La vigilia di Natale del 1899, nelle Cotswolds, in Gran Bretagna, qualcuno depone una cesta di fronte alla porta del cottage di un'umile sarta, Deirdre. La cesta contiene una neonata che la donna decide di allevare e di chiamare Gardenia. La piccola...
Mi sembrava di galleggiare sul pavimento, era come se fossi sospesa e non toccassi il marmo bianco del salone da ballo dove ci attendevano Edward e Annabelle al rientro dalla terrazza.
Peter andò a prendere dello champagne e, sulla musica di un valzer, annunciò al fratello e alla mia migliore amica il nostro matrimonio.
Annabelle mi abbracciò di slancio con gli occhi pieni di lacrime. Edward si congratulò con me.
- Finalmente, avrò una sorella. – disse, commosso.
Io arrossii fino alla radice dei capelli, che immaginai prendere fuoco. Peter mi teneva la mano. A un tratto, si avvicinò Virginia a interrompere l'idillio.
- Sono contenta di vedere che vi state divertendo. – commentò, falsa. Poi, alludendo ai nostri brindisi, chiese:
- Qualcosa da festeggiare? – con aria indagatrice.
- Io e Gardenia presto ci sposeremo. – le comunicò Peter, sorridendo di un sorriso abbagliante.
Virginia, per un attimo, sembrò vacillare. Colsi un'impercettibile oscillazione nella sua postura, sempre eretta come un fuso. Non proferì parola per qualche secondo. Poi, come l'etichetta avrebbe richiesto, disse:
- Una notizia davvero inaspettata. Felicitazioni. – senza espressione sul viso angelico.
Pronunciate queste parole, scusandosi, girò sui tacchi e si allontanò per intrattenere altri ospiti.
Peter abbassò il capo. Sapevo che stava pensando che avevo ragione: Virginia aveva sperato che un giorno avrebbe scelto lei come moglie. Ci ragionò su per qualche attimo, poi sollevò il viso e elevò ancora una volta il calice alla nostra salute.
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Annabelle si asciugava le lacrime con il fazzoletto e mi cingeva le spalle.
- Sono tanto felice per te. – mi ripeteva, sincera, accorata.
Io mi sentivo lo stomaco in subbuglio e una grande frenesia in corpo. Peter se ne accorse e mi invitò nuovamente a ballare.
Danzammo a lungo, come pattinando sul pavimento levigato e lucido della sala, dove mi sembrava di essere sola con lui. Gli invitati erano svaniti, vedevo solo lui, il mio amore eterno, che mi sollevava e mi innalzava verso il soffitto.
Dopo aver danzato tanto da aver perduto la cognizione del tempo, ci rendemmo conto che la sala da ballo si stava svuotando. Doveva essere molto tardi o molto presto, variando il punto di vista sulla questione.
Così, ci congedammo da Virginia e dalla sua famiglia, ringraziando tutti per la splendida festa. Virginia aveva l'aria sfatta, era come se avesse perduto il suo smalto. La percepivo grigia, opaca, il suo chiarore si era spento.
Empatizzai con lei, con la sua delusione, sebbene fosse mia rivale in amore. Mi resi conto che la perdita di quel sogno di bambina doveva averle inferto una ferita profonda.