CAPITOLO XXXVIII

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- E, così, conosci Gardenia sin dall'infanzia... - esordì Edward, rivolto ad Annabelle, titubante.

- Ci siamo conosciute il primo giorno di scuola. – rispose lei, intimidita da tanta attenzione.

- E, da allora, non ci siamo più lasciate! – mi inserii io, felice che Edward volesse mettere la mia migliore amica a proprio agio.

- In realtà, però, ci conosciamo da millenni. Annabelle era mio sorella all'ombra delle piramidi d'Egitto. – aggiunsi.

- L'ho subito riconosciuta. C'era qualcosa di familiare nel suo sguardo. – proseguii.

- Ricordi anche tu la vita in Egitto? – le chiese Edward, animato da grande curiosità.

- No, purtroppo no. Vorrei tanto. Ho chiesto a Gardenia come fare a ricordare, ma sembra che io non ci riesca. – rispose Annabelle, dispiaciuta all'idea di deludere le aspettative di Edward.

- Evidentemente, non hai bisogno di ricordare. – le dissi, guardandola con complicità.

- Il ricordo delle vite precedenti arriva spontaneamente quando ne abbiamo necessità. Di solito, ci serve per superare un trauma che ha radici antiche, per sciogliere un nodo che si è stretto in un passato remoto. – spiegai.

- Trovo tutto ciò molto affascinante. – commentò Edward, guardando Annabelle negli occhi.

Ero sicura che avesse avuto un colpo di fulmine per lei

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Ero sicura che avesse avuto un colpo di fulmine per lei. Fantasticavo già sul loro matrimonio, cercando di scacciare dalla mente quella guastafeste di Lady Elizabeth. Annabelle, dal canto suo, era intimorita dall'interesse aperto e schietto mostrato da Edward e non sapeva bene come comportarsi. Non aveva mai conosciuto l'amore, evitava i ragazzi, se ne teneva alla larga, era molto riservata e pudica.

- E' la tua prima volta a Londra? – le domandò Edward per prolungare la conversazione.

- Sì, lo è. – disse Annabelle.

- E come la immagini? – la interrogò lui, incalzandola.

- Come me l'ha descritta Gardenia per lettera. – rispose Annabelle, confusa.

Sapevo che stava forzandosi, l'espansività di Edward la metteva a disagio, eppure, sentivo che, nel profondo, era contenta di avere suscitato il suo interesse.

Per trascorrere il tempo che ci separava dal nostro arrivo a Londra, Peter propose un gioco: ciascuno di noi avrebbe raccontato agli altri il suo più grande desiderio o la sua più grande paura. L'idea sembrava mettere a disagio Annabelle. E, a dirla tutta, anche me. Fui la prima ad essere chiamata in causa. Non ero a conoscenza del mio più grande desiderio. O, forse, sì, ma non volevo rivelarlo, così, scelsi di parlare della mia maggiore paura.

- Temo di sprecare quest'esistenza. – rivelai, imbarazzata.

- Cosa intendi? – chiese Peter.

- Ho paura di fallire il mio piano di incarnazione. Tutti noi, prima della nascita, abbiamo elaborato un piano di incarnazione: ci siamo prefissi una meta. Io temo di venir meno al compito assegnatomi dalla mia anima. – esplicitai.

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