiata al letto, gli occhi rossi e persi nel vuoto.
Aveva la camicia slacciata, e tra le dita stringeva una bottiglietta mezza vuota.
Sul comodino, delle pillole.
Lo sapevo. Lo sapevo che sarebbe successo di nuovo.
«Che cazzo hai fatto?»
La mia voce tremava, ma non per paura. Per rabbia.
Lui alzò lentamente lo sguardo.
«Eccoti...» disse con un sorrisetto sbilenco.
«Stavi con tuo fratellino oggi? O con Pope? Anzi no... forse con entrambi. Fanno gruppo, no? Quelli giusti. Quelli buoni. E poi ci sei tu. Che fingi di non essere come me.»
«Non sono come te, Rafe.»
Lui ridacchiò. Una risata vuota, rotta.
«No? Allora cosa ci fai ancora qui?»
Si alzò lentamente.
Barcollava. Gli occhi iniettati di sangue, il respiro pesante.
«Sei fatto» dissi, cercando di restare ferma.
«Oh, sei sveglia oggi» rispose lui, sarcastico.
Fece un passo verso di me.
«Sai qual è il problema, Lara? Che tu vuoi salvarmi. Ma io non voglio essere salvato.»
«E allora affonda da solo» sputai.
Mi girai per andarmene.
Ma sentii il rumore secco del pugno contro il muro.
Mi voltai di scatto.
Il suo braccio sanguinava leggermente.
Gli occhi gli brillavano di follia.
«Tu non te ne vai» disse, a denti stretti.
«Fottutamente no.»
«Non puoi trattarmi così solo perché hai paura di restare solo. Non è amore, questo. È egoismo.»
Si avvicinò ancora.
Mi prese il viso tra le mani, con forza.
«Tu sei mia, Lara.»
Le sue dita mi stringevano le guance. Mi facevano male.
«Mollami» sibilai.
«No. Non finché non capisci che tu ed io... siamo la stessa merda.»
Mi divincolai con forza.
Lo spinsi via, lui barcollò e finì seduto sul letto, la testa tra le mani.
Sembrava un bambino rotto.
O un animale ferito.
O entrambe le cose.
«Sei solo una bomba pronta a esplodere. E io non voglio restare accanto quando succede» dissi, la voce spezzata.
Mi girai e uscii dalla stanza, sbattendo la porta.
Non mi seguì.
O forse non ne era capace, stavolta.
Stavo scendendo le scale di corsa, il cuore in gola, le mani che tremavano.
Avevo solo bisogno di aria.
Di uscire da quella casa.
Da lui.
Ma non feci in tempo ad afferrare la maniglia della porta d'ingresso che sentii dei passi pesanti dietro di me.
E poi, all'improvviso, una presa gelida sul braccio.
Mi strattonò con forza, facendomi girare su me stessa.
«Tu non te ne vai!» urlò, gli occhi fuori di sé.
Aveva le pupille dilatate, il respiro affannato.
Mi spinse contro la parete. Non troppo forte, ma abbastanza da farmi capire che non era più Rafe.
Non quello che conoscevo.
O forse sì, e avevo solo fatto finta di non vedere.
«Lasciami!»
Cercai di liberarmi, ma la sua presa era stretta, le mani mi bloccavano i polsi.
«Perché cazzo mi fai questo?!»
Urlava, ma sembrava implorare.
Il volto a pochi centimetri dal mio, i denti serrati, la voce rotta.
«Ti ho fatto entrare in tutto questo schifo. E ora te ne vai così?! Come se non significasse niente?!»
«Non posso restare quando tu diventi questo!»
Urlai anche io.
«Quando non sei più tu! Quando mi guardi e sembri odiarmi tanto quanto dici di amarmi!»
Per un attimo, solo un attimo, i suoi occhi si velarono.
Fu un secondo.
Ma bastò.
Mollò la presa.
Fece un passo indietro, le mani tra i capelli.
Tremava.
«Io... io non volevo. Lara, giuro...»
Ma ormai il nodo in gola era troppo grosso.
Mi toccai i polsi, arrossati.
Lo guardai.
E per la prima volta... non lo riconobbi.
«Non giurarmi più niente, Rafe.»
Aprii la porta e uscii, sbattendola dietro di me con tutta la forza che avevo.
Fuori pioveva ancora.
Ma non m'importava.
Camminai sotto l'acqua come se potesse lavarmi via tutto.
Lui.
La paura.
L'amore malato.
Camminavo senza meta, sotto quella pioggia incessante.
Ogni passo sembrava pesare il doppio.
Avevo le scarpe zuppe, i capelli incollati al viso, le mani che tremavano — non sapevo se per il freddo o per l'adrenalina che ancora non voleva scendere.
Mi fermai in mezzo alla strada, vuota.
Nessuno in giro, solo il rumore dell'acqua che cadeva e le mie labbra che tremavano.
Mi misi le mani sul viso, poi le tolsi subito.
Non serviva nascondermi.
Non c'era nessuno a guardare.
Mi sedetti su un muretto, lo stesso dove io e JJ da piccoli mangiavamo le caramelle rubate al supermercato.
Mi faceva quasi male ricordarlo.
Quel tempo in cui tutto sembrava difficile... ma in realtà era ancora facile.
Perché non sapevamo niente.
Né dell'amore. Né del dolore.
Né di Rafe.
Tirai fuori il telefono con le dita fredde.
Esitai.
Poi, senza pensarci troppo, aprii i contatti.
E cliccai su Kiara.
Il telefono squillò. Una volta. Due. Tre.
E poi, la sua voce.
«Lara?»
Era sorpresa. E un po' preoccupata.
Non riuscii a parlare subito.
Sentii la voce spezzarsi ancora prima di uscire.
«Ehi, ci sei?»
«Sto... sto bene» mentii.
Silenzio.
«Dove sei?»
«Fuori. Sotto la pioggia.»
«Che cazzo ci fai sotto la pioggia?»
Sorrisi appena, ma solo per un secondo.
«Non so dove andare, Kiara.»
Lei rimase in silenzio per un momento, poi disse con voce più morbida:
«È successo qualcosa con lui?»
Non risposi.
Ma bastò il silenzio.
Lei capì.
«Vengo a prenderti. Dimmi dove sei.»
«No. Non venire. Non voglio vedere nessuno.»
«Io non sono chiunque, Lara.»
La sua voce era ferma, ma dolce.
Come solo Kiara sapeva essere, quando voleva.
«Mandami la posizione. Ora.»
Esitai.
Poi lo feci.
Perché avevo bisogno di lei.
E, forse, anche di sentirmi meno sola per un po'.
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Reflections - Rafe Cameron
FanfictionLara Maybank, sorella gemella di JJ Maybank, è appena ritornata sull'isola delle Outer Banks dopo tre anni di assenza. Il rapporto burrascoso sia con la madre che con il padre la spinge con il tempo ad assumere un atteggiamento solitario, chiudendo...
